Si possono bruciare le frasche sul Gargano? Il Ministero dice di sì, ma la Regione si è persa per strada

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Giuseppe D’Avolio, dirigente scolastico in pensione e oggi consigliere comunale a Vico del Gargano, intende riaccendere i riflettori su una battaglia che agricoltori e amministratori del territorio conducono da tempo: consentire, entro limiti precisi, l’abbruciamento delle frasche e dei residui di potatura anche nelle aree sottoposte ai vincoli del Parco nazionale. Una richiesta sulla quale nei mesi scorsi si erano mosse anche le istituzioni, in qualità di Città Gargano, chiedendo alla Regione Puglia l’apertura di un tavolo tecnico. L’incontro è poi avvenuto in primavera, intorno alla metà di aprile, con la partecipazione, ricorda D’Avolio a l’Attacco, anche dei vertici dell’Ente Parco e del Ministero: “Il punto che abbiamo posto è semplice: non può essere soltanto la Xylella a giustificare un intervento, bensì bisogna considerare l’orografia del territorio, come avviene in altre regioni d’Italia”. Una ricerca comparativa sulla questione richiama, tra gli altri, i casi di Toscana, Liguria, Veneto, Piemonte e Calabria, dove l’abbruciamento dei residui agricoli trova discipline differenti ma, secondo la ricostruzione prodotta dal comitato, maggiormente capaci di tenere conto delle condizioni territoriali. La proposta, dunque, non si configura come un “liberi tutti”: sono indicati periodi definiti, quantità limitate, piccoli cumuli, comunicazioni preventive e misure antincendio. “La Regione avrebbe dovuto predisporre il regolamento entro giugno - sostiene D’Avolio - ma finora non è stato fatto niente. Eppure al tavolo tecnico sia il commissario sia il direttore del Parco si sono dichiarati favorevoli”. Una posizione che, nella lettura del consigliere, rende ancora meno comprensibile lo stallo: “L’elemento chiave è questo: il Ministero e l’Ente Parco sono concordi e propensi. Quello che chiediamo alla Puglia è di disciplinare una pratica, non di consentirla senza condizioni”.

C’è poi una contraddizione che sul Gargano si può notare passando da un appezzamento all’altro: “Io posso avere il mio terreno dentro il perimetro del Parco e quello confinante può essere fuori, nonostante siano due fondi con le stesse caratteristiche, magari uno accanto all’altro: nell’uno si può operare in un certo modo e nell’altro no. È assurdo". È proprio l’applicazione indifferenziata del vincolo, secondo D’Avolio, a non restituire la complessità di un territorio nel quale la presenza umana ha contribuito per secoli a modellare e mantenere il paesaggio. Per giunta, insiste, le frasche non sono soltanto materiale di cui disfarsi: “Una volta bruciate, la cenere resta nel terreno e fa da concime. È sempre stato così”, rammenta, contestando oltremodo l’associazione automatica fra questa pratica agricola e gli incendi boschivi: “Il contadino non è uno sprovveduto. Il primo a sapere che tra giugno e settembre non si accende un fuoco è proprio lui, perché basta una favilla per perdere il lavoro di una vita. Molto spesso, al contrario, è il fuoco proveniente dal bosco confinante ad arrivare sul fondo coltivato e il proprietario corre a difenderlo”.

Chi continua a coltivare oggi è quasi eroico. Lo fa spesso per amore del proprio oliveto e della propria terra. E poi può ritrovarsi a pagare centinaia di euro perché a febbraio o a novembre ha bruciato delle sterpaglie”. I Carabinieri forestali, precisa, applicano la normativa vigente; il problema, dunque, non è chi effettua i controlli, ma la disciplina che quegli stessi controlli impongono di rispettare. A mobilitarsi c’è anche un comitato nato a Vico del Gargano e allargatosi ad agricoltori di altri centri, da San Marco in Lamis a Vieste, con molti dei membri che hanno cinquant’anni o poco più: “Sono giovani, per l’agricoltura di oggi. Sono quelli che sono rimasti a coltivare e sentono questa problematica in maniera pesante”. Scoraggiarli, aggiunge D’Avolio, vuol dire accelerare un processo che il Gargano conosce già: terreni lasciati a se stessi e, di conseguenza, paesi che continuano a svuotarsi. A Vico, in particolare, il tema del declino demografico pesa parecchio: “Siamo arrivati al minimo storico - osserva - e continuiamo a perdere abitanti. Se disincentivi chi ancora lavora la campagna, quello prima o poi abbandona”.   Ora l’attesa è per un nuovo passaggio regionale, con l’ipotesi di un confronto dell’assessorato competente con Comuni e categorie.

D’Avolio, però, non nasconde l’impazienza: ricorda precedenti aperture maturate anche in sede di commissione regionale e teme che alle disponibilità politiche non segua ancora una soluzione amministrativa. Per questo motivo non esclude che, esaurita la strada del confronto, il comitato possa valutare anche quella giudiziaria, facendo leva sulla necessità di una valutazione puntuale delle caratteristiche dei fondi e sulla proporzionalità delle limitazioni. Prima, però, resta la politica, che per D’Avolio dovrebbe tornare a mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, agricoltori e comunità: "Nei piccoli paesi i problemi dovrebbero essere affrontati insieme: si discute, si ragiona e si sceglie una strada”. Con un po’ di amarezza, l’ex preside chiude con una considerazione emblematica: “Diciamo ingegnere, professore, dottore… al contadino, invece, qualche volta sembra già troppo riconoscere il valore del suo lavoro, sebbene sia colui che continua a tenere viva questa terra”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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