L’articolo pubblicato nei giorni scorsi da l'Attacco e firmato da Josef K ha acceso i riflettori su un capitolo poco conosciuto della spesa regionale pugliese. Quello dei contributi straordinari inseriti direttamente nelle leggi di bilancio e destinati a enti, associazioni, fondazioni e iniziative individuati nominativamente. Oltre 8 milioni di euro che, secondo la ricostruzione del giornale, sarebbero stati distribuiti attraverso un sistema fortemente discrezionale durante gli anni in cui Raffaele Piemontese guidava l'assessorato regionale al Bilancio. La tesi sostenuta da l'Attacco è semplice. Non vengono messe in discussione le attività finanziate, spesso legate a eventi culturali, tradizioni popolari, recupero del patrimonio, iniziative sociali o manifestazioni territoriali. Il punto riguarda invece il metodo. I beneficiari non sarebbero stati selezionati attraverso procedure competitive o graduatorie pubbliche, ma individuati direttamente negli allegati alle norme finanziarie approvate dal Consiglio regionale. Proprio questa modalità avrebbe trasformato i contributi straordinari in uno strumento di costruzione del consenso politico. Una leva importante nelle mani dell'allora assessore al Bilancio, oggi assessore regionale alle Infrastrutture e plenipotenziario del Pd in Capitanata. Un ruolo che negli anni ha consolidato il peso politico di Piemontese all'interno del centrosinistra pugliese e che gli ha consentito di diventare uno degli esponenti più influenti della politica foggiana. Tra le decine di contributi contenuti negli allegati alla legge regionale compare anche quello destinato al SantMarké Fest, il festival delle radici di San Marco in Lamis. Gli atti hanno previsto uno stanziamento di 100mila euro a favore del Circolo Acli San Giuseppe per la realizzazione della manifestazione. Si tratta di uno dei finanziamenti inseriti nominativamente nel provvedimento e rientra a pieno titolo nel meccanismo descritto dall'articolo de l'Attacco. È a questo punto che la vicenda assume una rilevanza politica. San Marco in Lamis è il comune del consigliere regionale Napoleone Cera, eletto nelle file dell'opposizione con la Lega. Lo stesso consigliere regionale ha votato a favore del bilancio sostenuto dalla maggioranza di centrosinistra, una scelta che ha provocato reazioni e polemiche all'interno del centrodestra pugliese. Nessun elemento consente di sostenere l'esistenza di uno scambio formalizzato tra il contributo destinato al festival e il voto favorevole al bilancio regionale. Gli atti disponibili non permettono di affermarlo. Ma la politica si misura anche attraverso le conseguenze e le convergenze che determinate scelte producono. Il fatto che una manifestazione beneficiaria di un contributo da 100mila euro rientri nell'area di interesse di un consigliere regionale dell'opposizione che successivamente sostiene il principale provvedimento economico della maggioranza rappresenta una circostanza destinata ad alimentare interrogativi.

Nel film All the President's Men, l'informatore “Deep Throat” sussurrava a Bob Woodward una frase diventata leggenda: "Follow the money" - “segui il denaro”. È un consiglio che vale ancora oggi. Perché quando si smette di guardare il red carpet del festival del cinema di Foggia “Mònde” e si iniziano a leggere determine, graduatorie e bilanci, la storia diventa molto più interessante del festival stesso. Quindi sì, la citazione cinematografica calza a pennello e aveva ragione “Gola Profonda”: bisogna seguire il denaro. Iniziamo dalle carte ufficiali: la Regione Puglia ha deciso con la determina dirigenziale 171/DIR/2026/00034 di assegnare un contributo pubblico di 948.598 euro per il triennio 2025-2027 al Festival del cinema “Mònde”. A questo si aggiungono ulteriori 50.000 euro di contributo straordinario regionale. Totale: 998.598 euro, quasi un milione di euro. Un primo dato curioso emerge proprio nella determina dirigenziale dello scorso 10/03/2026: a pagina 8, infatti, si legge che il contributo precedentemente determinato per l’anno 2025 nella somma di 199.998 euro viene rideterminato a 149.998. Quindi: inizialmente addirittura era stato deliberato un importo per il 2025 di quasi 200.000 euro che però viene “ridimensionato” a marzo 2026. Ma solo apparentemente: infatti, al paragrafo successivo si legge come “è derivata la disponibilità di ulteriori risorse pari a 50.000 euro da sommarsi alle residue risorse della dotazione non assegnate”. Una circostanza che, leggendo la determina, sembra essere stata successivamente compensata attraverso la riallocazione di ulteriori risorse disponibili. Questi valori non sono una stima. Si tratta di risorse pubbliche regionali assegnate definitivamente all’associazione “Archivio MAD, memorie audiovisive della Daunia” con sede a Lucera in via Appulo Sannitica 111. L’associazione – iscritta nel registro nazionale degli Enti del Terzo Settore (ETS) e registrata nel Registro Unico Nazionale terzo Settore (RUNTS) – ha come presidente Luciano Maria Toriello e come segretario Teresa Arnese. Mettiamo meglio a fuoco questa associazione e cerchiamo di capire chi sia il soggetto che ha ricevuto e gestirà questo milione di euro, giusto per provare a dare risposta alla domanda di quali siano i criteri che hanno spinto la Regione Puglia ad affidare a questo soggetto una somma così rilevante di denaro pubblico che corrisponde a quasi 1 sesto del totale dei fondi disponibili per tutta la regione intera alla voce “Sostegno alle produzioni culturali delle ICC e altre organizzazioni culturali” nel periodo 2025-2027. Leggendo il bilancio pubblico ultimo disponibile del 2024 sul portale RUNTS dell’associazione “Archivio MAD”, emerge una realtà associativa dalle dimensioni estremamente contenute. Le entrate derivanti da contributi e donazioni ammontano a poco più di 25 mila euro. Sommando l'avanzo dell'anno precedente si arriva a circa 29 mila euro di disponibilità complessive. Sono cifre che non raccontano una grande macchina organizzativa. Non raccontano una struttura con decine di dipendenti. Non raccontano una realtà che movimenta centinaia di migliaia di euro ogni anno. Raccontano invece un'associazione che nel 2024 ha avuto un volume economico complessivo inferiore a quello di molte piccole attività commerciali. Eppure la stessa associazione si appresta oggi a gestire una somma quasi quaranta volte superiore alle proprie entrate annuali dichiarate. Naturalmente questo non costituisce una prova di alcuna irregolarità. Le organizzazioni crescono. I progetti si sviluppano. I finanziamenti servono anche a questo. Ma è precisamente in casi come questi che diventa fondamentale la trasparenza.

In occasione della sua recente visita a Foggia, lo scrittore, poeta e attivista maliano Soumaila Diawara ha fatto tappa anche nella redazione de l’Attacco. Con il direttore Piero Paciello ha affrontato i temi al centro del suo impegno civile e della sua attività pubblica, dalle migrazioni ai diritti umani, fino alla recente inchiesta sul ghetto di Borgo Mezzanone e sullo sfruttamento dei braccianti agricoli. Di seguito l’intervista integrale.

Quando ha scoperto il ghetto di Borgo Mezzanone?
Nel 2019, prima della pandemia. Avendo vissuto in Sicilia, conoscevo altre situazioni di questo tipo, ma non immaginavo che ce ne fosse una a dieci chilometri da Foggia. Sono rimasto sbalordito. Le persone vivono come macchinari da sfruttare e poi da parcheggiare.

Quante volte ci è andato dal 2019 a oggi?
Sei volte.

C’è stata un’evoluzione, un cambiamento, anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale interna alla comunità?
Qualcosa è cambiato. I braccianti si stanno organizzando, sono nati diversi negozi. La situazione si sta normalizzando e questo, dal punto di vista etico, è inaccettabile. Non dovrebbe esistere.

Ci sono più etnie rispetto al passato?
Sì, molte di più. Prima erano quasi tutti subsahariani, soprattutto del Mali. Oggi ci sono sudanesi, eritrei, marocchini, egiziani, tunisini. Si vede anche dalle attività presenti. Io sono nato e cresciuto in Africa e riesco a capire subito da dove provengono.

Come mai non ci scappa il morto ogni giorno? Esiste una sorta di paradossale fattore di coesione sociale?
Sì. Nella sofferenza, le persone abbandonate in queste condizioni diventano un branco che si unisce per andare a caccia. È una situazione che le tiene unite e permette loro di sopravvivere.

Ha fatto una denuncia pesantissima su questa droga. Noi la scopriamo attraverso di lei. Come l’ha scoperta?
Attraverso alcuni compagni che non avevano capito realmente cosa fosse. Alcune persone che seguono questi lavoratori anche dal punto di vista burocratico si sono accorte che c’era qualcosa che non andava. Non erano le solite droghe, come crack o cocaina, ma qualcosa di diverso. Mi hanno chiesto di aiutarli e così, nel novembre del 2025, sono partito da Roma e sono rimasto a Borgo Mezzanone per otto giorni. Sono entrato fingendo di cercare lavoro. Quando qualcuno me lo ha proposto, ho risposto che l’avevo già trovato. Ho fatto amicizia con alcune persone e mi sono accorto che venivano sfruttate per far circolare la droga. Ho visto arrivare nel ghetto degli italiani a bordo di suv e ho capito che qualcosa non tornava. Da quello che ricordo, erano quattro persone, tra cui un sessantenne. Ho fatto delle ricerche e ho capito chi fosse: un imprenditore pugliese.

Un imprenditore che veniva nel ghetto per fare cosa?
Veniva a smerciare questa droga.

Quante volte è venuto in quegli otto giorni?
Tre volte. Una la mattina, una il pomeriggio e una la sera. Lasciava la droga ad alcune persone del posto, che poi la distribuivano attraverso i loro negozi all’interno del ghetto. È un medicinale prodotto in India che non ha alcuna autorizzazione per entrare in Europa e in Italia. Quindi entra al cento per cento in modo illegale.

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