Ogni città produce il proprio genere letterario. Ci sono città che scrivono romanzi industriali, città che scrivono epopee finanziarie, città che compilano manuali turistici. Foggia, da decenni, coltiva invece una specialità più raffinata: la fantascienza urbanistica. Non è una critica ai progettisti. Anzi. Le tavole urbanistiche sono spesso intelligenti, i principi condivisibili, le visioni persino seducenti. Il problema nasce dopo. Sempre dopo. Prima il disegno. Poi il convegno. Poi il render. Poi il plastico. Poi il comunicato. Poi il cambio di amministrazione. Poi il finanziamento che non arriva. Poi la variante. Poi l'aggiornamento della variante. Poi l'anniversario del progetto mai realizzato. Il nuovo Piano Urbanistico Generale arriva in questo contesto, gravato da una domanda semplice e brutale: perché dovrebbe andare diversamente questa volta? Il PUG parla il linguaggio contemporaneo delle città europee. Non crescita indefinita ma rigenerazione. Non espansione ma recupero. Non periferie da colonizzare ma quartieri da ricucire. Non altro cemento ma qualità urbana. Parole difficili da contestare. Il problema è che la distanza fra l'urbanistica e la realtà non si misura in metri ma in capacità amministrativa. Perché una città non cambia quando viene descritta. Cambia quando viene governata. E qui emerge la contraddizione foggiana.

È notizia di queste ore che l’assessore all’Urbanistica architetto Michele Salatto ha presentato il suo “Urban Center”, che in sostanza dovrebbe consistere in un percorso partecipativo aperto ad alcuni soggetti istituzionali professionali (ordini degli architetti e degli ingegneri), ad altri soggetti qualificati di varia tipologia (ad esempio docenti universitari) e infine a categorie professionali del settore (in primo luogo l’associazione dei costruttori di Capitanata), al fine di contribuire in vario modo alla definizione del Piano Urbanistico Generale (PUG) di Foggia che si trascina da circa 20 anni. Se si raggiungessero risultati utili, al consiglio comunale verrebbe poi proposto uno schema definitivo da approvare mediante una delibera ufficiale del Comune. Secondo l’assessore Salatto i lavori di questo “Urban Center” saranno conclusi entro la primavera del prossimo anno 2027.

Nelle scorse settimane si è concluso, finalmente, il percorso di assegnazione di una nuova sede (al posto di quella originaria oggi inagibile) per l’Associazione intitolata a Giovanni Panunzio, quasi in concomitanza con il XXXIV° anniversario del suo omicidio. Tale passaggio non costituisce per noi un vanto, una pretesa dovuta o un privilegio, ma più semplicemente la concessione da parte del Comune di uno strumento necessario per rendere più incisivo il nostro impegno antimafia e di ciò ringraziamo il Consigliere comunale Angiola, che ha portato avanti in solitaria le nostre richieste (oltre alla questione della sede, voi sono state e vi sono, infatti, quelle ancora più cruciali dell’intitolazione di un luogo degno per la memoria di Panunzio in città, nonché il destino del bene confiscato alla mafia e intestato al coraggioso imprenditore edile ucciso per la sua ribellione al racket mafioso), giungendo a minacciare l’intervento del Prefetto di Foggia, dopo due anni di stasi, per una sede inagibile e l’atteggiamento tenuto sulla questione dalla maggioranza consiliare (con qualche eccezione) e dalla Giunta, ad iniziare dalla Sindaca Episcopo e dall’ Assessore De Santis.

L’accorpamento tra il Circolo Didattico San Giovanni Bosco e la scuola secondaria di primo grado Leonardo Murialdo si farà, almeno secondo il Piano provinciale di dimensionamento scolastico per il 2027/2028. La Provincia di Foggia ha confermato la propria linea nonostante la contrarietà espressa dalla Giunta Episcopo, che aveva chiesto di mantenere separate le due autonomie. Ma dietro una decisione che ufficialmente risponde a criteri di razionalizzazione della rete scolastica si muove una partita più complessa, nella quale entrano in gioco la gestione delle dirigenze, gli equilibri sindacali e la sorte del personale amministrativo e ausiliario. La questione, infatti, non riguarda soltanto la salvaguardia delle autonomie scolastiche, ma anche le conseguenze che la fusione avrebbe sulle figure apicali dei due istituti. Con un unico comprensivo verrebbe meno una posizione da dirigente scolastico e una da direttore dei servizi generali e amministrativi, il Dsga. È proprio la prospettiva di un trasferimento delle attuali figure dirigenti verso altre sedi uno degli elementi che avrebbe alimentato la mobilitazione sindacale, chiamando in causa in particolare la CGIL e la FLP, alle quali sono riconducibili le iscrizioni delle persone direttamente interessate. Un intreccio tra tutela delle posizioni professionali e rappresentanza sindacale che merita di essere considerato nella lettura delle contrapposizioni emerse sul dimensionamento. La questione presenta però un'altra faccia, quella del personale scolastico meno tutelato. Se da una parte l'accorpamento comporterebbe la perdita di una dirigenza e di un posto da Dsga, dall'altra il mancato riordino della rete, in una fase di progressiva diminuzione degli alunni, potrebbe esporre a ulteriori riduzioni soprattutto il personale ATA, gli assistenti amministrativi e i collaboratori scolastici. Il calo delle nascite e lo spopolamento stanno modificando strutturalmente la consistenza della popolazione scolastica. In questa prospettiva, la razionalizzazione delle autonomie viene letta come una misura che potrebbe consentire di governare una trasformazione destinata comunque a incidere sugli organici.

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