Dopo 29 anni dedicati al mondo dell'acconciatura, per uomo e donna, il coiffeur foggiano Mario Paciello ha scelto di aprire un nuovo capitolo della propria storia professionale. Per quasi tre decenni il suo nome è stato legato a “Mario Moda Capelli”, un'attività costruita nel tempo attraverso il lavoro quotidiano, la formazione e soprattutto il rapporto con umano le persone, non semplici clienti. Oggi quella storia non viene cancellata ma ha generato un’evoluzione, facendo nascere “Ergòria”, il nuovo marchio con cui Mario Paciello vuole rappresentare una visione più ampia e consapevole del proprio lavoro. “Cambiare nome dopo 29 anni non è stata una decisione semplice - ha spiegato Mario Paciello - perché Mario Moda Capelli rappresenta una parte importante della mia vita professionale. 
Ma proprio l'esperienza maturata in questi anni m’ha portato a capire che il mio lavoro era diventato qualcosa di diverso. Avevo bisogno di un'identità che rappresentasse ciò che sono oggi”. Il nuovo progetto nasce da una convinzione precisa: “La bellezza dei capelli parte dalla cura della cute - ha sottolineato Paciello -. Nel mio percorso professionale, l'attenzione alla cute ha assunto, sempre più, un’importanza significativa, affiancando alla tradizione dell'acconciatura lo studio e l'approfondimento della tricologia”. Da questa evoluzione nasce anche il Metodo Depuris, sviluppato da Paciello come percorso professionale dedicato alla cura della cute, articolato in quattro momenti: “Disintossicare, disinfiammare, purificare, sanificare e igienizzazione – ha chiarito il tecnico tricologo e maestro artigiano -. L'obiettivo è mettere la persona al centro e partire dall'osservazione della cute per costruire un percorso personalizzato, prima ancora di occuparsi del risultato estetico dei capelli. La tradizione che guarda al futuro Ergòria non vuole, però, rappresentare una rottura con il passato. Al contrario, invece, perché nasce proprio dall'esperienza maturata in 29 anni di mestiere”. 

Quando lasciò Foggia, nell’aprile del 2006, aveva poco meno di trent’anni e la pratica forense appena conclusa. Davanti aveva un foro affollatissimo. Dietro, un Paese che allora contava meno di ottomila avvocati in tutto: non una provincia, l’intera Repubblica Ceca. Massimiliano Pastore ci si trasferì e non è più tornato. Foggiano di nascita e di formazione, Pastore si è laureato in giurisprudenza in città in un momento preciso della storia dell’ateneo: la sede distaccata dell’Università di Bari era appena diventata Università di Foggia. “Ricordo anche il passaggio con la carta intestata”, racconta a l’Attacco: la sua laurea è già foggiana, il corpo docente era ancora quello barese.
Finita la pratica conseguì un master in Europa centrale e orientale, in parte a Berlino, e con quello la possibilità di uno stage a Praga finanziato dal programma europeo Leonardo. “Rimasi stregato dalla bellezza della città”. Aveva già visto la Polonia nell’estate del 2003, alla vigilia dell’allargamento dell’Unione, e quel viaggio lo aveva “vaccinato” sulla regione. Il resto lo mise lo spirito da esploratore che dice di aver preso dagli scout, di cui fa parte da quando aveva meno di dieci anni. Curriculum agli studi legali di Foggia non ne mandò. “Volevo esplorare nuovi percorsi”: pensava di fare un’esperienza lontano da casa e tornare. Si trovò bene, e a Praga trovò più spazio di quanto pensasse. L’esame da avvocato lo sostenne quando era già in Repubblica Ceca, mentre imparava come funzionava il sistema del posto e si inseriva in uno studio legale che aveva già qualche cliente italiano. C’è un aspetto della sua storia che vale per chiunque abbia una laurea in giurisprudenza e stia valutando l’estero: la professione è esportabile quasi senza attriti. Il titolo italiano è riconosciuto in modo automatico, spiega Pastore: basta produrre il certificato di iscrizione all’ordine di provenienza, nel suo caso quello di Foggia, e si viene iscritti all’albo degli avvocati europei. Quello che non è automatico viene dopo: “Le leggi sono di ispirazione comune, i principi sono comuni, ma è una legge diversa”. Serve la lingua locale. Oggi si occupa soprattutto di diritto societario, e quasi tutte le società che segue hanno un legame con l’Italia: proprietà italiana, o gestione italiana. Accanto c’è il diritto internazionale privato europeo, e una docenza alla University of New York in Prague, ateneo privato in partenariato con l’università statale di New York. Vive a Teplice, in Boemia, verso il confine tedesco, e a Praga ci sta due o tre giorni a settimana, perché i clienti e le udienze sono lì. La scelta è voluta: “Col passare degli anni ho iniziato ad avvertire il desiderio di una città un po’ più piccola”.

La strada tra Praga e la Capitanata l’aveva già percorsa qualcuno: è nato nella capitale boema Zdeněk Zeman, che a Foggia ha lasciato un segno come nessun altro nome straniero. Oggi la stessa strada la percorre in senso contrario Andrea De Marco, ventisette anni, foggiano, che a Praga studia come sono fatti i buchi neri. Ci è arrivato nel 2023, ed è all’inizio del terzo anno.
Gli abbiamo chiesto se, nei tre anni passati a Foggia durante la pandemia, ci fosse stato qualcuno con cui parlare di fisica. La risposta data a l’Attacco è stata una sola parola: “No”. Quei tre anni non sono un dettaglio. De Marco aveva lasciato Foggia al secondo anno di liceo per trasferirsi a Cesena, poi si era iscritto a fisica a Bologna, triennale e magistrale. Il covid lo ha riportato indietro: la magistrale in fisica teorica l’ha seguita da casa, restando iscritto all’ateneo bolognese. È il periodo in cui ha studiato a Foggia da adulto, sapendo già cosa avrebbe fatto nella vita. Quello che gli è mancato non erano le aule. “Mancava il rapporto con i colleghi, il rapporto umano, perché non ho potuto nel frattempo affinare la capacità di interagire con i colleghi sui nostri temi”, racconta. Gli chiediamo delle biblioteche e dice che c’erano, la provinciale e quelle universitarie, con il limite di chiudere in serata e nel fine settimana, ma lui non è mai stato un gran frequentatore e studiava a casa. Non è un problema di strutture. È un problema di persone.
Di cosa si occupa lo riassume così: studia come descrivere microscopicamente i buchi neri nella teoria delle stringhe. Perché sia importante lo spiega invece con un paragone. “Ampère non si era mai posto il problema di studiare l’elettricità perché fosse utile alle persone accendere la luce la notte”, dice: per Ampère e per tutti gli altri le domande sull’elettricità erano soltanto divertenti, e soprattutto domande aperte a cui nessuno sapeva rispondere. “La naturale direzione in cui una persona curiosa può andare”. Con i buchi neri, aggiunge, funziona allo stesso modo: a come sia fatto un buco nero visto da molto vicino non si sa rispondere, ed è inevitabile che qualcuno ci lavori.
Il posto a Praga non l’ha scelto. Ha mandato candidature a tappeto, in Italia e all’estero, e l’ha vinto lì. “È stata una scelta obbligata”, dice, ma obbligata dal concorso: “Avrei potuto vincerlo in qualunque altra città, sarei andato in qualunque altro posto”. È partito con la porta aperta: proviamo, vediamo come va, male che vada dopo tre mesi torno indietro. Per il dopo farà lo stesso, perché chi vuole restare nella ricerca deve lasciare l’istituto in cui ha preso il dottorato: candidature ovunque, sperando che prima o poi tocchi anche all’Italia.

A Vieste lo chiamavano Giuseppe “La Natura”, e già nel soprannome c’era tutto. C’era il suo modo di stare al mondo, la sua passione per le piante, per il paesaggio, per le pietre, per ciò che veniva prima e per ciò che rischiava di sparire. C’era anche quella sua aria fuori dal tempo, un po’ severa, un po’ eccentrica, che a chi non lo conosceva poteva sembrare soltanto stravaganza e che invece, dietro, nascondeva studio, disciplina, ossessione per la precisione e una forma viscerale di amore per il territorio. Giuseppe Ruggieri non era laureato. Aveva iniziato studi di botanica a Roma, poi interrotti dopo la morte del padre, quando la famiglia tornò a Vieste. Eppure, nel ricordo di chi lo ha frequentato, era uno di quegli uomini ai quali non serviva un titolo per essere riconosciuti come intellettuali. “Era una specie di enciclopedia del Gargano”, racconta a l’Attacco Raffaele Gentile, artigiano e titolare di “Lithos”, che lo conobbe attraverso il padre Carlo, suo amico stretto. “Parlava di cose che sapeva. Quando diceva una cosa, sapevi che dietro c’erano letture, osservazioni e verifiche. Non parlava mai per sentito dire” - ricorda. Il suo campo naturale era la botanica, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Ruggieri conosceva specie, habitat, luoghi di crescita, stagioni. Sapeva dove trovare piante ormai rare, quali resistevano soltanto sul Gargano, come mutavano con il clima e con l’altitudine. Per arrivarci camminava e camminava, per chilometri, spesso da solo, dentro la Foresta Umbra, lungo i costoni, nelle aree interne, nei valloni, in luoghi dove oggi si arriva in macchina e dove allora si arrivava consumando suole. Poteva stare due o tre ore immobile, in inverno, con una macchina fotografica presa in prestito, aspettando la luce giusta per fotografare un fiore. Una diapositiva soltanto, magari, ma fatta come voleva lui. “Oggi viviamo in un mondo che corre”, osserva Gentile. “Giuseppe era l’opposto, aveva una pazienza quasi incomprensibile. Per fotografare una pianta poteva restare fermo per ore. Era fuori dal mondo, ma nel senso più alto del termine”.

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