Certo, c’è sempre il turismo a conquistare la scena delle cronache estive, tra balletti di cifre e contrapposizioni anche accese su previsioni e tendenze di presenze e incassi della stagione, ricette sulle formule dell’economia dell’ospitalità che funziona o dovrebbe funzionare meglio.
A ben guardare, trova sempre più spazio una programmazione che si collega al tentativo di costruire il profilo di una provincia non più solo legata alle risorse balneari, ma che si sappia collocare nel mercato di un’offerta capace di ridisegnare e promuovere il valore culturale e naturalistico dei luoghi, per una nuova generazione di turisti attenti ai temi della sostenibilità, alla ricerca di un modello di vacanza più green, per destinazioni che sfuggano ad una collocazione stagionale e siano fruibili tutto l’anno.
Dal Gargano ai Monti Dauni, si allunga la lista di esperienze e cartelloni estivi che si riappropriano di anima e radici, in tanti festival è in uso il ricorso alla lingua del dialetto locale per l’intitolazione - la connessione sentimentale richiamata da Cavù Festival Gargano a Cagnano, l’orgoglio ed il folklore di Cchiù fa notte e cchiù fa forte Festival a San Marco in Lamis, il connubio tra gastronomia e territorio della sagra della trippa Còtta còtt di Troia, per fare solo alcuni esempi che certamente hanno i loro nobili antesignani nell’orsarese Fucacoste e cocce priatorje del 1 novembre e la più longeva e identitaria Fete de lu cajunne di Faeto -.
Si tratta naturalmente solo di alcuni esempi a dimostrazione di quanto si stia diffondendo l’interesse delle comunità a celebrare ciò che il passato ha sepolto ma non cancellato, dalla musica alla poesia e alla letteratura popolare, dalla gastronomia al vino ed ai vitigni, all’olio e ai frantoi, alle tradizioni religiose e contadine sospese tra sacro e profano, in un timido e quasi mai messo a sistema racconto sulla riappropriazione che possa generare flussi di nuovi visitatori (intercettando magari qualche travel influencer che inondi i social di instaplace) e attivare piccole reti sociali utili anche a contrastare i processi di snaturamento dei territori con l’aspirazione a rigenerarsi.
Identità, radici e memoria sono gli elementi sensibili che si è chiamati a ricucire nelle narrazioni delle realtà che si candidano a diventare Capitali italiane della Cultura (Monte Sant’Angelo e Lucera le sole della provincia di Foggia che ci hanno provato). Ma identità, radici e memoria sono le componenti di potenzialità e vocazioni che si evocano quando si discute di come rianimare le piccole terre della periferia d’Italia e di una provincia, la nostra, che sta sprofondando nella povertà, e tra non molto anche nel vuoto demografico che arriva a minacciare anche i centri più grandi.
Si tratta di luoghi fragili e preziosi prossimi alla definitiva sparizione, come ha certificato anche l’Istat, secondo le cui previsioni entro il 2042 la Puglia perderà oltre 418 mila cittadini (-11%) di cui almeno 100 mila nei Comuni delle aree interne. Un processo che pare difficile arrestare e che non trova ancora lo spazio adeguato nel dibattito pubblico, tanto che il Censis ha parlato di colpevole irresolutezza e “sonnambulismo” della società italiana, cieca dinanzi ai processi già in atto ed ai presagi di un irrimediabile declino il cui impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema.
A impensierire è anche lo scenario desolante della povertà che ci consegna la previsione di un futuro ancora più cupo e apparentemente senza speranza. Ne ha ampiamente scritto anche di recente su queste colonne l’economista Nicola Di Bari che a partire dai dati desunti dai redditi del 2022 dichiarati dalle famiglie di Capitanata e pubblicati dal MEF rileva che è completamente sparita la classe media, vive in povertà assoluta e relativa quasi l’80% della popolazione, di contro vive dignitosamente appena il 20% delle persone. “Questi livelli di povertà sono presenti sia in comuni di piccole dimensioni, che in comuni quali Foggia, Manfredonia, Cerignola, San Severo e Lucera. La povertà è diventata epidemia, e l’assurdità è che nessuno la racconta e tutti facciamo finta che non ci riguarda personalmente” annota Di Bari.
Dunque una terra impoverita e sempre più assetata a causa del cambiamento climatico che sta riducendo pericolosamente le fonti di approvvigionamento idrico per agricoltura e zootecnia, i due comparti più colpiti che stanno per subire i contraccolpi del razionamento dell’uso irriguo. Per non far morire il sistema agricolo e preservare migliaia di posti di lavoro serve una corsa contro il tempo per il potenziamento delle infrastrutture da cui poter recuperare l’acqua, come chiedono le organizzazioni di settore nel loro grido d’aiuto.
A questa complessità di temi ed emergenze serve rispondere con un risveglio collettivo e una responsabilizzazione generale. Ne riparleremo a settembre. Intanto, buone vacanze a tutti i nostri affezionati lettori.
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