Per anni la Cappella della Maddalena è rimasta lì, nel cuore di Palazzo San Domenico, come una ferita aperta. Il luogo che custodisce alcuni tra gli affreschi più antichi della città –soprattutto L’Albero di Jesse - che, allo stesso tempo, mostra senza filtri il peso del tempo e dell’incuria soprattutto. Ne abbiamo scritto più volte su queste colonne, documentando il progressivo deterioramento dell’antica abside della chiesa di San Domenico: un bene che appartiene alla storia profonda di Manfredonia e che da anni attendeva un segnale concreto. Quel “segnale” è arrivato adesso, con un tempismo che non può essere definito virtuoso ma che almeno rompe l’immobilismo. L’assessora alla Cultura del Comune di Manfredonia, Maria Teresa Valente, ha annunciato l’affidamento delle indagini conoscitive a Maddalena Leonardo, restauratrice specializzata. È la fase preliminare, cioè quella che servirà a capire quanto è profonda la ferita, quali materiali sono compromessi e che tipo di interventi saranno necessari. Un primo passo concreto dopo anni di sollecitazioni. L’antica abside della chiesa di San Domenico è un frammento tardoduecentesco che ha attraversato una storia quasi romanzesca. Separata dalla chiesa, colmata di detriti e interrata, poi trasformata in torre di avvistamento, infine inglobata nel carcere. Solo nel 1895 tornò alla luce, rivelando gli affreschi che oggi conosciamo: il San Nicola, il San Domenico, la Maddalena con la deposizione di Cristo e, soprattutto, L’Albero di Jesse: il più prezioso e il più compromesso. La questione è annosa, basti pensare che già nel 1897 il Comune chiese un contributo ministeriale per restaurarlo. Più di un secolo dopo, siamo ancora qui a parlare di urgenza. Un’urgenza che, oggi, è evidente. L’Albero di Jesse è ridotto molto male: lo abbiamo scritto, fotografato, mostrato ai lettori. L’acqua scivola lungo le pareti, la pellicola pittorica è instabile, le cromie sono sbiadite, alcune parti sono ormai irrecuperabili.
La Soprintendenza, nel 2025, aveva autorizzato il progetto di restauro e aveva chiesto al Comune di procedere rapidamente, parlando di “rapido progredire del degrado”. Un monito chiaro, che però non ha prodotto immediatamente un intervento. Solo ora, mentre proseguono i lavori per il Museo civico Re Manfredi – proprio nell’area che si affaccia sul chiostro – si avvia la fase di indagine.
Sembra quasi un paradosso: si costruisce un museo ma il contenuto più fragile resta in attesa. Non per volontà – questo appare pacifico - ma per mancanza di fondi. Il restauro della Cappella non rientrava nelle spese ammissibili del Museo, e il Comune ha dovuto estrapolare una somma dal finanziamento generale per evitare che la situazione peggiorasse ulteriormente. È stato un gesto intelligente, che però non è sufficiente. Per salvare davvero la Cappella serviranno risorse che il Comune di Manfredonia non può garantire. Bisognerà cercare altrove: Regione, Ministero, fondazioni, bandi dedicati ai beni culturali. Bisognerà costruire un progetto credibile e, forse, anche capace di convincere chi può investire.
La vicenda della Cappella della Maddalena dice molto di come (e quanto) una comunità è disposta a difendere ciò che la rappresenta. Per anni abbiamo scritto di questo luogo. Non per nostalgia, ma piuttosto per senso di responsabilità. Perché l’Albero di Jesse non è un affresco qualunque: è un simbolo. E i simboli, quando si deteriorano, trascinano con sé un pezzo di identità collettiva.
Oggi, finalmente, qualcosa si muove. Non in modo risolutivo ma almeno si muove, con l’arrivo di una restauratrice che inizierà le indagini. Il futuro della Cappella della Maddalena dipenderà dalla capacità di trasformare questo primo gesto in un percorso. Dipenderà dai fondi e dalle scelte politiche. Soprattutto dipenderà dalla consapevolezza che la cultura non è un ornamento.
Manfredonia - se vuole davvero costruire un museo che racconti la sua storia - dovrebbe prima imparare a prendersi cura dei luoghi che quella storia la custodiscono da secoli.
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