“Ho aspettato prima di scrivere queste parole perché, in questi giorni, ho avuto bisogno di capire cosa stessi provando davvero. Ho passato notti insonni. Ho pianto. E non mi vergogno a dirlo - le parole affidate alla pagina social della Mondadori Bookstore di corso Roma, a Foggia, dal libraio che era stato investito da polemiche nei giorni scorsi -. Ho pianto perché questa libreria non è semplicemente un negozio. È il frutto di anni di lavoro, di passione, di sacrifici, di giornate intere passate dietro un bancone, di preoccupazioni, di debiti contratti per tenerla aperta, di rate e impegni economici affrontati ogni mese. È il sudore della mia fronte e una parte enorme della mia vita. Vedere tutto questo improvvisamente associato a parole come “razzismo”, “fascismo”, discriminazione, leggere persone che non mi hanno mai incontrato descrivermi come qualcosa che non appartiene né alla mia educazione né alla mia natura, mi ha fatto male più di quanto riesca a spiegare”.
“E allora voglio raccontare una cosa con assoluta sincerità. Quando quel signore è entrato nella mia libreria chiedendomi conto di ciò che sarebbe successo poco prima, io gli ho risposto: “Non ricordo”. L’ho ripetuto più volte. E sapete perché? Perché non ricordavo davvero”.
“Non ricordavo di aver mandato via quelle due persone. Non avevo fissato quell’episodio nella mia memoria. In libreria, durante una giornata di lavoro, entrano ed escono tante persone, ci sono clienti da seguire, ragazzi, telefonate, fornitori, problemi da risolvere, mille pensieri contemporaneamente. Negli ultimi tempi, inoltre, abbiamo dovuto affrontare episodi spiacevoli, anche furti e problemi con ragazzi molto giovani, e può essere capitato che io abbia agito sovrappensiero, facendo una valutazione sbagliata. Non lo ricordavo allora e non posso inventarmi oggi un ricordo che non ho”.
“Quello che invece ricordo benissimo è ciò che è successo dopo. Ricordo un uomo davanti a me, estremamente alterato, che mi urlava in faccia a pochi centimetri dal volto e mi rivolgeva insulti pesantissimi. Ricordo me stesso immobile, quasi paralizzato da quella situazione. Non ho urlato, non ho reagito fisicamente, non ho cercato lo scontro. Non ho mai usato la violenza per imporre le mie ragioni e non avrei certo cominciato quel giorno. Continuavo soltanto a ripetere: “Non ricordo”. Ricordo anche una donna che era con lui intervenire più volte per cercare di contenerlo e di riportarlo alla calma”.
“Questa parte non è una mia invenzione. Lo stesso signor Gaeta ha scritto pubblicamente di essere tornato in libreria “furioso” e di aver utilizzato nei miei confronti “parole e insulti pesanti”. Ecco perché quella scena la ricordo perfettamente. Non ricordavo due persone che avevo eventualmente allontanato nella concitazione di una normale giornata di lavoro. Ricordo invece benissimo un uomo che mi urlava contro e una situazione che mi ha sinceramente spaventato”.
“Quasi due mesi dopo mi sono ritrovato davanti a un post pubblico, a centinaia di commenti, a persone che mi accusavano di essere razzista, fascista, ignorante, a qualcuno che mi augurava persino di chiudere la libreria. Di fronte al racconto di una madre e di una bambina che dicevano di essersi sentite ferite, cosa ho fatto? Non mi sono nascosto. Ho pensato: può essere successo, posso aver sbagliato. E mi sono scusato. Mi sono scusato pubblicamente. Mi sono scusato privatamente. L’ho fatto più volte. Forse sono stato persino troppo rapido nel caricarmi addosso una responsabilità per cercare di riportare serenità in una situazione che stava diventando enorme. Ma quelle scuse non le rinnego”.
“Se ho scambiato quella mamma, molto giovane nell’aspetto, per una ragazza e se ho interpretato male la situazione, ho sbagliato. Punto. Quello che però oggi non accetto più è che da quell’errore si ricavi automaticamente un’intenzione razzista”.
“Questa libreria è sempre stata aperta a tutti. In tanti anni sono entrate persone di ogni nazionalità, colore della pelle, cultura e condizione sociale. Non ho mai deciso chi fosse degno di comprare un libro in base alla propria origine. E proprio perché questa libreria è aperta a tutti, negli anni abbiamo avuto anche episodi spiacevoli. Furti, danneggiamenti, ragazzi entrati senza alcuna intenzione di acquistare. Questo può avermi reso più diffidente, forse troppo. Ma è una cosa molto diversa dal decidere di allontanare qualcuno perché srilankese o perché ha la pelle scura”.
“Poi, con il passare dei giorni, sono emerse anche ricostruzioni che mi hanno lasciato perplesso. Tempi raccontati in maniera diversa: prima l’episodio sarebbe avvenuto la mattina e il confronto con me successivamente, poi sarebbero trascorsi soltanto cinque minuti. Persone intervenute nella discussione che inizialmente sembravano non essere presenti e che successivamente hanno raccontato di aver assistito alla scena. Commenti comparsi e poi eliminati”.
“Non voglio accusare nessuno di aver organizzato qualcosa contro la libreria perché non posso dimostrarlo e non intendo fare agli altri quello che è stato fatto a me: attribuire intenzioni senza poterle conoscere. Ma oggi, dopo tutto quello che è emerso, qualche domanda me la pongo anch’io”.
“E permettetemi infine un pensiero molto semplice. Se quel pomeriggio, nel momento in cui avessi impedito l’ingresso, la signora mi avesse detto semplicemente: “Guardi, siamo qui per comprare un libro”, con ogni probabilità avrei capito immediatamente di aver commesso un errore e la vicenda sarebbe terminata lì, in pochi secondi. Questo non cancella una mia eventuale responsabilità. Ma aiuta forse a capire quanto possa essere sottile la distanza tra un equivoco, una valutazione sbagliata e la narrazione che ne viene costruita successivamente”.
“Io so una cosa. Ho dedicato una parte enorme della mia vita ai libri e a questa libreria. L’ho difesa nei momenti difficili, ho fatto sacrifici, mi sono indebitato per tenerla viva, ho passato giornate intere qui dentro cercando di consigliare il libro giusto a chi entrava. E vedere tutto questo ridotto, in poche ore, a una parola come “razzista” mi ha spezzato. Perché posso accettare di aver sbagliato. Posso chiedere scusa, e l’ho fatto. Posso imparare da un errore. Ma non posso accettare che qualcuno trasformi quell’errore nella definizione della mia persona, della mia educazione e di una vita intera di lavoro”.
“Ringrazio tutte le persone che in questi giorni mi hanno scritto, telefonato, abbracciato e raccontato pubblicamente la persona che hanno conosciuto in tanti anni. Quelle parole mi hanno aiutato molto più di quanto possiate immaginare”.
“Io continuerò ad aprire questa libreria ogni mattina. Continuerò a fare il libraio. Continuerò ad accogliere chi entra da quella porta. E continuerò, come ogni essere umano, anche a poter sbagliare. Ma almeno permettetemi di essere giudicato per ciò che sono davvero, non per l’etichetta che qualcuno ha deciso di cucirmi addosso sui social”.
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