Il caporalato continua a cambiare volto, ma non sostanza. Dalle campagne della Capitanata ai cantieri, dalla logistica ai servizi, il sistema dello sfruttamento della manodopera resta una delle principali emergenze del mondo del lavoro italiano. È questo il quadro emerso ieri nel corso della missione istituzionale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, arrivata a Foggia per una giornata di audizioni e sopralluoghi dedicati proprio al fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori migranti e alle criticità legate al reclutamento della manodopera. La delegazione, guidata dal presidente della Commissione Tino Magni e composta anche dai senatori Ignazio Zullo e Gisella Naturale, ha incontrato in Prefettura magistrati, rappresentanti delle forze istituzionali, organizzazioni datoriali, sindacati e associazioni impegnate sul territorio. Nel pomeriggio, invece, la visita al centro “Ghetto Out Casa Sankara”, realtà simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione dei lavoratori agricoli stranieri in provincia di Foggia. Al termine degli incontri, Magni ha tracciato un primo bilancio dell’attività d’inchiesta portata avanti dalla Commissione in diversi territori italiani, indicando proprio nella mancanza di una gestione regolare ed efficace dei flussi di manodopera una delle principali cause dell’illegalità diffusa. “Siamo una commissione d’inchiesta e il nostro compito è fare un lavoro a tutto campo, senza fermarci a un singolo aspetto del problema”, ha spiegato il presidente della Commissione. “Stiamo portando avanti questo lavoro in diverse realtà, tra cui Foggia e la Capitanata, e il leitmotiv è sempre lo stesso. Nei campi ci sono magari più lavoratori africani, mentre in altri settori prevalgono lavoratori dell’Est Europa o asiatici, ma la sostanza non cambia. Il problema è sempre più o meno uguale”. Secondo Magni, il punto centrale riguarda il rapporto tra fabbisogno di lavoratori e strumenti previsti per garantire ingressi regolari e occupazione legale. “In Italia abbiamo bisogno di manodopera e le imprese hanno bisogno di lavoratori. Questo è il primo dato da cui partire. Però questa manodopera dovrebbe essere formata e almeno in parte selezionata. Il decreto flussi è un meccanismo previsto dalla legge, non dai caporali, e quindi dovrebbe funzionare. Invece non funziona. Tra domanda e offerta, quando le persone arrivano sul posto, non c’è corrispondenza. E molto spesso questo produce illegalità diffusa nel nostro Paese”, ha aggiunto. Parole che fotografano una situazione che la Capitanata conosce da anni e che continua a rappresentare uno dei nodi più delicati dell’economia agricola del Mezzogiorno.

Il Comitato Multinazionale per la Moschea di Foggia comunica che “il procedimento amministrativo relativo al progetto del futuro luogo di culto è in corso secondo le disposizioni normative vigenti e non prevede alcuna forma di intervento esterno che possa modificarne l’iter. Le iniziative di raccolta firme attualmente promosse non producono effetti sul procedimento, non essendo previste dall’ordinamento come strumenti idonei a incidere su procedimenti soggetti a competenze pubbliche definite dalla legge”.

È finito al centro del dibattito sul concerto del Primo Maggio a Parco San Felice, ma più come volto esposto che come reale responsabile delle scelte contestate. Davide Eronia, 25 anni, è oggi uno dei protagonisti involontari di una polemica che ha soprattutto radici politiche e amministrative, e che si inserisce in un clima già segnato da forti tensioni interne alla maggioranza. Classe 2001, foggiano, laureato al Conservatorio Umberto Giordano, Eronia è uno di quei profili che negli ultimi anni hanno animato la scena artistica e musicale cittadina. Secondo chi lo conosce, lavora di fatto come freelance, collabora stabilmente con realtà del centro storico come il Timeless e costruisce eventi e serate con una cifra riconoscibile, legata ai linguaggi contemporanei. “È un ragazzo in gamba, preparato, con una passione autentica per la musica – racconta una fonte interna vicina all’organizzazione, sentita dall’Attacco – un’energia positiva per la città, in grado di mettere insieme esperienze e relazioni sul territorio”. Non è la prima volta che mette mano al Primo Maggio foggiano. “Questo è il terzo anno che contribuisce all’organizzazione del concertone, sempre in raccordo con l’assessorato alla Cultura”. Una continuità operativa che, negli anni precedenti, non aveva sollevato particolari criticità. La differenza, semmai, sta tutta nell’impianto formale costruito attorno all’edizione di quest’anno. “La novità è stata la costituzione dell’associazione 1 Maggio Foggia, fatta in tempi rapidissimi, con lui come riferimento operativo”. Ed è qui che nasce la frattura. “Il problema non è Eronia – sottolinea la fonte – ma il modo in cui si è deciso di strutturare l’affidamento. Si è voluto dare una veste formale a qualcosa che negli anni precedenti era stato gestito in maniera più fluida, ma lo si è fatto male e in fretta”. Una scelta che ha finito per esporre proprio il profilo più debole della catena decisionale. “Di fatto è stato messo in mezzo a una dinamica amministrativa confusa, senza le coperture politiche e comunicative necessarie e senza un supporto organizzativo adeguato”.



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