Un sistema autoreferenziale: parte visibile nei ghetti ma le decisioni vengono dai piani alti delle Prefetture

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Più tempo passa e più si ha contezza che è sbagliato pensare che per capire il sistema dell’accoglienza in provincia di Foggia sia sufficiente andare nei ghetti. Sono soltanto la parte visibile del problema, quella più brutale e dunque più facilmente fotografabile. In quei luoghi senza tempo le contraddizioni dello Stato non hanno bisogno di essere spiegate perché si vedono a occhio nudo: baracche, sporcizia, assenza di servizi. Uomini e donne che lavorano, dormono, mangiano in condizioni che in un Paese civile dovrebbero appartenere alla memoria e non alla cronaca. Il ghetto, però, è soltanto il fondo della fotografia. Sopra - molto più in alto – c’è un altro paesaggio che merita di essere osservato con attenzione. È dove si prendono le decisioni e si spostano milioni di euro. Si scelgono le strutture, si individuano i gestori e si firmano i contratti. È nei palazzi governativi che si stabilisce cosa debba significare concretamente la parola “accoglienza”. Il sistema dell’accoglienza in Capitanata - in alcuni suoi punti - appare fragile, ripetitivo e talvolta perfino autoreferenziale. Un sistema nel quale l’emergenza sembra essere diventata una condizione permanente e nel quale la straordinarietà - da eccezione amministrativa – si è trasformata in metodo. Da una parte, quindi, abbiamo i ghetti di Capitanata, che sono il prodotto più evidente del fallimento di una politica di inclusione e di governo del territorio. Dall’altra, gli uffici che dovrebbero impedire che quei ghetti esistano, organizzando l’accoglienza per garantire dignità, controllando i gestori e verificando le strutture. La domanda che a questo punto diventa inevitabile è una sola: che cosa succede quando anche il sistema che dovrebbe correggere il fallimento comincia, a sua volta, a mostrare segni di cedimento? Basta guardare i numeri. Al 30 settembre 2026 gli arrivi via mare registrati dall’Italia dall’inizio dell’anno erano 22.786, il 54,9 per cento in meno rispetto ai 50.548 dello stesso periodo del 2025. Eppure, nello stesso momento, nelle strutture di accoglienza italiane erano presenti 126.163 persone. È una cifra enorme, soprattutto se messa accanto a quella degli sbarchi dell’anno in corso, e dimostra una cosa che il dibattito politico tende spesso a dimenticare: gli arrivi sono un flusso, però l’accoglienza è uno stock. Nel senso che le persone entrate nel sistema non scompaiono con il rallentamento degli sbarchi, piuttosto attraversano le procedure, attendono le decisioni sulle loro domande e vengono anche trasferite. Alla stessa data di settembre scorso - secondo il Ministero dell’Interno - il 68,2 per cento delle presenze era nei centri di accoglienza, il 31,4 per cento nel SAI e una quota marginale negli hotspot. Se gli sbarchi diminuiscono di oltre la metà e il sistema continua comunque a dover gestire oltre 126 mila persone, evidentemente non siamo più davanti soltanto a un problema di arrivi ma di fronte ad una gigantesca infrastruttura amministrativa permanente. 

Nelle strutture di accoglienza presenti sul territorio regionale risultavano 6.297 persone: 2.712 nei centri di accoglienza e 3.585 nel SAI. È una presenza che acquista un peso ancora maggiore se si considera la particolare concentrazione territoriale dei fenomeni migratori agricoli e lavorativi e il fatto che, dentro la stessa regione, la provincia di Foggia rappresenta uno dei territori nei quali la questione dell’accoglienza si intreccia in maniera più diretta con quella abitativa, occupazionale e del lavoro stagionale.

La Prefettura, in questa macchina, è il punto nel quale la politica nazionale diventa realtà territoriale. Il luogo in cui una struttura che ieri era un albergo può diventare oggi un CAS e domani tornare ad essere chissà cos’altro. Non è onnipotente, naturalmente. Piuttosto è vincolata dalle leggi, ma nella pratica dell’accoglienza concentra una quantità di potere amministrativo che pochi altri soggetti possiedono. Più potere significa più responsabilità. E più responsabilità significa, necessariamente, più trasparenza.

La questione posta da l’Attacco non entra nel merito del diritto della Prefettura di intervenire con urgenza quando servono posti. È chiaro che ce l’ha. Ma cosa succede quando l’urgenza si ripete perché l’emergenza dura anni, le strutture disponibili sono poche e, alla fine, i medesimi soggetti tornano a occupare gli stessi spazi? L’urgenza rischia di produrre una conseguenza paradossale: invece di essere una soluzione temporanea, diventa il terreno ideale per creare dipendenze strutturali.

L’esperienza di Alcantara Service - che abbiamo ricostruito seguendo la traccia degli atti - è interessante perché consente di osservare come un operatore relativamente piccolo possa crescere rapidamente dentro un sistema nel quale la disponibilità immediata delle strutture vale più della progettazione di lungo periodo. Quando l’assenza degli altri rende un operatore indispensabile, la competizione smette di essere tale e diventa semplice occupazione degli spazi rimasti vuoti.

Nel marzo scorso, la Prefettura di Foggia ha annunciato il progetto regionale per trasformare l’ex CARA di Borgo Mezzanone in un “Villaggio dell’Accoglienza”, con un intervento da 13,7 milioni di euro del POC Legalità. L’obiettivo dichiarato è superare il ghetto attraverso una nuova infrastruttura di accoglienza. Bene. Se non fosse che quante volte, in questi anni, abbiamo sentito annunciare il superamento del ghetto?

La provincia di Foggia ha bisogno di accoglienza perché il fenomeno migratorio esiste. Proprio per questo non si può andare avanti ancora con un’accoglienza improvvisata. Serve un sistema che non debba sempre cercare all’ultimo momento un albergo, una foresteria, una struttura o un appartamento. Nel quale l’operatore che vince non sia semplicemente quello che era lì quando gli altri non c’erano, ma quello che dimostra di saper garantire il servizio nel modo migliore. Un sistema in cui le strutture siano sottoposte a controlli effettivi e, soprattutto, un sistema nel quale nessuno diventi indispensabile.

La pubblica amministrazione non deve avere bisogno di un singolo soggetto per far funzionare la macchina, dal momento che se questo principio viene meno, cominciano gli scricchiolii. Ed è difficile non sentirli quando si osserva contemporaneamente ciò che succede ai piani bassi e ciò che succede ai piani alti.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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