I precedenti che pesano: il tabù del 4-2-3-1, quando il modulo non trovò i giusti interpreti

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Da Boscaglia a Brambilla, il 4-2-3-1 ha accompagnato due delle esperienze più deludenti degli ultimi anni rossoneri. Ma più che il sistema in sé, a fare la differenza fu l’incapacità di costruire una squadra con caratteristiche realmente compatibili con quel modulo. E oggi Auteri deve fare attenzione a non ripetere lo stesso errore.

A Foggia il 4-2-3-1 non è un modulo qualsiasi. È diventato, negli ultimi anni, quasi un precedente ingombrante. Non perché sia tatticamente sbagliato, ma perché due allenatori che lo hanno utilizzato come riferimento hanno finito per lasciare la panchina senza riuscire a dare una precisa identità alla squadra. Il primo caso è quello di Roberto Boscaglia, arrivato nell’estate del ‘22 dopo l’addio di Zdeněk Zeman. L’idea era quella di voltare pagina e costruire una squadra più strutturata, ma il progetto naufragò rapidamente. Dopo appena 5 giornate di campionato Boscaglia venne sollevato dall’incarico a margine della pesantissima sconfitta interna per 0-4 contro il Pescara. Il secondo episodio è più recente, ed è legato a Massimo Brambilla. Anche in quel caso il 4-2-3-1 fu la struttura di riferimento, con una squadra costruita intorno a due centrocampisti, un trequartista e due esterni offensivi. Brambilla venne esonerato dopo 6 giornate, con appena 5 punti all’attivo e 12 gol incassati: una partenza che rappresentò uno dei peggiori avvii della storia recente del Foggia. Due storie diverse ma con un elemento comune: il 4-2-3-1 non riuscì a trasformarsi in un sistema di gioco realmente funzionale alle caratteristiche della rosa. L’esperienza di Boscaglia rappresenta probabilmente il caso più emblematico. Il tecnico siciliano arrivò dopo una stagione nella quale il Foggia aveva avuto una precisa identità offensiva, costruita sui principi di Zeman. La società cambiò allenatore, direttore sportivo e buona parte della rosa, affidandosi a giocatori considerati esperti della categoria.Il problema fu che la somma dei singoli non produsse una squadra. Il 4-2-3-1 avrebbe richiesto esterni capaci di garantire ampiezza ma anche di lavorare senza palla, un trequartista in grado di collegare centrocampo e attacco e soprattutto una coppia centrale di centrocampo capace di coprire molto campo senza perdere qualità nella costruzione.Il Foggia, invece, apparve spesso lento, prevedibile e soprattutto poco equilibrato. Alcuni giocatori vennero utilizzati in posizioni nelle quali non riuscivano a esprimere le loro caratteristiche migliori. Il caso Boscaglia, quindi, insegna che il 4-2-3-1 ha bisogno di interpreti estremamente specifici. Non basta mettere quattro uomini offensivi alle spalle o vicino alla punta per ottenere una squadra offensiva. Due anni dopo, con Brambilla, il copione ha assunto forme diverse. Il tecnico aveva un’idea di calcio più orientata al possesso, alla costruzione e alla valorizzazione dei giovani. Il Foggia partì con il 4-2-3-1 e, in alcune occasioni, mostrò anche buone potenzialità. La vittoria contro l’Altamura, per esempio, arrivò proprio con una prestazione convincente: Da Riva e Tascone costituivano la coppia centrale, mentre Orlando, Emmausso e Zunno agivano alle spalle di Santaniello. Il problema è che quella prestazione rimase isolata. Contro il Monopoli arrivò un pesantissimo 1-4 allo Zaccheria, e in quella partita il sistema mise in evidenza uno dei suoi rischi principali: se gli esterni offensivi non garantiscono un adeguato lavoro di copertura e i due mediani non riescono a proteggere la squadra, il campo si allunga e il doppio mediano può essere sistematicamente esposto alle transizioni avversarie. Pochi giorni dopo, contro il Latina, Brambilla ripropose il 4-2-3-1 con Zunno, Emmausso e Orlando dietro Murano. Il risultato fu uno 0-0 che raccontò un’altra difficoltà: tanta presenza sulla trequarti, ma poca capacità di trasformare il talento offensivo in produzione concreta. Ed è forse questa la contraddizione più interessante del Brambilla foggiano: c’erano giocatori di qualità, ma non necessariamente giocatori complementari per quel sistema. Il 4-2-3-1 non è una formula magica né una condanna. Il problema sono le distanze. Se la squadra costruisce male, i due mediani rimangono lontani dalla trequarti. Se gli esterni non accorciano, il trequartista resta isolato. Se la punta non riesce a fare reparto da sola, il Foggia perde immediatamente profondità. E quando si perde palla, il sistema può diventare ancora più fragile: quattro uomini offensivi possono trovarsi sopra la linea della palla e lasciare ai due centrocampisti un’enorme quantità di campo da difendere. È esattamente per questo che non basta dire che il Foggia ha già fallito con il 4-2-3-1. Bisogna chiedersi con quali giocatori lo ha fatto. Boscaglia aveva un gruppo costruito senza una perfetta sintonia con il suo calcio. Brambilla aveva esterni e trequartisti di qualità, ma non sempre la combinazione di gamba, equilibrio e caratteristiche necessaria per rendere sostenibile il sistema per novanta minuti. 
E oggi Auteri?
  

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testatina dillo al direttore WEB

 

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