Ci sono persone che attraversano la storia di una città lasciando un segno profondo, senza mai sentire il bisogno di alzare la voce per farsi notare. Rino Palmieri apparteneva a questa categoria. Se ne va a 73 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 5 dicembre), dopo una malattia che lo ha strappato prematuramente alla vita, un giornalista che per quasi quarant’anni ha raccontato lo sport di Capitanata con competenza, equilibrio e quella pacatezza che era diventata la sua cifra distintiva. Con lui scompare una voce familiare, un testimone privilegiato delle stagioni più esaltanti e di quelle più difficili dello sport foggiano.
Palmieri non era soltanto un cronista. Era, prima di tutto, uno sportivo vero, uno che lo sport lo aveva praticato e conosciuto anche lontano dai riflettori. Il basket e il tennis avevano fatto parte della sua vita, discipline nelle quali aveva raggiunto buoni livelli, fino a diventare anche istruttore di tennis. Una passione vissuta sul campo, dunque, prima ancora di trasformarsi in racconto giornalistico. La laurea in Scienze Motorie e l’attività di docente presso l’Isef di Foggia completavano il profilo di un uomo che aveva fatto dello sport non soltanto un mestiere, ma il leit-motiv della sua vita.
La sua avventura nel mondo della comunicazione comincia nella metà degli anni Ottanta, quando muove i primi passi a Teleradioerre, emittente che nel tempo si sarebbe confermata una straordinaria fucina di talenti e un punto di riferimento per l’informazione locale. È lì che Palmieri costruisce le fondamenta del proprio percorso, affinando uno stile sobrio, rigoroso, lontano dalla ricerca della polemica a ogni costo. Un giornalismo fatto di conoscenza, misura e rispetto, capace di raccontare vittorie e sconfitte senza lasciarsi trascinare dagli entusiasmi del momento o dalle inevitabili tensioni che accompagnano il mondo dello sport. Importante e duratura anche l’esperienza a Telenorba, dove per anni è stato protagonista della domenica ed anche poi del lunedì televisivo con quella che è diventata nel tempo la trasmisisone d punta dell’emittente di Conversano: una finestra sul calcio e sulle vicende sportive, affrontate con competenza e con la capacità di dare spazio alle diverse voci senza trasformare il confronto in uno scontro. Palmieri sapeva condurre, ascoltare e approfondire. Non aveva bisogno di gridare per farsi ascoltare, né di esasperare i toni per catturare l’attenzione del pubblico. Il Foggia calcio è stato uno dei grandi amori della sua vita professionale.
Nel ‘14, per un breve periodo, l’allora presidente Verile lo volle alla guida dell’ufficio stampa rossonero, affidandogli un ruolo delicato in una realtà che conosceva profondamente. Un’esperienza che confermava il legame tra Palmieri e i colori della squadra cittadina, seguita nelle sue stagioni più luminose e nei passaggi più complicati, sempre con lo sguardo di chi conosceva bene il valore della memoria e il peso delle aspettative di un’intera comunità.Tre anni fa, dopo una lunga pausa, era tornato a raccontare il Foggia attraverso Calcio Show, il format di Telefoggia. L’ultima apparizione televisiva risale invece a poco meno di un anno fa, su Mitico Channel, invece, nella trasmissione 90esimo Rossonero. In quella occasione apparve provato, segnato dalla malattia che cominciava a presentare il conto. Per chi lo aveva seguito per tanti anni, rivederlo in quella circostanza aveva il sapore di un saluto inconsapevole, l’ultima testimonianza di una passione che nemmeno la sofferenza era riuscita a cancellare.
Negli ultimi tempi aveva scelto di allontanarsi dalla scena pubblica per stare accanto alla moglie Gianna, impegnata per anni in una difficile battaglia contro un male incurabile. La sua scomparsa, due anni fa, aveva lasciato un vuoto enorme, soprattutto nei figli Marco e Andrea. Una prova dolorosa, affrontata lontano dalle telecamere, con la riservatezza che ha sempre contraddistinto Palmieri anche nella vita privata.Il cordoglio del mondo sportivo non si è fatto attendere. Con Rino Palmieri se ne va un pezzo della storia sportiva foggiana degli ultimi quarant’anni. Resta il ricordo di un professionista irreprensibile, di un uomo di sport e di un giornalista capace di restituire, senza fronzoli e senza clamore, uno spaccato fedele della sua terra. In un panorama informativo locale che oggi appare sempre più impoverito, la sua lezione acquista un significato ancora maggiore.
La sua eredità non è fatta soltanto di trasmissioni, interviste e racconti, ma soprattutto di uno stile: quello di chi considera il giornalismo un servizio, non un palcoscenico. Toccherà soprattutto alle nuove generazioni raccogliere quel testimone, custodendo il valore della competenza, dell’equilibrio e della passione. Perché certe voci, anche quando si spengono, continuano a indicare la strada.
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