“Alle dimissioni dell’Assessore Marino, ad oggi, non sono seguiti atti concreti da parte del gruppo dei cosiddetti dissidenti, né degli altri consiglieri di maggioranza. Infatti i consiglieri di quell’area non hanno ancora proceduto con l’unico atto realmente capace di staccare la spina a questa amministrazione comunale da loro stessi definita fallimentare: le dimissioni contestuali della maggioranza dei consiglieri comunali. Né tale dignitosa iniziativa è stata coltivata dagli altri consiglieri di maggioranza. L’opposizione è pronta da sempre, nel rispetto della prerogativa del proprio ruolo di alternativa politica per la città”.

Le dimissioni di Marino hanno scosso i precari equilibri politici di San Severo. Nel frattempo, dentro e fuori Palazzo Celestini, si moltiplicano retroscena, contatti e prese di posizione. Il clima è ormai tesissimo, soprattutto dentro il gruppo di Manzaro, protagonista nelle ultime ore di uno sfogo durissimo raccolto da l’Attacco. “Basta con questi cog…oni”, ha affermato il sindaco-ombra in un dialogo con il giornale, indicando come detonatore finale della crisi la recente variazione di bilancio per la Festa del Soccorso e, in particolare, circa cinquemila euro destinati a un artista inserito nel cartellone degli eventi. Una vicenda che, secondo quanto trapela, avrebbe fatto definitivamente saltare gli equilibri già compromessi dentro la maggioranza. Nelle stesse ore, secondo ricostruzioni interne, il consigliere regionale ed ex coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia Giannicola De Leonardis avrebbe proposto al coordinatore provinciale di Con Rosario Cusmai la possibilità di prendere il posto di Marino in Giunta. Un tentativo che avrebbe l’obiettivo di recuperare i consiglieri emilianisti Irmici e Damone dentro gli equilibri della maggioranza. Sempre sul piano politico, nelle ultime ore si starebbe registrando anche un pressing sulla consigliera Loredana Florio, mentre ieri a pranzo la Sindaca Colangelo avrebbe avuto un colloquio con il consigliere Ciliberti. Durante la Festa del Soccorso, inoltre, Manzaro e Nobiletti sarebbero stati visti parlare a lungo. Intanto, fuori dal Palazzo, le dimissioni dell’ex assessore hanno provocato reazioni durissime.

A San Giovanni Rotondo la campagna elettorale, sembra  una lunga resa dei conti che va avanti da mesi. E adesso che il voto è alle porte e i rapporti di forza iniziali sono ormai mutati, il quadro comincia a definirsi con maggiore chiarezza, con l’incognita più grande legata al ballottaggio che - com’è noto - ha spesso ribaltato tutto. La sensazione che circola negli ambienti politici della città è abbastanza netta: Rossella Fini parte in vantaggio, oltre che sul piano politico, soprattutto sul piano numerico. È lì che si starebbe giocando la vera differenza rispetto agli altri candidati. “Non è una questione di qualità, è una questione di quantità”, osserva chi segue da vicino gli equilibri sangiovannesi. In parole povere: il peso delle liste e dei candidati consiglieri continua a contare moltissimo in una città in cui il consenso si costruisce ancora con le reti personali. Ed è proprio questo l’elemento che starebbe spingendo molti osservatori a escludere sorprese clamorose al primo turno. L’idea dominante è che la corsa vera sia tra Rossella Fini e Floriana Natale, con gli altri candidati costretti almeno sulla carta a rincorrere. Il dato politico più pesante resta la frattura del centrosinistra. Una rottura che covava da tempo e che alla fine è esplosa in maniera definitiva: per mesi si è andati avanti con tensioni interne e diffidenze reciproche rimaste sottotraccia, finché il vaso non è saltato. “Loro vedevano tutti quanti la vittoria in mano, quindi tutti volevano essere protagonisti della vittoria”, racconta chi conosce bene le dinamiche cittadine. Il risultato finale è stato opposto: divisioni, rancori e due blocchi progressisti che oggi si contendono lo stesso elettorato. Ed è qui che il centrodestra pensa di poter infilarsi davvero. Floriana Natale parte da una base politica più compatta e soprattutto da uno scenario favorevole: trovarsi davanti un’area progressista spezzata in due. Uno scenario che, secondo molti, rende quasi obbligatorio almeno l’accesso al ballottaggio.

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