Borgo Mezzanone, braccianti drogati per lavorare senza sosta: la denuncia dell’attivista Soumaila Diawara

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Da oppositore politico in Mali a rifugiato in Italia, fino a diventare scrittore, poeta e attivista impegnato sui temi delle migrazioni e dei diritti umani. Soumaila Diawara, autore di libri come Le cicatrici del porto sicuro, L’Africa martoriata e La nostra civiltà, è stato nei giorni scorsi a Foggia per presentare le sue opere. L’occasione ha riportato l’attenzione anche su una recente inchiesta realizzata dallo stesso Diawara sul ghetto di Borgo Mezzanone. “Quello che ho scoperto non è soltanto sfruttamento. È molto di più. È una forma contemporanea di schiavitù, una disumanizzazione sistematica, un processo deliberato e progressivo di annientamento dell’essere umano, della sua volontà, della sua dignità e della sua capacità di resistere”, racconta l'autore. “Lavoratori progressivamente svuotati, anestetizzati e trasformati in zombie, non per metafora, ma come effetto concreto dell’uso di sostanze che permettono loro di lavorare più a lungo, più duramente, senza cedere alla fatica, senza ribellarsi, senza opporsi”. Al centro dell’inchiesta compare il farmaco Royal-225 che, secondo Diawara, “non può entrare legalmente in Europa perché né l’Agenzia Italiana del Farmaco né l’Agenzia Europea per i Medicinali ne consentono l’ingresso”, ma che verrebbe introdotto illegalmente dall’India. L’attivista afferma di averne acquisito un campione e di averlo fatto analizzare. “Il laboratorio ha confermato che l’uso di questa sostanza altera lo stato neurologico, riduce la capacità di reazione, compromette la lucidità e crea uno stato di dipendenza e di sottomissione, rendendo il lavoratore più vulnerabile, più controllabile e più facilmente sfruttabile”. Da qui le domande contenute nell’inchiesta. “Chi permette che questa sostanza entri in Italia? Chi consente che venga distribuita liberamente? Chi trae profitto da questo sistema criminale che necessita di corpi anestetizzati per continuare a produrre ricchezza?”.

Nell’inchiesta trovano spazio anche riferimenti al caporalato e alla criminalità organizzata. “Il sistema è controllato dai caporali, figure centrali di un meccanismo di sfruttamento che opera in stretta connessione con la criminalità organizzata foggiana”, spiega Diawara, che riferisce inoltre di aver osservato suv di lusso entrare e uscire dal ghetto e di aver visto un suv intestato, secondo quanto scrive, a un sessantenne pugliese. Molto duro anche il passaggio dedicato alle istituzioni. “I lavoratori - sostiene - sono vittime non solo della criminalità organizzata, ma anche dell’assenza dello Stato. Uno Stato che vede ma non interviene, uno Stato che sa ma non agisce, uno Stato che tollera l’intollerabile”.

Molti vivrebbero nel ghetto da vent’anni e, pur essendo in alcuni casi regolarmente presenti sul territorio nazionale, resterebbero esclusi dalla vita sociale. La conclusione è un appello a rompere il silenzio. “Quando si droga un lavoratore per costringerlo a lavorare di più, quando si altera la sua coscienza per aumentare la sua produttività, non siamo più nel campo dello sfruttamento lavorativo. Siamo nel campo della schiavitù. Ciò che accade a Borgo Mezzanone è il riflesso di un sistema più ampio, uno specchio che rivela il lato oscuro di un modello economico che trae profitto dall’invisibilità e dalla vulnerabilità. Oggi, di fronte a questa realtà, il silenzio non è più accettabile”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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