Quando si pensa al turismo, l’immaginazione corre subito verso il mare cristallino, i vicoli bianchi di Peschici, il monolite di Vieste, le spiagge affollate e i tramonti che ogni estate richiamano migliaia di visitatori. Si parla di alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, esperienze e accoglienza. Esiste però un mondo che raramente finisce sotto i riflettori, pur essendo indispensabile affinché quella complessa macchina possa funzionare ogni giorno senza fermarsi mai. È un lavoro silenzioso, fatto di organizzazione, precisione, tempi da rispettare e responsabilità. Un lavoro che il turista non vede, ma di cui beneficia in ogni momento del suo soggiorno. Tra lenzuola perfettamente preparate, asciugamani sempre disponibili e servizi che sembrano scontati, esiste una filiera senza la quale il turismo moderno semplicemente non potrebbe esistere. In questa filiera si inserisce la storia di Alessia Scrima, ventisettenne originaria di Ariano Irpino che oggi rappresenta il volto operativo di Megalav sul Gargano, una lavanderia industriale diventata negli anni un punto di riferimento per gran parte delle strutture ricettive tra Vieste e Peschici. Un’impresa che rappresenta, a tutti gli effetti, uno dei cuori pulsanti dell’ospitalità garganica e che permette a centinaia di attività turistiche di lavorare quotidianamente durante la stagione estiva. Dietro questa realtà, però, c’è una gestione familiare più ampia: l’azienda è infatti portata avanti anche ad Ariano Irpino dai suoi genitori, che ne sono soci, insieme ai cugini, in un lavoro condiviso che unisce territori diversi ma un’unica visione imprenditoriale. La sua, però, non è la storia di chi aveva programmato fin dall’inizio di seguire questo percorso. Come accade a molti giovani, Alessia aveva immaginato un futuro diverso. Dopo il diploma sceglie Roma, dove intraprende gli studi universitari in Comunicazione, un ambito che sembrava destinato ad accompagnarla verso un percorso professionale lontano dal mondo dell’impresa familiare. Il suo progetto era un altro, costruito attorno a interessi differenti e a prospettive che difficilmente lasciavano immaginare un ritorno nel settore avviato dal padre. La vita, però, ha spesso la capacità di modificare i programmi senza cancellare le aspirazioni. Piuttosto, le trasforma. Così Alessia si ritrova quasi per caso a entrare in un’azienda che fino a quel momento aveva osservato soprattutto da figlia. È un passaggio che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare naturale. In realtà non lo è affatto. Subentrare in un’attività già consolidata significa assumersi responsabilità importanti, imparare un mestiere complesso e, soprattutto, conquistarsi giorno dopo giorno una credibilità personale che non può essere ereditata insieme all’azienda. È forse questa una delle sfide più delicate che molti giovani imprenditori affrontano quando raccolgono il testimone di un’impresa familiare. Essere continuamente identificati come “il figlio di” o, in questo caso, “la figlia di” può trasformarsi in un peso invisibile. Da una parte rappresenta un’eredità preziosa, costruita con anni di lavoro e sacrifici; dall’altra impone la necessità di dimostrare costantemente il proprio valore, facendo capire che il ruolo ricoperto non deriva soltanto dal cognome, ma dalle competenze, dalle decisioni e dall’impegno quotidiano.