Una goleada del centrosinistra, e in particolare della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, ai danni del governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Senza dubbio la prima vera spallata inferta alla premier dal suo insediamento a Palazzo Chigi. Ma anche un colpo politico all’ala riformista e liberal dello stesso Pd, la più critica nei confronti del nuovo corso intrapreso dalla segretaria dem. Infine, ma non da ultimo, l’accreditamento ormai quasi formale della magistratura come soggetto politico attivo nello spettro politico italiano. Fuori di retorica, e al netto del merito tecnico – quasi relativo – della riforma della giustizia targata Carlo Nordio, questo è il dato politico essenziale che l’esito del referendum di domenica e lunedì consegna alla politica italiana. Molto più di un semplice responso su una modifica dell’ordinamento giudiziario, dunque. La vittoria del Fronte del No assume infatti il significato effettivo di una consultazione politica generale. Una sorta di primo vero test popolare sull’operato del governo Meloni. Il No si è affermato con circa il 54% dei voti, ribaltando l’impostazione sostenuta dall’esecutivo e segnando la prima sconfitta politica significativa per la premier da quando il centrodestra guida il Paese. Non è soltanto il dato numerico a colpire, ma la dinamica politica emersa dalle urne. Il referendum è stato il terreno su cui si è coagulato un fronte ampio nel quale sono confluiti la mobilitazione della magistratura organizzata, il lavoro politico dei partiti del campo largo progressista – Pd in testa, ma anche M5S e Avs – e la capacità delle opposizioni di trasformare una questione istituzionale in un giudizio sull’indirizzo politico del governo. Il voto certifica soprattutto la vittoria della linea politica scelta da Schlein per il nuovo corso del Pd, intrapreso dopo la stagione di Enrico Letta.
Di fatto una investitura politica della segretaria come leader della coalizione progressista che nel 2027 – e, a questo punto, forse anche prima – sfiderà Meloni. All’interno dello stesso Pd non mancavano posizioni diverse. L’area riformista e liberal, storicamente più aperta a interventi sulla giustizia e alla separazione delle carriere, aveva espresso un orientamento favorevole al Sì. Il risultato delle urne rafforza la scelta della segretaria e ridefinisce i rapporti di forza interni al partito. Ma il referendum ha rappresentato, allo stesso tempo – e in misura anche maggiore – il successo di una mobilitazione molto forte della magistratura associata. L’Anm ha condotto una campagna serrata contro la riforma, sostenendo che alcune modifiche proposte dal governo potessero alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il risultato viene ora interpretato da molti osservatori anche come il peso politico raggiunto dall’associazione nel dibattito pubblico. Dentro questo quadro nazionale si colloca il voto della Puglia e della Capitanata, territori nei quali il risultato referendario conferma un orientamento politico ancora più netto rispetto alla media italiana.
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