Ormai siamo arrivati al punto che in buona parte della provincia di Foggia i presidi di Continuità assistenziale sanitaria (meglio conosciute come Guardie mediche) restano chiusi il sabato, la domenica e comunque a ridosso dei giorni festivi. Le prime criticità dei mesi scorsi erano state segnalate tra i Monti dauni, e sul Gargano, erano proseguite soprattutto a Lucera, poi si è passati in altri grandi centri, e l’ultimo in ordine di tempo sembra essere stato Manfredonia. Il cartello affisso fuori dalla porta nello scorso week-end informava i pazienti che il servizio sarebbe ripreso puntualmente domenica sera, invitando in caso di necessità a “rivolgersi nei Comuni limitrofi per tutte le prestazioni non differibili”. Si sarebbe trattato di capire quali fossero quelli regolarmente aperti, e in effetti l’avviso non ne indicava alcuno. La questione ormai sta assumendo i contorni della vera e propria emergenza, gestita in maniera pessima dai singoli distretti, dalla Asl in generale e ancora di più dal sistema sanitario regionale, nonostante le lamentele della popolazione siano sempre più diffuse. Non sono poche nemmeno nelle città dove esiste un ospedale con relativo pronto soccorso, perché molto spesso gli operatori al suo interno non possono e non devono accogliere situazioni che andrebbero indirizzate verso un medico autorizzato, per esempio, alle prescrizioni farmacologiche che in un nosocomio sono impossibili. I Sindaci sono praticamente tutti sulle barricate. Quello di Lucera, Giuseppe Pitta, aveva annunciato la presentazione di una denuncia per interruzione di pubblico servizio: “Mi sono dovuto scusare al posto di chi invece dovrebbe farlo e non lo fa, perché questa è una mancanza di rispetto assoluta nei confronti dei cittadini. Dopo essermi confrontato più e più volte con chi di competenza rispetto a questo problema, senza alcun risultato, e davanti al fatto che sono stati fatti buchi da centinaia di milioni in sanità e guarda caso i problemi che non si riescono a risolvere sono sempre quelli a loro svantaggio. Ma mi auguro, anzi sono certo, che con le ‘buone maniere’ saremo ascoltati”.

Confcooperative Sanità Puglia chiede al presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, e all’assessore regionale alla Sanità, Donato Pentassuglia, di intervenire con urgenza sulla procedura di gara indetta dalla ASL di Brindisi per l’affidamento del servizio di assistenza domiciliare, sollecitando l’immediato ritiro del bando e l’adozione del regolamento regionale per l’accreditamento degli erogatori di cure domiciliari integrate e palliative. Il nodo centrale non riguarda la singola gara né le proroghe tecniche adottate dall’Azienda Sanitaria, peraltro da considerare ai limiti della legalità, ma la mancata approvazione, da oltre due anni, del regolamento regionale previsto dalla normativa nazionale e dall’Intesa Stato-Regioni del 4 agosto 2021 in materia di autorizzazione e accreditamento delle cure domiciliari. L’Intesa Stato-Regioni ha infatti definito i requisiti minimi per l’autorizzazione all’esercizio e quelli ulteriori per l’accreditamento delle cure domiciliari, in attuazione dell’articolo 1, comma 406, della legge 178/2020.

Al presidio di riabilitazione S.A.R.A. Srl “Villa Maria” SS della Sanità, nel comune di Volturara Appula, la situazione è persino peggiore di quella della Turati. A differenza della struttura viestana, qui non c’è stata nessuna riunione con i sindacati, nessun tavolo ufficiale, nessuna rivalutazione annunciata. Soltanto una PEC arrivata l’8 maggio e sei pazienti “fragili” che dal primo giugno avrebbero dovuto lasciare il posto in cui vivono da più di quattro anni. Questo è quanto. Il resto, all’interno della struttura, è stato un vortice di telefonate, famiglie nel panico e operatori lasciati senza indicazioni precise, nel silenzio più totale dei vertici Asl. Anche qui il motivo è lo stesso: il nuovo setting assistenziale previsto dal regolamento regionale. Anche qui i pazienti dovrebbero essere trasferiti verso il Don Uva di Foggia - Gruppo Telesforo. Anche qui si parla di “appropriatezza clinica”. Ma all’interno di Villa Maria la vicenda viene raccontata con parole molto diverse. “Si parla di pazienti fragili, non di numeri” - è il leit motive che viene ripetuto incessantemente. I sei pazienti sono arrivati tra febbraio e giugno del 2022, dopo una richiesta diretta della stessa Asl alle strutture del territorio per accogliere persone che si trovavano fuori regione. Da allora, tutto il reparto è stato rimodulato attorno alle loro esigenze: un intero piano dedicato; attività specifiche; routine quotidiane costruite negli anni. Ma anche attività laboratoriali, ortoterapia, pittura, uscite organizzate, teatro e momenti di condivisione hanno scandito negli anni la loro quotidianità. “Per loro questa è diventata una vera casa”, raccontano gli operatori e le famiglie. Ed è proprio su questo aspetto che il caso di Volturara assume contorni ancora più pesanti.

A quella comunicazione della Asl è seguito letteralmente il caos. Le telefonate delle famiglie, le strutture che scoprono tutto quasi all’ultimo momento, gli operatori senza indicazioni precise e diciotto pazienti psichiatrici a Vieste, più altri sei a Volturara Appula, improvvisamente destinati a lasciare quei reparti che per anni sono diventati la loro casa. Adesso qualcosa si muove... o forse semplicemente si prova a prendere tempo. Dopo il caso esploso nelle ultime ore attorno alla Fondazione Turati di Vieste, la Asl Foggia ha deciso di fare un passo indietro almeno parziale: i pazienti saranno rivalutati. Tutti: i tredici destinati al trasferimento immediato verso il Don Uva di Foggia, struttura del gruppo Telesforo, ma anche gli altri cinque casi più complessi che erano rimasti in una sorta di limbo e i sei di Villa Maria. Una frenata arrivata dopo giorni tesissimi, culminati nella riunione tra Asl, struttura e sindacati. Fino a poche ore prima il trasferimento sembrava ormai cosa fatta. Data fissata (il primo giugno), comunicazioni già arrivate alle famiglie, PEC inviate alle strutture e una motivazione che ruota attorno al nuovo setting assistenziale previsto dal regolamento regionale 12/2015, il cosiddetto “mantenimento di tipo 2”, accreditamento che il Don Uva possiede e che invece le due strutture garganiche non hanno. Ma mentre la parte burocratica provava a seguire il suo binario, sul territorio ci si chiedeva: Che cosa succede a persone fragili che da quattro, dieci anni vivono negli stessi luoghi, con gli stessi operatori, le stesse abitudini, gli stessi spazi, e che da un giorno all’altro si sentono dire che devono andare via? È lì che il caso ha iniziato a cambiare faccia. Perché scavando oltre le carte sono emersi racconti pesanti, caratterizzati da pazienti destabilizzati, familiari che parlano di decisioni comunicate senza spiegazioni, strutture che sostengono di non essere mai state coinvolte davvero nel percorso. Il sunto può essere più o meno questo: “Nessuno ha pensato all’impatto umano di tutto questo”. Poi a Vieste e a Volturara, apparentemente, qualcosa si è mosso. Però il clima resta tesissimo. 

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