Quanti sono i Centri di accoglienza straordinaria attivi in Capitanata? Chi li gestisce, quanto costa mantenerli e quali controlli vengono effettuati per verificare che gli impegni assunti con lo Stato siano rispettati? Domande apparentemente semplici, ma non altrettanto facili da soddisfare attraverso un quadro pubblico aggiornato, completo e facilmente consultabile. Eppure parliamo di strutture, persone, contratti e denaro pubblico. È da queste domande - prima ancora che dai singoli episodi - che ha preso forma il lungo lavoro d’inchiesta che stiamo portando avanti su queste colonne da mesi ricomponendo pazientemente una trama che non si lascia leggere attraverso un solo documento.
La Capitanata è uno dei territori nei quali il sistema dell’accoglienza si misura con una realtà particolarmente articolata. Ai centri governativi si affiancano i CAS, le strutture del sistema ordinario SAI e le foresterie destinate ai lavoratori migranti. Sono circuiti differenti - con finalità, gestioni e responsabilità diverse - che talvolta finiscono per incrociarsi negli stessi territori e nelle stesse vicende. Confonderli sarebbe un errore, tuttavia ignorarne le connessioni - quando emergono dai documenti - lo sarebbe altrettanto.
Un dato aiuta a comprendere la dimensione del problema. Nel bando pubblicato nel 2025, la Prefettura di Foggia ha indicato un fabbisogno complessivo di 700 posti CAS, suddivisi fra strutture da 15 a 50 posti e strutture da 51 a 100. Numeri che mostrano che siamo di fronte a un’organizzazione tutt’altro che marginale, nella quale l’affidamento dei servizi e la vigilanza assumono un peso considerevole.
I numeri, tuttavia, non esauriscono la questione. Un contratto stabilisce gli obblighi e un capitolato definisce gli standard, ma chi controlla che tutto corrisponda a quanto dichiarato? Che cosa succede quando emergono irregolarità? E quali strumenti vengono attivati quando le garanzie previste non trovano riscontro nella realtà?
L’accoglienza non può essere valutata soltanto sulla base dei posti disponibili o delle risorse impegnate. Deve essere misurata anche attraverso la qualità dei servizi, la tutela delle persone e il rispetto degli obblighi assunti da chi li gestisce, e da chi è chiamato a controllarli. Il resto sono dichiarazioni. E le dichiarazioni - da sole - non bastano.
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