Era il 6 settembre 2024 quando fu assunta una interdittiva antimafia nei confronti dell’Azienda agricola Rignanese, con sede legale a San Giovanni Rotondo, dall’allora prefetto Maurizio Valiante. Nel marzo 2025 la seconda batosta per il titolare di Monte Sant’Angelo, Raffaele Rignanese: il Tribunale di Bari rigettò la richiesta di ammissione al controllo giudiziario. Adesso, finalmente, il momento della soddisfazione per l’imprenditore: la Corte d’appello di Bari, annullando la decisione di primo grado, ha concesso il controllo giudiziario per due anni. L’impresa, difesa dall’avvocato Alberto Ciuffreda ed avente radici familiari storiche, opera principalmente nell’allevamento e nella vendita di bovini e bufalini da carne in località Campolato, dove detiene una masseria e terreni adibiti a pascolo e semina. Il giudice di secondo grado ha chiarito che l'impresa Rignanese “non può essere qualificata come impresa mafiosa” ed ha contestualmente sospeso gli effetti dell'interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Foggia con conseguente sospensione dei divieti di cui all'articolo 94 del Codice antimafia, che impediscono alle pubbliche amministrazioni di “stipulare, approvare o autorizzare i contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire le concessioni e le erogazioni”, ripristinando quindi la possibilità per l'Azienda Agricola Rignanese di operare normalmente nei rapporti con la pubblica amministrazione, ivi compresa la possibilità di ricevere contributi AGEA e altre erogazioni pubbliche, partecipare a procedure di gara, ottenere l'iscrizione nella white list, intrattenere rapporti contrattuali con enti pubblici. Secondo la Corte barese, nel caso dell'impresa Rignanese, “non emergono circostanze obiettive e sintomatiche della esistenza di legami di potenziale cointeressenza tra l'impresa mettente capo al proposto e gli ambienti di criminalità organizzata. Non sussistono, infatti, idonee fonti indiziarie suscettibili di involgere un giudizio di strutturale, ancora attuale e non emendabile strumentalizzazione delle attività economiche dell'impresa ricorrente e dunque di un nesso agevolativo inestricabile tra l'attività economica e sodalizi di tipo mafioso”. Ed ancora la Corte ritiene che “gli indicatori fattuali richiamati dalla Prefettura di Foggia nell'interdittiva antimafia, come indice sintomatico del pericolo di infiltrazione mafiosa - integrino circostanze insuscettibili di configurare un condizionamento mafioso di tipo strutturale connotato dalla stabilità”.
“Nel caso in esame”, dice ancora la sentenza, “è ragionevole ritenere che si sia al cospetto di un'impresa che, per effetto della provenienza del Rignanese da un contesto probabilmente contiguo a quello della criminalità organizzata, può aver avuto rapporti con organizzazioni criminali, inquadrabili nel solco dell'agevolazione occasionale. Nella vicenda si ravvisa, dunque, l'esistenza di rapporti con esponenti della criminalità organizzata locale suscettibili di generare una situazione di occasionale agevolazione, senza tuttavia che tali rapporti lascino ritenere, per natura ed intensità, che l'impresa abbia una regia collettiva. In altri termini, si ritiene praticabile un programma di bonifica dell'impresa, ossia un programma volto a rendere l’ente economico sufficientemente presidiato dal rischio di infiltrazioni mafiose, avuto riguardo al fatto che l'impresa si presenta potenzialmente in grado di liberarsi dalla commistione di interessi mafiosi, trattandosi di attività economica che mostra attitudine nel fiancheggiamento di contesti delinquenziali, senza essere (ancora) qualificabile come impresa mafiosa”.
“Si tratta di una pronuncia di grande rilevanza che fa piena giustizia della posizione dell’impresa Rignanese”, commenta l’avvocato Ciuffreda. “La Corte d'appello ha acclarato con estrema certezza che l'impresa Rignanese non è un'impresa mafiosa e che non sussistono legami di cointeressenza con ambienti di criminalità organizzata. Particolarmente significativo è il principio posto a fondamento del dictum giudiziale secondo cui “la frequentazione con pregiudicati per assurgere a fattore sufficiente a contaminare l'entità economica di riferimento, necessita che si accompagni ad elementi ulteriori indicativi di stretti collegamenti per affari o interessi comuni, totale cointeressenza ed intreccio di interessi economici, emergenti dall'esistenza di un'impresa strumentalmente collegata, in funzione agevolatoria agli interessi dei terzi pregiudicati. Principio a cui dovrebbe attenersi anche la Prefettura di Foggia per la valutazione degli indici sintomatici del pericolo di infiltrazione mafiosa”. Il risultato ottenuto”, ha concluso il difensore, “consente all'impresa di proseguire serenamente la propria attività, da sempre estranea a logiche criminali e capace di operare nel rispetto della legalità”.
Un anno fa fu l’Attacco a svelare il caso che provocò polemiche rispetto all’operato della tecnostruttura dell’ente Parco nazionale del Gargano, quello dei molteplici indennizzi di danni da fauna selvatica liquidati in favore dell’impresa colpita da interdittiva antimafia, nonostante le imprese interdette perdano anche tale diritto. Ma da allora l’ente non si è ancora attivato per revocare le liquidazioni con atti in autotutela e per recuperare in tal modo le somme impropriamente versate. Eppure un’implicita ammissione di colpa apparve quando il 9 aprile 2025, all’indomani dell’articolo, il direttore facente funzioni Vincenzo Totaro scrisse a tutte le organizzazioni agricole (Coldiretti, Confagricoltura, CIA e Copagri), all’Associazione provinciale allevatori e ad Unicaa Foggia (società di servizi autorizzata ad operare, quale ente delegato della pubblica amministrazione, come Centro di assistenza agricola), trasmettendo il nuovo modello per la richiesta di indennizzi, nel quale si specifica che, tra le altre cose, deve risultare inesistente “una causa ostativa ai sensi della disciplina antimafia di cui al decreto legislativo n.159/2011”. Ma non è tutto, perché come trapela da ambienti prefettizi dopo tale episodio non è più Totaro ad accedere a tali questioni, bensì un altro funzionario dell’ente di Monte Sant’Angelo (come richiesto dalla stessa Prefettura). Ci sono stati quattro atti tra ottobre 2024 ed oggi, firmati da Totaro, l’ultimo dei quali datato 3 aprile 2025, con cui furono pagati migliaia di euro in favore di Raffaele Rignanese, allevatore classe ’82 di Monte Sant’Angelo, per danni arrecati dai lupi.
Raffaele Rignanese – anni fa arrestato per armi, furto ed estorsione e poi assolto – è il fratello minore di Bartolomeo, che fu citato anche nella relazione sullo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Monte Sant’Angelo perché ritenuto dagli inquirenti autore dei 30 colpi di kalashnikov esplosi con Ivan Rosa contro il garage del responsabile dell’Ufficio tecnico comunale, Giampiero Bisceglia. Un fatto per il quale fu poi assolto “per non aver commesso il fatto”.
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