“Nel Consiglio comunale di ieri unica nota positiva la partecipazione numerosa di lavoratori, cittadine e cittadini in particolare per la discussione dei punti relativi ad ATAF e Stazione di Posta – dice Pasquale Cataneo per il coordinamento Civica Italia di Foggia -. In entrambi i casi definite determinazioni non condivisibili in quanto le annotazioni fatte da parte della minoranza e dai cittadini non sono state prese in considerazione e gli esiti finali, contenuti negli atti approvati dal cd. Campo largo, sono la dimostrazione della inadeguatezza politico-amministrativa dell’attuale maggioranza e del C.d.A. che sta affossando ATAF e che ha, di fatto, non ascoltato ne’ i cittadini presenti e nemmeno le sollecitazioni della minoranza su la Stazione di posta i cui lavori proseguono”.

Il trasporto pubblico urbano, la contestazione dei residenti di Ordona Sud per il progetto della Stazione di Posta e, sullo sfondo, una maggioranza che continua a muoversi su equilibri precari mentre si avvicina il passaggio decisivo del bilancio. Il Consiglio comunale di Foggia di ieri ha condensato nell’arco di diverse ore tutte le tensioni che attraversano da mesi Palazzo di Città, trasformandosi in una seduta ad alta intensità politica e istituzionale. L’aula si è aperta in un clima già pesante. Nelle prime file hanno preso posto circa cinquanta residenti del quartiere Ordona Sud, arrivati a Palazzo di Città per seguire la discussione sulle mozioni relative alla Stazione di Posta prevista nell’ex scuola Arpi, il progetto finanziato con fondi PNRR destinato all’accoglienza di persone in condizioni di grave marginalità sociale. Una presenza rumorosa ma ordinata, che ha accompagnato buona parte dei lavori consiliari e che ha finito inevitabilmente per condizionare anche il clima politico della giornata. La protesta dei cittadini ha riportato al centro tutte le criticità che da settimane agitano il quartiere. Da una parte la preoccupazione per la collocazione della struttura all’interno di un comparto residenziale periferico e isolato, dall’altra il forte malcontento per un percorso percepito come calato dall’alto e mai realmente condiviso con i residenti. Molti interventi, anche fuori microfono, hanno insistito soprattutto su questo punto. Non tanto una contestazione sul principio dell’accoglienza, quanto sul metodo e sulla scelta urbanistica. La vicenda della Stazione di Posta ha inevitabilmente finito per intrecciarsi con le tensioni politiche che da mesi attraversano la maggioranza. Dopo una sospensione dei lavori e una lunga mediazione interna, l’aula è arrivata a una riformulazione della mozione che punta a chiedere al Ministero una variazione della destinazione funzionale della struttura, senza però mettere in discussione il finanziamento né la funzione sociale del progetto. Un tentativo di mediazione che prova a tenere insieme le richieste dei residenti, la necessità di non perdere le risorse del PNRR e le differenti sensibilità presenti dentro il campo largo. Ma il vero banco di prova politico della giornata era rappresentato dal primo punto all’ordine del giorno, quello relativo al futuro di Ataf e all’avvio del percorso amministrativo verso l’affidamento in house del trasporto pubblico urbano. Un passaggio definito strategico dalla maggioranza e considerato invece con forte diffidenza dalle opposizioni. Dopo ore di discussione, il Consiglio ha approvato l’atto che consente al Comune di chiedere alla Provincia la delega per l’esercizio della funzione di affidamento in house del servizio. Una scelta che l’amministrazione considera fondamentale per rafforzare il controllo pubblico sul trasporto urbano e per consolidare il ruolo di Ataf quale società interamente partecipata dal Comune. Il dibattito in aula è stato lungo e spesso molto acceso.

Prevedibili, quasi inevitabili, le reazioni del mondo politico, sindacale e della società civile dopo la durissima stangata fiscale annunciata dal presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, che ha definito “inevitabile” l’aumento dell’Irpef per tentare di colmare la gigantesca voragine nei conti della sanità pugliese. Una misura pesante, destinata ad incidere direttamente sulle tasche dei cittadini, che ha immediatamente acceso polemiche e scaricato sul governatore il peso politico di una situazione finanziaria esplosiva. Eppure, nel pieno della bufera, non è passato inosservato come Decaro stia finendo inevitabilmente per svolgere il ruolo di parafulmine rispetto a quella che da più parti viene ormai definita una gestione scriteriata e opaca accumulatasi nel corso degli anni precedenti. A irritare ulteriormente opposizioni e osservatori, però, è stato soprattutto il tentativo del presidente di attribuire gran parte delle responsabilità del dissesto ai mancati trasferimenti e alle scelte del governo centrale, lasciando invece soltanto sullo sfondo — quasi tra le righe — le profonde responsabilità politiche e amministrative maturate all’interno della stessa governance regionale che si è succeduta negli ultimi anni. Ed è proprio questo il punto che più di ogni altro sta alimentando lo scontro: la sensazione diffusa che sia mancata, almeno finora, una presa di coscienza piena, netta e autocritica sulle falle strutturali che hanno trascinato la sanità pugliese verso un deficit da oltre 350 milioni di euro. Una linea più schietta e trasparente, probabilmente, avrebbe consentito a Decaro di attenuare parte delle accuse e di sottrarsi almeno in parte agli strali di un’opinione pubblica già esasperata da liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso e servizi sanitari sempre più fragili. Ma torniamo a cosa prevede la manovra fiscale studiata dall’equipe di Decaro. La misura principale annunciata riguarda l’aumento dell’addizionale Irpef regionale, con un impatto progressivo sui redditi superiori ai 15mila euro, mentre resteranno esclusi gli scaglioni più bassi. Accanto all’aumento fiscale, la Regione ha illustrato un piano di contenimento della spesa che dovrebbe intervenire su: razionalizzazione dei costi sanitari; controllo della spesa farmaceutica; revisione delle assunzioni; riduzione degli sprechi amministrativi; monitoraggio più stringente dei bilanci delle Asl; rafforzamento dei controlli sui centri di costo. L’obiettivo dichiarato è riportare il sistema sanitario pugliese in equilibrio evitando il commissariamento. Durissima la reazione del centrodestra regionale e nazionale, che accusa il centrosinistra di aver prodotto un “disastro contabile” ora scaricato sui cittadini. Il deputato di Forza Italia Davide Bellomo ha parlato apertamente di sprechi, inefficienza e clientelismo, definendo vergognoso il comportamento politico di Decaro. Secondo Bellomo, il deficit non sarebbe riconducibile a una riduzione dei trasferimenti statali ma a una gestione fuori controllo della macchina sanitaria regionale. Nel mirino dell’opposizione finiscono soprattutto: gli sforamenti della spesa farmaceutica; le assunzioni considerate clientelari; l’assenza di controlli efficaci sui direttori generali; i ritardi accumulati nelle prestazioni sanitarie; le liste d’attesa ormai fuori scala. Bellomo cita casi emblematici, come appuntamenti per piani terapeutici rinviati addirittura al 2027, sostenendo che il sistema sia arrivato a un punto di saturazione nonostante l’aumento delle risorse nazionali destinate alla sanità pugliese negli ultimi anni. Nelle ultime ore le opposizioni hanno compiuto un ulteriore salto politico presentando una proposta di legge per istituire una Commissione regionale d’indagine sul deficit sanitario. La proposta porta la firma congiunta dei presidenti dei gruppi consiliari di centrodestra: Paolo Pagliaro per Fratelli d’Italia; Paride Mazzotta per Forza Italia; Fabio Saverio Romito per Lega Luigi Lobuono per il Gruppo Misto. Nel documento, il centrodestra sostiene che il disavanzo sanitario non possa essere derubricato a semplice criticità tecnica ma rappresenti il sintomo di un collasso amministrativo e programmatorio.

Si riuscirà a raggiungere il quorum del 40% dei votanti? Questo è l’unico interrogativo che ormai circola a Mattinata, rispetto alle elezioni comunali di domenica e lunedì prossimi, dopo la clamorosa esclusione dalla competizione della lista Obiettivo Mattinata per numero eccessivo di sottoscrizioni. La lista era guidata dal candidato sindaco Pasquale Arena, il 38enne avvocato che fu assessore comunale negli ultimi mesi del sindaco Michele Prencipe, otto anni fa. Rimasta in campo la sola lista di Noi Comunità, quella dell’amministrazione uscente capitanata dal primo cittadino Michele Bisceglia, non c’è altra incognita in vista delle urne imminenti. Nel piccolo paese da poco più di 5.800 abitanti (sulla carta), Bisceglia e i suoi invitano tutti alle urne agitando lo spettro di un nuovo commissariamento – dopo quello del 2018 per infiltrazioni mafiose – e rimarcando la necessità di far proseguire l’attività amministrativa. Il sindaco ha avuto il sostegno, nel comizio della scorsa settimana, del dominus Pd e assessore regionale Raffaele Piemontese, insieme alla squadra dei sindaci di centrosinistra del Gargano (d’Arienzo da Monte Sant’Angelo, Di Brina da Carpino, D’Arenzo da Peschici, Merla da San Marco in Lamis), oltre alla consigliera regionale dem Rossella Falcone. Mentre per Arena era pronto a spendersi a Mattinata il presidente della Provincia Giuseppe Nobiletti, sindaco di Vieste. “Ma davvero vogliamo tornare indietro?” è la domanda rivolta in questi ultimi giorni pre-voto dalla maggioranza uscente. Tanti, però, stanno invitando l’elettorato a non recarsi ai seggi, a cominciare da Pasquale Arena, che rimarca come anche quella di non votare sia una libera e democratica scelta, l’unica rimasta vista l’unica lista sulla scheda: “Oggi il quorum è una garanzia. È l’opportunità di una scelta vera, per decidere davvero il futuro di una comunità. La Corte Costituzionale lo afferma con chiarezza: obbligare moralmente i cittadini al voto, o colpevolizzare chi non vota, limita la libertà democratica. Non recarsi alle urne è una scelta legittima espressione di una libertà individuale e politica che nessuno può sanzionare, colpevolizzare o trasformare in arma di pressione. Non votare è tutelato dalla legge, soprattutto in presenza di un quorum. Non è una violazione. Nessuna minaccia velata, nessun ricatto emotivo, nessuna colpevolizzazione può cambiare questo fatto. Lo dicono i giudici costituzionali. Non io. Alle grida disperate, preferisco la voce silenziosa e libera di chi con la propria mente e il proprio cuore sa che la democrazia non è obbedienza cieca. È scelta, sempre”. 

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