Diawara: “Nel ghetto gira il Royal 225, che trasforma i lavoratori in zombie. Lo introducono degli italiani”

Carattere
  • Più Piccolo Piccolo Medio Grande Più Grande
  • Predefinito Helvetica Segoe Georgia Times

In occasione della sua recente visita a Foggia, lo scrittore, poeta e attivista maliano Soumaila Diawara ha fatto tappa anche nella redazione de l’Attacco. Con il direttore Piero Paciello ha affrontato i temi al centro del suo impegno civile e della sua attività pubblica, dalle migrazioni ai diritti umani, fino alla recente inchiesta sul ghetto di Borgo Mezzanone e sullo sfruttamento dei braccianti agricoli. Di seguito l’intervista integrale.

Quando ha scoperto il ghetto di Borgo Mezzanone?
Nel 2019, prima della pandemia. Avendo vissuto in Sicilia, conoscevo altre situazioni di questo tipo, ma non immaginavo che ce ne fosse una a dieci chilometri da Foggia. Sono rimasto sbalordito. Le persone vivono come macchinari da sfruttare e poi da parcheggiare.

Quante volte ci è andato dal 2019 a oggi?
Sei volte.

C’è stata un’evoluzione, un cambiamento, anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale interna alla comunità?
Qualcosa è cambiato. I braccianti si stanno organizzando, sono nati diversi negozi. La situazione si sta normalizzando e questo, dal punto di vista etico, è inaccettabile. Non dovrebbe esistere.

Ci sono più etnie rispetto al passato?
Sì, molte di più. Prima erano quasi tutti subsahariani, soprattutto del Mali. Oggi ci sono sudanesi, eritrei, marocchini, egiziani, tunisini. Si vede anche dalle attività presenti. Io sono nato e cresciuto in Africa e riesco a capire subito da dove provengono.

Come mai non ci scappa il morto ogni giorno? Esiste una sorta di paradossale fattore di coesione sociale?
Sì. Nella sofferenza, le persone abbandonate in queste condizioni diventano un branco che si unisce per andare a caccia. È una situazione che le tiene unite e permette loro di sopravvivere.

Ha fatto una denuncia pesantissima su questa droga. Noi la scopriamo attraverso di lei. Come l’ha scoperta?
Attraverso alcuni compagni che non avevano capito realmente cosa fosse. Alcune persone che seguono questi lavoratori anche dal punto di vista burocratico si sono accorte che c’era qualcosa che non andava. Non erano le solite droghe, come crack o cocaina, ma qualcosa di diverso. Mi hanno chiesto di aiutarli e così, nel novembre del 2025, sono partito da Roma e sono rimasto a Borgo Mezzanone per otto giorni. Sono entrato fingendo di cercare lavoro. Quando qualcuno me lo ha proposto, ho risposto che l’avevo già trovato. Ho fatto amicizia con alcune persone e mi sono accorto che venivano sfruttate per far circolare la droga. Ho visto arrivare nel ghetto degli italiani a bordo di suv e ho capito che qualcosa non tornava. Da quello che ricordo, erano quattro persone, tra cui un sessantenne. Ho fatto delle ricerche e ho capito chi fosse: un imprenditore pugliese.

Un imprenditore che veniva nel ghetto per fare cosa?
Veniva a smerciare questa droga.

Quante volte è venuto in quegli otto giorni?
Tre volte. Una la mattina, una il pomeriggio e una la sera. Lasciava la droga ad alcune persone del posto, che poi la distribuivano attraverso i loro negozi all’interno del ghetto. È un medicinale prodotto in India che non ha alcuna autorizzazione per entrare in Europa e in Italia. Quindi entra al cento per cento in modo illegale.

Che effetti produce rispetto alle droghe più note?
È più pericolosa perché ha un effetto anestetizzante. Toglie a chi la assume il controllo di sé. L’ho fatta analizzare da medici indipendenti, professionisti che conosco e che si occupano di questo tipo di verifiche. Mi hanno spiegato che, ad alti dosaggi, può provocare infarto e che, associata all’alcol, amplifica i suoi effetti. Chi la assume non sente più la fatica e diventa uno zombie.

Dopo questi otto giorni nel ghetto cosa succede?
Per avere la certezza di ciò che stavo osservando, mi sono procurato il medicinale tramite una persona con cui ero entrato in confidenza. Mi ha portato in un deposito dove veniva venduto e l’ho acquistato. Successivamente ho fatto eseguire le analisi.

Quando ha denunciato ufficialmente la vicenda?
La settimana successiva, appena ho ottenuto le informazioni necessarie sugli effetti della droga e sull’identità dell’imprenditore.

Attraverso i social soltanto o anche tramite i giornali?
Attraverso i social. Ho inviato tutto anche ad alcune testate, ma non hanno pubblicato nulla. Qualcuno ne ha parlato con la Digos, ma non abbiamo avuto riscontri. Le Iene mi hanno contattato, ma non so se poi abbiano pubblicato qualcosa. Il giornalista che mi ha chiamato mi disse che probabilmente il servizio non sarebbe andato in onda per ragioni editoriali. Ho chiesto spiegazioni, ma sono stati evasivi.

Le forze dell’ordine non l’hanno contattata. Il sistema dell’informazione, vecchio e nuovo, non ha raccolto il suo lavoro. E la politica?
Solo il Movimento 5 Stelle. L’onorevole Marco Pellegrini ha detto che presenterà un’interrogazione parlamentare per capire come alcuni imprenditori italiani riescano a reperire questa droga e a portarla nel ghetto. I politici tendono a evitare queste situazioni, ne sono consapevole. Però alcuni mi seguono, come Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle. Anche Il Fatto Quotidiano, con giornalisti come Marco Travaglio e Andrea Scanzi. Non so perché questa vicenda non abbia avuto maggiore attenzione.

Domanda brutale. La sua reputazione è inattaccabile? Ha un profilo lineare o esistono zone d’ombra che possono spingere qualcuno a diffidare di lei?
Penso che abbiano semplicemente paura. Vivo in Italia da dieci anni e non ho mai avuto problemi. Nella mia vita ho sempre denunciato ciò che ho visto, anche quando si trattava di situazioni scomode. Non ho mai detto qualcosa soltanto per fare uno scoop. Non mi è mai interessato.

Come mantiene i rapporti con il ghetto? Ha conoscenze lì?
Sì, ho degli amici che mi tengono aggiornato. L’ultima volta che ci sono stato è stato il 20 aprile.

Il secondo giorno le hanno offerto un lavoro. Che tipo di lavoro era?
Un lavoro irregolare tramite un caporale. Avrei dovuto caricare e scaricare un camion per due euro e cinquanta centesimi l’ora, lavorando dieci ore consecutive.

Questo sistema del caporalato è tracciabile? Si sa chi sono i caporali e a quali aziende sono collegati?
Sì, si conoscono sia i caporali sia le aziende. Per fermare questa situazione servirebbe poco: un intervento duro, soprattutto nei confronti dell’imprenditoria che accetta manodopera dai caporali. Probabilmente esiste un sistema che intimidisce gli imprenditori. È responsabilità dello Stato intervenire e proteggerli. Va costruito anche un percorso istituzionale che consenta ai lavoratori di uscire da questa condizione di sfruttamento.

L’arrivo e la circolazione di questa droga riguardano soltanto Borgo Mezzanone?
È presente anche altrove. Mi riferiscono, ad esempio, a Torretta Antonacci, anche se non ci sono stato personalmente per verificarlo. La situazione sembra simile: persone in stato di forte alterazione che riescono a sopportare ritmi di lavoro massacranti. Non posso però dire con certezza che si tratti della stessa sostanza. L’altro giorno è morto un ragazzo in un incendio. Non sono della polizia scientifica, ma se scoppia un incendio si tenta di scappare. Invece è stato trovato sul letto, immobile. Questo mi fa pensare all’effetto di una droga molto pesante.

Sindacati e associazioni di volontariato l’hanno contattata?
I sindacati no, le associazioni sì. Personalmente non condivido la presenza dei sindacati nei ghetti, perché finisce per normalizzare una situazione che normale non è. Dovrebbero denunciare. Aprire una sede lì significa dire a queste persone che possono esercitare i loro diritti continuando a vivere nel ghetto.

Ha un interlocutore qui a Foggia?
Non faccio nomi, ma si tratta di cooperanti e attivisti del Terzo Settore. Non vivono nel ghetto, hanno strutture altrove, ma lavorano sul territorio. Mi hanno aiutato a entrare e a comprendere la situazione. Senza il loro aiuto non sarebbe stato possibile.

Che cosa fa oggi in Italia?
Oltre a scrivere, lavoro a un progetto europeo di geopolitica sui rapporti tra il blocco occidentale e quello africano. E poi mi sono sempre occupato di politica, come attivista.

È tutta colpa dell’Occidente?
No, ci sono anche responsabilità da parte delle classi dirigenti africane. Imprenditori e caporali lavorano insieme, e lo stesso avviene a livello istituzionale. L’Occidente approfitta della situazione finanziando dittature e armando Paesi africani in guerra. Ma ci sono anche presidenti africani che hanno milioni di euro depositati sui propri conti correnti in Europa.

Che idea si è fatto del Piano Mattei?
Non credo sia utile, penso che sia soprattutto propaganda. Non risponde ai problemi reali. Non si può attuare oggi un piano concepito 75 anni fa. Sarebbe come proporre le politiche di industrializzazione europea dell’Ottocento. Non credo sia adatto alla realtà attuale.

Ci sono riferimenti teorici precisi dietro le sue battaglie?
Thomas Sankara, ma anche Nelson Mandela. Ho una formazione socialista. Sono figure che dimostrano come le cose possano essere realizzate anche con pochi mezzi. Basta avere a che fare con persone oneste.

Crede nei valori della democrazia occidentale?
Sì, nei valori. Non in chi pensa di applicarli come Trump. Questo è un problema serio. La democrazia utilizzata per giustificare morti e invasioni non la accetto. Va esportata attraverso la cultura, non con le bombe. Serve un lavoro di formazione che renda le persone consapevoli.

Come racconta la complessità dell’Africa all’opinione pubblica europea?
L’Africa è un continente enorme, composto da 54 Stati e da oltre un miliardo e mezzo di persone. Conta più di 3mila etnie e oltre 2mila lingue tra idiomi locali e lingue occidentali. È una realtà estremamente complessa dal punto di vista geografico, climatico e culturale. Va compresa nella sua complessità, anche nelle politiche di cooperazione, che troppo spesso riflettono la realtà occidentale senza considerare quella africana. Il Mali e l’Italia non possono essere messi sullo stesso piano in una competizione economica. In Mali la Francia compie interventi militari arbitrari senza neppure passare dall’Europa. Bisogna cambiare approccio e adattare le politiche di cooperazione, senza imporle dall’alto, rendendole sostenibili per gli africani e permettendo loro di scegliere di restare nelle proprie terre.

Rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia riesce a governare poco e male i flussi migratori e quindi arriva anche manodopera meno qualificata. È così?
Non credo che il problema siano le competenze, ma l’identificazione. Non condivido le politiche della destra, ma una cosa giusta l’ha fatta Luca Zaia. Ogni volta che un immigrato arriva in Veneto viene identificato. Gli viene chiesto chi è, che cosa sa fare, poi viene regolarizzato e inserito nel mondo del lavoro. A Borgo Mezzanone il 90 per cento delle persone possiede almeno una competenza artigianale. Eppure viene abbandonato lì.

Come valuta il sistema dell’accoglienza? Funziona?
Potrebbe funzionare molto meglio. Bisognerebbe ascoltare maggiormente chi arriva, capire che cosa sa fare e che cosa desidera fare. Questo filtro oggi manca. Spesso le persone vengono indirizzate verso ambiti nei quali non hanno competenze, mentre magari eccellono in altri settori. Poi imparano, ma non riescono a emanciparsi. Servirebbero più orientamento e un migliore inquadramento. Le risorse economiche esistono, ma vengono gestite male. A Borgo Mezzanone ci sono meccanici, muratori, carpentieri, persone che si costruiscono da sole le proprie abitazioni. Non sono sbandati. Lo Stato deve riuscire a regolarizzarli, così da consentire anche alle aziende di assumerli.

Oltre 100 milioni di euro destinati alla provincia di Foggia attraverso il PNRR sono andati perduti. Al netto delle inefficienze delle amministrazioni locali e del ruolo della Prefettura nel coordinamento degli enti, è stato nominato un commissario che si è limitato ad annunciare interventi simbolici. Perché questa vicenda non entra nel dibattito nazionale?
C’è menefreghismo. Non vogliono affrontare il problema. Non credo manchino risorse o capacità. Non sono un complottista, ma mi viene da pensare che a qualcuno convenga mantenere questa situazione. Quando si parla di sicurezza, le persone non si rendono conto che sapere chi è una persona, dove vive e che cosa fa produce sicurezza. Questo va spiegato ai cittadini.

Quando tornerà a Foggia?
Spero di tornare a luglio per una settimana, ma devo ancora decidere. Voglio visitare anche Torretta Antonacci.

Scriverà un libro?
Sì, sto raccogliendo informazioni e credo che lo farò. Deve diventare un tema europeo. È necessario sensibilizzare l’opinione pubblica. 

   banner whatsapp canale 700

 

testatina dillo al direttore WEB

 

Migliora la tua esperienza: installa la nostra app ora!

Ottieni accesso immediato alla nostra app installandola sul tuo dispositivo iOS!
È sufficiente toccare il pulsante Share (condividi) in basso allo schermo,
poi selezionare Add to Home Screen (Aggiungi alla schermata Home).
Segui le istruzioni per aggiungere l'icona della nostra app alla schermata Home per un accesso rapido e facile.
Goditi una navigazione senza interruzioni e rimani connesso ovunque tu vada!

× Installa l'app Web
Mobile Phone
Offline: nessuna connessione Internet
Offline: nessuna connessione Internet