Nella quattro giorni dedicata a Manfredonia al cinquantenario del più grave incidente del petrolchimico Anic-Enichem, ha registrato un elevato interesse la relazione fatta da Valentina Acquafredda, ricercatrice e antropologa dell’Università di Foggia, durante l’appuntamento del 26 settembre nell'auditorium Serricchio. L’Attacco ha deciso di pubblicarla integralmente.
Iniziai a occuparmi di Manfredonia nel 2024, nell’ambito del progetto PRIN PNRR Quasi-Ruins del Dipartimento di Studi Sociali dell’Università di Foggia. Il progetto interrogava ciò che resta della stagione industriale in luoghi nei quali la dismissione non coincide con una fine netta: spazi trasformati, sospesi, nei quali il passato continua in qualche modo a interferire con il presente. E, inevitabilmente, quella parola, quasi-rovine, orientava anche il mio sguardo. Il lavoro che ho condotto qui è stato etnografico: interviste, conversazioni, osservazione, ritorni negli stessi luoghi e, spesso, dalle stesse persone. E uso la parola ritorni non casualmente, perché fare etnografia non significa soltanto raccogliere ciò che qualcuno pensa in un determinato momento. Significa stare abbastanza a lungo da vedere come una posizione si costruisce, come cambia, come può contraddirsi, come entra in relazione con altre posizioni ed è anche per questo che, più che cercare una narrazione unitaria di Manfredonia, ho provato a seguirne le ambivalenze, le fratture, le dissonanze. Quando cominciai il lavoro sul campo partendo proprio dall’area industriale, incontrai qualcosa di diverso da ciò che mi aspettavo, non un classico esempio di archeologia industriale, ma un paesaggio normalizzato. Dell’ex petrolchimico dismesso rimane ormai poco di immediatamente riconoscibile. Non ci sono più le torri, grandi strutture abbandonate capaci di imporsi allo sguardo, non c’è una monumentalità che pur avendo perso la propria funzione, continua a raccontare autonomamente ciò che è accaduto. Ci sono recinzioni, nuove attività e gli impianti della bonifica, che è la presenza più immediatamente percepibile nell’area e che dura ormai più a lungo della stessa vita produttiva del petrolchimico. E ai piedi di quell’area c’è una spiaggia che continua a chiamarsi Il Paradiso, uno scarto semantico fortissimo rispetto alla storia che quel paesaggio porta con sé. E’ per questo che nel corso della ricerca, cominciai a spostarmi dal concetto di quasi-rovine a quello di non-rovine, per indicare non luoghi senza passato, ma luoghi nei quali la progressiva scomparsa dei supporti materiali ha modificato fortemente le condizioni attraverso cui quel passato può essere riconosciuto. Quando scompare una rovina, infatti, non scompare necessariamente ciò che è accaduto, ma una delle forme attraverso cui quel passato poteva rendersi immediatamente leggibile. Ed è qui che il problema della scomparsa materiale incontra quello della percettibilità. Non tutti i danni entrano nella nostra esperienza nello stesso modo. Prendo in prestito da Michelle Murphy l’idea di regimi di percettibilità: gli strumenti, i saperi e le pratiche attraverso cui alcune cose diventano riconoscibili e azionabili, mentre altre rimangono molto più difficili da percepire. Pensiamo, per contrasto, alla discussione sulla balneabilità del mare la scorsa estate. Quando viene messa in dubbio la possibilità di fare il bagno, il rischio si traduce immediatamente in una domanda: posso entrare in acqua oppure no? Posso portarci mio figlio o mia figlia oppure no? Il rischio produce una decisione. È molto diverso rapportarsi a una falda contaminata, a una bonifica che dura da decenni, a una vasta area di mare classificata come SIN, ovvero Sito di Interesse Nazionale, a esposizioni i cui effetti possono distribuirsi nel tempo. È molto più difficile, in questi casi, arrivare a percepirsi come “inquinati”. Sono questioni reali e importanti, ma molto meno facilmente incorporabili nell’esperienza quotidiana.
Non sono meno reali, ma sono meno immediatamente percepibili. E sarebbe forse troppo semplice interpretare questa distanza soltanto come indifferenza. Nessuna comunità può vivere mantenendo costantemente la minaccia al centro del proprio orizzonte. Per continuare ad abitare un luogo bisogna, in qualche modo, rendere abitabile anche il rischio. Ma ciò che non è più pienamente visibile può continuare ad agire. È qui che la non-rovina diventa, per me, spettrale. Avery Gordon ci ha insegnato a prendere sul serio ciò che sembra assente ma continua ad agire. Lo spettro non è semplicemente qualcosa di irreale: è ciò che non è più pienamente presente, non si impone più allo sguardo e, tuttavia, continua a produrre effetti.
Ma il fatto che una storia continui ad agire non significa che sia conosciuta nello stesso modo da tutti.
Durante il campo ho incontrato persone che sapevano moltissimo di Chernobyl e pochissimo di ciò che era accaduto a pochi chilometri dalle proprie case. Ho incontrato ragazze che riconoscevano l’Ajinomoto solo per la sua forma dell’ellisse perché mostrata come esempio dal docente di matematica. E ho incontrato molte persone che, prima ancora di cominciare un’intervista, mi dicevano: “Io però non ne so molto”. Quel “non so” non è un intoppo nella ricerca. È un dato. Ci dice qualcosa sui modi attraverso cui le memorie circolano: alcune trovano canali capaci di renderle parte di un immaginario molto più ampio; altre continuano a essere trasmesse soprattutto attraverso famiglie, biografie, associazioni, commemorazioni, lavori di ricerca. E quindi la domanda non è banalmente chi sappia e chi non sappia. È: come fa la storia di un luogo a diventare parte dell’alfabeto attraverso cui chi lo abita impara a leggerlo? Ma c’è un passaggio ulteriore. Perché anche quando una storia viene poi conosciuta e trasmessa, non significa che venga interpretata da tutti nello stesso modo e abbia il medesimo significato.PER LEGGERE L'ARTICOLO COMPLETO
Area SIN: dissonanze di memoria, invisibilità e spettralità dell’ex Anic-Enichem di Manfredonia
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