Sua madre gli prenotò un corso di inglese a Londra. Ci fu un errore nell’indirizzo e lui si presentò a Wimbledon, a mezz’ora di treno dalla scuola giusta. Il giorno dopo arrivò dove avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, e scoprì che il giorno prima, ad aspettarlo invano, c’era un’insegnante di turno. Quell’insegnante oggi è sua moglie. “Mia madre non ha mai considerato quel corso un suo errore”, racconta a l’Attacco Giuseppe Torres: “Ha sempre sostenuto le mie scelte professionali, sapendo bene che quello che volevo fare non era possibile a Foggia”.
Da quell’indirizzo sbagliato sono passati quasi trent’anni. Torres, classe 1968, vive a Chippenham, nel sud-ovest dell’Inghilterra, ha tre figli nati tutti nel Regno Unito e lavora nei semiconduttori. In Italia non tornerà. Era partito da Foggia subito dopo il liceo scientifico Volta, per iscriversi a Ingegneria elettronica alla Federico II di Napoli - “attratto dalla sua buona reputazione”. Il primo anno erano oltre mille matricole, “un ostacolo logistico non da poco”, ma il livello dei docenti del corso quinquennale, quando la laurea breve ancora non esisteva, confermava la fama della facoltà. Due anni prima della laurea, purtroppo, suo padre morì improvvisamente. Tutta la sua vita lavorativa in Capitanata è durata pochi giorni. Dopo la laurea fece un tirocinio alla Tekna Automazioni di Foggia, azienda specializzata nella programmazione di PLC, in linea con la sua specializzazione in robotica industriale. Doveva durare un mese. Dopo pochi giorni arrivò la notizia di aver superato la preselezione per il corso da allievo ufficiale di complemento, quindi partì. “Sono felice di vedere che Tekna è ancora attiva e lavora oggi con clienti da tutto il mondo”, dice oggi di quell’unica esperienza foggiana. Il militare lo portò in giro per l’Italia, dapprima a Sabaudia, alla scuola di artiglieria contraerea, e poi al reggimento Nembo di Gradisca d’Isonzo come sottotenente. Lo ricorda con piacere: fu “il primo vero distacco da casa”, reso più pesante dal lutto recente, ma anche un’esperienza che gli lasciò un buon ritorno economico e amicizie che conserva ancora. “Il militare fu determinante in quel percorso di distacco”, dice, quel distacco che durante l’università si interrompeva ogni due o tre settimane con il ritorno a Foggia. “Lì ho imparato a prendere decisioni e a viverci”. La ragione per cui guardava già fuori dall’Italia era un’altra, e la dice senza giri di parole. Aveva partecipato a una selezione Fiat per un programma internazionale di sette anni, e non era andata a buon fine “per mancanza di raccomandazioni”. È da lì che nasce l’idea del corso di inglese: differenziarsi dagli altri ingegneri. Ventotto anni dopo, alla domanda se tornerebbe, quella parola – raccomandazioni – tornerà identica. Al rientro da Londra, dopo molte candidature, fu assunto alla FRER di Milano, che produce strumentazione per quadri elettrici, come responsabile dell’ufficio tecnico. Introdusse i microprocessori in prodotti fino ad allora passivi, creando strumenti multifunzione che fecero crescere il fatturato e che, dice, sono tuttora a listino. Nel frattempo Rebecca lo raggiunse a Milano e trovò subito lavoro come insegnante di lingua, “con una retribuzione quasi doppia rispetto alla mia”. Quando la relazione si fece seria si sposarono; due giorni dopo le nozze, prima della luna di miele, Torres sostenne un colloquio con la Rover per una posizione da ingegnere di prodotto. Era il suo primo colloquio in lingua straniera. L’offerta era pari al doppio dello stipendio italiano.
Si trasferirono in Inghilterra nel dicembre del 1998, in tempo per il primo giorno alla Rover, e comprarono casa vicino allo stabilimento di Gaydon, nei Midlands. Nel 2000 il passaggio a Philips Semiconductors, a Southampton, dove restarono cinque anni e dove nacquero i tre figli. Poi Agere Systems, nei componenti per la telefonia mobile, e Wolfson Microelectronics, i cui chip audio - ricorda - sono tuttora utilizzati da Apple. Dopo sei anni il trasferimento a Rennes, in Francia, a dirigere un gruppo di architetti di sistema per la giapponese Renesas Mobile, e il rientro in Inghilterra nel 2014, passando per Dialog e Qualcomm. Dal 2023 è product manager in un’azienda fabless di semiconduttori fondata nel 1968, l’anno della sua nascita, specializzata in componenti per le comunicazioni dei servizi di emergenza: polizia, ambulanze, vigili del fuoco. Un settore di nicchia, afferma Torres, dove i clienti usano lo stesso chip per dieci o vent’anni.
Sul confronto economico con l’Italia è prudente, perché i due modelli industriali sono diversi: l’Italia punta sulla produzione fisica legata all’automotive e all’industria, il Regno Unito opera soprattutto come hub di progettazione senza fabbriche. Ma un paragone lo fa. Da colleghi che lavorano in ST, “l’unica realtà italiana paragonabile”, sa che in Italia la retribuzione poggia su una base fissa più consistente e sulla tredicesima, senza componenti in azioni; nel Regno Unito, soprattutto nelle multinazionali americane, la base è simile ma bonus e stock option portano il totale “a quasi il doppio di quella offerta da ST a Milano”. Il costo della vita, aggiunge, nelle zone dove lavorano le aziende del settore - Bristol, Cambridge, il corridoio della M4 - è spesso più basso che a Milano. Il suo calcolo del 1998 era stato semplice: stipendio doppio, costo della vita più basso. Quel percorso, oggi, non sarebbe ripetibile. “È decisamente più difficile di quando arrivai io”, dice: i requisiti salariali richiesti dal governo britannico ai lavoratori europei sono molto più alti di allora. E lo dice da una posizione particolare, perché adesso è lui a stare dall’altra parte del tavolo: “oggi assumiamo candidati non britannici solo se hanno già l’esperienza necessaria a superare quella soglia”. Arrivare subito dopo la laurea o con pochi anni di esperienza, come fece lui, oggi è molto più complicato.
Il suo consiglio a un foggiano che si laurea oggi in ingegneria elettronica è quindi l’opposto di quello che ci si aspetterebbe da un emigrato: restare nell’Unione europea. Fare esperienza nei settori in crescita - semiconduttori, energia e rinnovabili, automotive e mobilità intelligente, telecomunicazioni, robotica industriale, “lo stesso ambito in cui opera Tekna Automazioni” - e solo dopo, eventualmente, guardare al Regno Unito, dove spesso è l’azienda a farsi carico delle spese del visto.
Lui, in Italia, non tornerà. Già dal 2012, racconta, aveva notato l’inasprirsi della retorica di alcune testate sulla riduzione degli ingressi dall’Europa, e quel clima aveva effetti concreti: fu affrontato in modo aggressivo in un pub, scambiato per polacco per via dell’accento. Il trasferimento in Francia, quello stesso anno, fu anche una reazione a un’aria che sarebbe poi sfociata nella Brexit. La ragione per cui è rimasto è un’altra, e la formula da sé: restare “in un sistema meritocratico, senza bisogno di raccomandazioni”, e non imporre alla famiglia - nata tutta nel Regno Unito tranne lui - un cambio di vita radicale. Foggia resta “la città che porto nel cuore”, e ci torna. La trova però “un po’ più esposta a comportamenti di prepotenza” rispetto a quando partì: quando può preferisce muoversi in autobus piuttosto che noleggiare un’auto, e dice di aver assistito a episodi di criminalità in pieno giorno che non ricordava ai suoi tempi. “Pur avendo sperato di trascorrere la pensione in Italia, oggi non credo che lo farò”. Non vuole mettere a rischio la vita che si è costruito lontano da certe dinamiche, “incluse le raccomandazioni, che considero comunque una forma di scambio illecito”. È la stessa parola della selezione Fiat, trent’anni dopo.
Con la Capitanata, professionalmente, non ha mai avuto rapporti: solo, indirettamente, con una grande azienda italiana a partecipazione statale che è cliente della società per cui lavora. Restano i figli, e sono loro il contrappunto. La maggiore lavora nelle comunicazioni, la seconda è avvocato da un anno, e per nessuna delle due Torres prevede un futuro professionale in Italia. Il terzo però ha appena concluso gli studi in politiche arabe a Edimburgo e vorrebbe fare la magistrale in relazioni internazionali proprio in Italia, in vista della carriera diplomatica. Tutti e tre amano il Belpaese; a lui, che ha vissuto un anno al Cairo, Foggia piace “per la sua autenticità, ancora poco addomesticata”. Il padre non torna. Il figlio vorrebbe venire.
di Luca De Marco.
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