La scelta del Movimento 5 Stelle di sfilarsi dal listone progressista e di convergere, sia pure di misura, sulla civica del presidente Giuseppe Nobiletti ha rotto lo schema, già di per sé fluido, della partita provinciale in programma ad aprile. Il campo largo, infatti, appare orientato a organizzarsi in una lista unitaria a trazione dem, con dentro socialisti e Verdi-Sinistra. Dall’altra parte, Nobiletti prova a blindare la sua La Provincia sei Tu, che però rischia di trasformarsi da lista di sintesi a contenitore competitivo, costretto a misurarsi non solo con il centrodestra - che si incontrerà dopo il referendum sulla giustizia per definire la propria strategia - ma anche con gli alleati, o presunti tali, di ieri. In mezzo, il voto dei contiani dei giorni scorsi ha prodotto una collocazione ibrida che si accredita come una sorta di variabile indipendente. È qui che il ragionamento politico diventa più interessante. Perché, se è vero che i dem arrivano a questa tornata con una struttura organizzativa solida e una rete amministrativa diffusa, è altrettanto evidente che il sistema del voto ponderato può amplificare in modo decisivo il loro vantaggio. Il peso specifico dei grandi centri, Foggia su tutti, rischia di fare la differenza molto più che nel recente passato. Dentro questo meccanismo il Pd sembra avere un obiettivo nemmeno troppo nascosto: alzare l’asticella rispetto ai quattro seggi del 2024 e puntare a cinque. Quella che arriva da ambienti vicini all’area piddina non è una previsione campata in aria. Se davvero il campo progressista - che in Capitanata fa capo principalmente al plenipotenziario dem e assessore regionale Raffaele Piemontese -, pur senza un simbolo unitario allargato, riesce a compattare il consenso amministrativo, il rischio per gli altri - Nobiletti su tutti, ma anche per i Cinquestelle - è quello di trovarsi davanti a una lista capace di fare man bassa. Ed è qui che si apre un grattacapo politico per il presidente uscente. Perché la sua lista, per restare competitiva, dovrebbe sottrarre voti proprio a quell’area civica decariana che in questo momento gli è più affine. Un’operazione delicata, quasi un azzardo, che finirebbe per incrinare rapporti già fragili. L’alternativa, però, è forse ancora più insidiosa: accettare un risultato meno brillante e ritrovarsi in Consiglio provinciale con un baricentro spostato verso il Pd e quindi verso Piemontese. Uno scenario che riporterebbe in superficie tensioni mai davvero sopite. Altro che tregua.
In questo contesto si inserisce la mossa dei contiani. La loro decisione di non correre con il proprio simbolo e di scegliere la lista del presidente non è soltanto una scelta tattica, ma un segnale politico che rompe l’asse costruito a livello regionale e nazionale e, allo stesso tempo, li colloca in una posizione potenzialmente decisiva. Fuori sia dal campo largo sia dal perimetro dell’ultima maggioranza provinciale, ma in grado di spostare gli equilibri, soprattutto se il margine tra le liste dovesse essere ridotto. Il punto è capire quanto questa centralità sia reale e quanto invece dipenda dalla frammentazione in corso.
Se il fronte progressista risulta davvero competitivo come sembra, e il centrodestra resta diviso in due liste, il rischio per i pentastellati è quello di pesare meno del previsto. Se invece la partita si gioca sul filo tra Piemontese e Nobiletti, allora ogni pacchetto di voti diventa determinante e il loro ruolo cresce.
Sul fondo resta un’ulteriore variabile, meno visibile ma altrettanto decisiva: il rapporto tra le correnti interne al centrosinistra di Capitanata. Il dualismo tra l’area decariana e quella riconducibile a Piemontese si riflette anche qui, nelle scelte di lista e nelle strategie di posizionamento. Non è un caso che la galassia civica non si presenti sotto un unico simbolo e che alcune decisioni, come quella di non utilizzare il marchio emilianista di Con, raccontino di equilibri ancora in assestamento dopo il voto regionale.
In definitiva, in questo scenario, le provinciali rischiano di trasformarsi da elezioni di secondo livello in un vero test politico per il centrosinistra, anche se non giocato dal voto popolare. Serviranno a misurare i rapporti di forza dentro il campo largo foggiano, sia a Palazzo Dogana sia a Palazzo di Città, dove la verifica politica di Episcopo è tutt’altro che a un punto di svolta; a capire se Piemontese e il Pd siano davvero in grado di egemonizzare la coalizione progressista; a verificare se Nobiletti sia ancora nelle condizioni di mantenere un ruolo autonomo o finisca schiacciato tra alleati ingombranti.
E poi c’è il centrodestra, che per ora osserva e rinvia le decisioni. Se si presenterà diviso, come sembra, rischia ancora una volta di restare spettatore. Se troverà una sintesi, può persino pensare di inserirsi, almeno marginalmente. Ma al momento la partita si gioca soprattutto altrove.
In attesa di capire con certezza, se non i nomi dei candidati - che sembrano essere in buona parte gli stessi - almeno il numero delle liste, tutto resta nel campo delle ipotesi. È però proprio da questi nodi, destinati a sciogliersi dopo il voto referendario e l’assemblea costituente di Prossima a fine mese, che si intravede la direzione della nuova geografia di Palazzo Dogana. E forse, in attesa del secondo giro di consultazioni tra Sindaca e partiti, anche di Palazzo di Città.
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