Alle sue iconiche spiagge, come quella  del Pizzomunno, e alle suggestioni del suo centro antico, Vieste sta provando ad affiancare un’altra ragione per farsi conoscere, e magari raggiungere. In città c’è una nuova generazione di professionisti del gusto, cresciuti tra laboratori e cucine, spesso partiti per imparare altrove e poi tornati a misurarsi con le possibilità (e le contraddizioni) della propria terra. Una generazione che sta trovando il coraggio di alzare l’asticella, senza rinnegare le proprie radici. Le notizie delle ultime settimane ci consegnano l’immagine di un piccolo movimento gastronomico che comincia a raccogliere risultati. Michele Falcone, che aveva conquistato già nel 2025 il titolo di miglior panettone artigianale al cioccolato d’Italia, è nuovamente tra i dieci finalisti di Mastro Panettone d’Élite, questa volta nella categoria tradizionale; Alessio Caizzi e Angelo Biscotti hanno ottenuto la qualifica di giudici stellati della guida Il Peperoncino Rosso, un riconoscimento che li proietta nel circuito delle competizioni gastronomiche nazionali e internazionali. Storie differenti, accomunate dalla volontà di portare il nome di Vieste al di fuori dei suoi abituali confini. In questa cornice, giovedì 8 ottobre, un appuntamento importante ha restituito alla cucina una valenza culturale da addizionare al suo tradizionale ruolo conviviale. Al ristorante “La Ripa”, nel cuore del centro storico, si è tenuta la tappa garganica del Tour del Gusto, l’itinerario promosso dall’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto. Un pranzo a più mani, nato dall’incontro tra Andrea Miacola, padrone di casa, Michele Impagnatiello, chef di Cru Vineria e Cucina a Foggia, e Iginio Ventura, maestro gelatiere di Pinagel a Peschici. Tre sensibilità amalgamate da un’unica intenzione: raccontare la Capitanata attraverso i suoi prodotti, le sue tradizioni, le sue possibilità ancora inesplorate. Quella che poteva sembrare una semplice successione di portate si è invece rivelata un esercizio di identità, con le erbe spontanee, il pescato e le materie prime della quotidianità garganica che si sono fatti vocabolario di un racconto volto a creare un connubio memoria e sperimentazione.
La rilevanza di esperienze come questa risiede nel fatto che da esse può prendere forma una diversa ambizione turistica: non più soltanto una cucina al servizio di chi viene in vacanza, ma una gastronomia che sia essa stessa motivo del viaggio.
E se il fermento di questi giorni racconta una città che prova a prendere coscienza del proprio patrimonio, la storia personale e professionale di Andrea Miacola ne incarna forse una delle espressioni più interessanti, poiché nel suo percorso convivono il richiamo di casa e le grandi scuole internazionali, la disciplina dell’alta ristorazione e il desiderio di renderla più umana. Con una convinzione maturata negli anni: il futuro, prima ancora che nei riconoscimenti, si costruisce nelle persone.

Benoît Moncorgé cercava un posto che fosse ad almeno due ore da un aeroporto internazionale, così ha aperto una cartina, ha visto quello sperone proteso nell’Adriatico, ha letto “parco naturale” e, ingrandendo ancora, gli è comparsa Vieste. Un anno dopo vive in una casa del centro storico, coltiva basilico sul terrazzo, prepara orecchiette con le cime di rapa e colleziona storie. A Parigi, da dove proviene, gli è rimasto un attico di una sessantina di metri quadrati dietro il Moulin Rouge, a Montmartre, dal quale si vede anche la Torre Eiffel. Lo sta vendendo, perché ha deciso che la sua vita, ormai, è qui. A raccontarlo così sembra il capriccio romantico di uno scrittore francese e invece dietro la scelta di Benoît Moncorgé c’è una biografia che di lineare ha pochissimo e che, a ben guardarla, sembra già uno dei suoi racconti.
Prima dello scrittore, infatti, c’è stato il manager. Business school, marketing, comunicazione, una lunghissima carriera in Alcatel cominciata nel 1987. Ventotto anni nella stessa grande azienda, fino a diventare direttore europeo marketing e comunicazione, con sedici Paesi da seguire, Italia compresa. Era il percorso rassicurante che i suoi genitori avevano immaginato per lui: “Avevano paura che non avessi un lavoro. Così ho seguito il cammino più sicuro”. Solo che, a un certo punto, ha scoperto di stare percorrendo la strada sbagliata.

Nel 2012 un’amica con una vita fuori dall’ordinario gli propose di scriverne la biografia e lui, colto alla sprovvista, in un primo momento rifiutò: non aveva tempo, aveva responsabilità, soprattutto non si considerava uno scrittore. L’amica non mollò: “Ci vedevamo spesso. Poi una sera avevo probabilmente bevuto un po’ troppo e ho detto di sì”. Ride quando lo racconta, perché una decisione presa quasi per sfinimento gli ha spostato l’asse della vita. “Scrivendo mi sono reso conto di quanto fosse importante per me”. A cinquant’anni arrivò anche una domanda molto semplice: era davvero contento della vita che stava facendo? “Non volevo arrivare alla fine con dei rimpianti. Avevo dato molta energia e molte competenze per arricchire persone che erano già molto ricche. A un certo punto, per me, non aveva più senso”.
Cominciò così quella che non esita a definire la sua seconda vita. Cinque anni di laboratori di scrittura gli fecero capire che ad attirarlo era il racconto, dove ogni parola deve stare esattamente dove si trova.

L’Italia, però, era entrata nei suoi radar molto prima di Vieste, già dal 1982, anno in cui trascorse sei mesi a Roma. Aveva imparato l’italiano in appena un anno per affrontare il concorso d’ingresso alla business school, grazie a una docente di Tours, la città dov’è nato. 
Poi ci furono uno stage a Pesaro e i viaggi in Sicilia, Costiera Amalfitana, Firenze, Assisi, Milano, Torino, Genova. La Puglia l’aveva già vista, ma quella delle rotte più conosciute: Bari, il Salento, Alberobello, Polignano. Il Gargano mai prima dell’estate del 2025.

Sua madre gli prenotò un corso di inglese a Londra. Ci fu un errore nell’indirizzo e lui si presentò a Wimbledon, a mezz’ora di treno dalla scuola giusta. Il giorno dopo arrivò dove avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, e scoprì che il giorno prima, ad aspettarlo invano, c’era un’insegnante di turno. Quell’insegnante oggi è sua moglie. “Mia madre non ha mai considerato quel corso un suo errore”, racconta a l’Attacco Giuseppe Torres: “Ha sempre sostenuto le mie scelte professionali, sapendo bene che quello che volevo fare non era possibile a Foggia”.
Da quell’indirizzo sbagliato sono passati quasi trent’anni. Torres, classe 1968, vive a Chippenham, nel sud-ovest dell’Inghilterra, ha tre figli nati tutti nel Regno Unito e lavora nei semiconduttori. In Italia non tornerà. Era partito da Foggia subito dopo il liceo scientifico Volta, per iscriversi a Ingegneria elettronica alla Federico II di Napoli - “attratto dalla sua buona reputazione”. Il primo anno erano oltre mille matricole, “un ostacolo logistico non da poco”, ma il livello dei docenti del corso quinquennale, quando la laurea breve ancora non esisteva, confermava la fama della facoltà. Due anni prima della laurea, purtroppo, suo padre morì improvvisamente. Tutta la sua vita lavorativa in Capitanata è durata pochi giorni. Dopo la laurea fece un tirocinio alla Tekna Automazioni di Foggia, azienda specializzata nella programmazione di PLC, in linea con la sua specializzazione in robotica industriale. Doveva durare un mese. Dopo pochi giorni arrivò la notizia di aver superato la preselezione per il corso da allievo ufficiale di complemento, quindi partì. “Sono felice di vedere che Tekna è ancora attiva e lavora oggi con clienti da tutto il mondo”, dice oggi di quell’unica esperienza foggiana. Il militare lo portò in giro per l’Italia, dapprima a Sabaudia, alla scuola di artiglieria contraerea, e poi al reggimento Nembo di Gradisca d’Isonzo come sottotenente. Lo ricorda con piacere: fu “il primo vero distacco da casa”, reso più pesante dal lutto recente, ma anche un’esperienza che gli lasciò un buon ritorno economico e amicizie che conserva ancora. “Il militare fu determinante in quel percorso di distacco”, dice, quel distacco che durante l’università si interrompeva ogni due o tre settimane con il ritorno a Foggia. “Lì ho imparato a prendere decisioni e a viverci”. La ragione per cui guardava già fuori dall’Italia era un’altra, e la dice senza giri di parole. Aveva partecipato a una selezione Fiat per un programma internazionale di sette anni, e non era andata a buon fine “per mancanza di raccomandazioni”. È da lì che nasce l’idea del corso di inglese: differenziarsi dagli altri ingegneri. Ventotto anni dopo, alla domanda se tornerebbe, quella parola – raccomandazioni – tornerà identica. Al rientro da Londra, dopo molte candidature, fu assunto alla FRER di Milano, che produce strumentazione per quadri elettrici, come responsabile dell’ufficio tecnico. Introdusse i microprocessori in prodotti fino ad allora passivi, creando strumenti multifunzione che fecero crescere il fatturato e che, dice, sono tuttora a listino. Nel frattempo Rebecca lo raggiunse a Milano e trovò subito lavoro come insegnante di lingua, “con una retribuzione quasi doppia rispetto alla mia”. Quando la relazione si fece seria si sposarono; due giorni dopo le nozze, prima della luna di miele, Torres sostenne un colloquio con la Rover per una posizione da ingegnere di prodotto. Era il suo primo colloquio in lingua straniera. L’offerta era pari al doppio dello stipendio italiano.

Le comunità garganiche della Congregazione delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, stanno vivendo, in questi giorni, la presenza della Madre Generale Tina Salierno, che sta visitando la “sua” San Nicandro Garganico visto che c’era stata la prima volta dal 1978 al 1981, come docente, per poi tornarci cinque anni fa. In qualità di Madre Generale, suor Tina Salierno deve far visita a livello mondiale, a tutte le congregazioni in cui c’è la presenza delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore.  Sono cinque le comunità garganiche che vedono la presenza delle suore, impegnate nel territorio, all’accoglienza, all’ascolto delle famiglie, a supportare minori e anziani, oltre a chi versa in uno stato di disagio. “Sono arrivata a San Nicandro il 10 settembre, visitando la scuola paritaria ‘Mario Zaccagnino’, i suoi bambini, le insegnanti, e la vicina Casa di Riposo. Poi andrò a San Giovanni Rotondo, quindi a San Marco in Lamis ed a Vieste. Al termine, tornerò a Roma. Ma da gennaio (la Madre Generale lo è a livello mondiale, ndr) sarò in visita alle congregazioni nelle Filippine, in India, in Argentina, Colombia, Venezuela. Il mio compito è restare vicino alle consorelle e alle loro attività rivolte all’infanzia, agli anziani, alle persone che vivono in uno stato di disagio”. Madre Tina Salierno, in quest’intervista esclusiva a l’Attacco, descrive il suo compito nell’area garganica, considerando che a San Nicandro, c’era già stata quarant’anni fa, come insegnate alla Zaccagnino: “C’è stata commozione, quando ho incontrato alcuni ex alunni, della leva 1978-81, che oggi hanno cinquant’anni – ha ripreso Madre Tina -. Le suore, però, operano nel territorio da un secolo, e si occupano dell’accoglienza, dell’ascolto, della formazione, dell’assistenza agli anziani e sono presenti in parrocchia. Oggi, nelle congregazioni presenti su Gargano, operano una ventina di suore e tante consorelle, arrivano anche da Paesi extra UE e sono laureate in Scienza della Formazione. Facciamo anche corsi di aggiornamento alla didattica, nella nostra sede di Roma”. 

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