Dibattito sulla riforma, la polarizzazione che ci portiamo dietro da un po'. Stasi (Unifg): "Solo melma mediatica"

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Il dibattito attorno al referendum sulla separazione delle carriere continua a muoversi su un terreno segnato da una crescente polarizzazione. Anche dentro l’Università di Foggia il confronto non è assente, ma procede in modo selettivo. Pochi interventi pubblici, molte convinzioni maturate in privato. Il clima generale è quello già descritto nei mesi scorsi su queste colonne, quando si è dato conto delle prime prese di posizione accademiche e del convegno ospitato dal Dipartimento di Giurisprudenza. Un quesito costituzionale che richiederebbe studio e ponderazione si ritrova invece inserito in un contesto dove il rischio di semplificazione e contrapposizione è elevato. In questo quadro si colloca la posizione di Francesca Cangelli, docente dell’Ateneo foggiano, che ha scelto consapevolmente di non intervenire pubblicamente nel dibattito, pur avendo maturato un orientamento preciso. “Ho preferito astenermi dal rendere pubblica la mia decisione sul voto”, spiega a l’Attacco. “Non ho voluto partecipare a dibattiti o ad altro. Non per disimpegno, ma semplicemente per non esternare la mia posizione personale. Non credo che l’Ateneo sia uniformemente per l’uno o per l’altro posizionamento. A memoria, credo si siano esposti pubblicamente solo in due. Il resto non credo, sinceramente”. La sua è una scelta che non equivale a neutralità o incertezza. “Io ho un mio convincimento, ma preferisco non condividerlo. Voglio che la mia voce rimanga fuori dal dibattito. Sono, tuttavia, molto convinta del voto che esprimerò. Preferisco però non esprimermi, tantomeno rispetto a un eventuale dibattito interno al Dipartimento o all’Ateneo”. Cangelli rivendica dunque una distinzione netta tra la dimensione personale del voto e quella pubblica del confronto accademico. In un momento in cui il referendum tende a essere letto in chiave identitaria, la sua decisione segnala l’esistenza di una zona più silenziosa ma non per questo meno consapevole del corpo docente. Un’area che osserva, valuta e decide, ma non intende necessariamente trasformare la propria scelta in una dichiarazione di campo. In un contesto in cui il rischio è che ogni intervento venga immediatamente collocato dentro uno schema binario, la docente sceglie di sottrarsi alla dinamica dell’esposizione. Non per sottrarsi al merito, ma per evitare che la posizione personale venga trascinata in una polarizzazione che, come già emerso nel confronto pubblico cittadino, tende a ridurre la complessità a schieramento. La polarizzazione che attraversa il dibattito sul referendum è, per il professor Daniele Stasi, un elemento strutturale del sistema politico italiano più che un fenomeno contingente. Già nei mesi scorsi, in occasione del confronto pubblico organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Foggia sulla separazione delle carriere, il docente ordinario di Storia del pensiero politico aveva messo in guardia dal rischio di leggere il quesito esclusivamente come terreno di scontro. Oggi, a distanza di tempo, la sua analisi resta sostanzialmente invariata. “Qualche collega si è schierato e ne ha parlato. Sì, c’è un dibattito, ma io non ne sono esattamente parte. Ho rilasciato un’intervista a l’Attacco, poi non sono stato interpellato da nessun altro. Purtroppo, quando si politicizza troppo un quesito referendario, come in questo caso, il dibattito si polarizza e diventa Curva Nord contro Curva Sud. Le implicazioni di vario tipo complicano il lavoro anche agli addetti ai lavori”.

Secondo Stasi, le ragioni del Sì e del No quasi si equivalgono. È proprio questa equivalenza, tuttavia, a imporre un livello ulteriore di riflessione. “Dobbiamo fare un passo in avanti e chiederci se queste ragioni abbiano implicazioni politiche dirimenti. Io la vedo in questo modo”. Il problema non è soltanto tecnico-giuridico, ma riguarda il contesto politico in cui la riforma si inserisce. “Non c’è dubbio sul fatto che, purtroppo, ognuno parli ai suoi. Il referendum ha bisogno di una grande mobilitazione. Per mobilitare la Curva Sud o la Curva Nord, come ormai è diventata la politica, si gioca sulle emozioni. Si individua il cattivone, si dice che chi vota Sì o No è un cattivone e si va a votare secondo un vizio italico che, con la stagione populistica, è diventato un tratto decisivo. In questo modo - aggiunge - il dibattito lascia spazio a una polemica fine a sé stessa che non contiene memoria”.

Il richiamo alla memoria politica è centrale nella sua riflessione. “Ci sono molti autorevoli esponenti della politica di qualche anno fa che hanno votato contro la separazione e oggi sono in prima fila a sostegno del Sì. Non c’è niente di male nel cambiare idea, ci mancherebbe. Però bisogna spiegare il cambiamento alla luce di ciò che è avvenuto, e questo non c’è”. La coerenza, o almeno la capacità di argomentare le proprie evoluzioni, diventa per Stasi un indicatore della qualità del confronto pubblico. La polarizzazione, tuttavia, non nasce con questo referendum. “Viene da lontano. Dall’inizio della Seconda Repubblica si è determinata una divisione verticale del Paese. Alla ricerca del compromesso, che non è sempre al ribasso, si è sostituito il bisogno costante di rinsaldare le proprie fila attraverso messaggi che solleticano dal punto di vista emotivo il pubblico”.

Le conseguenze non si fermano al piano mediatico. “Tutta questa melma di carattere mediatico si riversa anche nel quotidiano, aumenta l’aggressività e il narcisismo. Si guarda solo a chi la pensa come noi, alla propria bolla. È la logica amico-nemico, o con me o contro di me. In questo quadro, il referendum, in particolare questo, amplifica moltissimo queste dinamiche e finisce per svilire il dibattito”. Eppure, insiste: “Si tratta di un referendum di natura costituzionale, da affrontare seriamente, non con superficialità”. I nodi di merito restano quelli già evidenziati nei mesi scorsi: la modifica dell’articolo 104 della Costituzione, il tema del sorteggio dei componenti del Csm, il rapporto tra politica e magistratura in un sistema già segnato da diffidenze reciproche. “I nodi sono gli stessi di quando ho rilasciato l’intervista. Non è cambiato nulla. E la situazione internazionale ha complicato tutto”.

Il rischio, secondo Stasi, è che la discussione venga schiacciata su una contrapposizione ideologica che impedisce di valutare serenamente le implicazioni della riforma. “Bisogna leggere attentamente il dispositivo referendario e valutare in coscienza se la riforma sia utile oppure sia meglio lasciare le cose così come stanno. Eviterei i toni, per me sbalorditivi, di chi, nella foga oratoria, assume il ruolo di vendicatore della gente armato della spada della giustizia”. Per il docente, in una democrazia matura nessuna legge dovrebbe porre i cittadini dinanzi alla scelta, in termini assoluti, tra il Male e il Bene. La trasformazione in atto, più che il singolo quesito, riguarda la cultura politica complessiva del Paese. “Mi sembra che si assista a una trasformazione della costituzione materiale. Attorno al tema della giustizia vengono al pettine diversi nodi della nostra storia politica: l’eccessiva personalizzazione, il populismo, il deficit di funzionamento delle istituzioni”. Il referendum, dunque, rischia di diventare il contenitore di tensioni che lo precedono e lo superano. “Sono curioso di capire come andrà a finire”, conclude Stasi. Ma, al di là dell’esito, ciò che resta decisivo è la qualità del confronto: non fondato su argomentazioni e memoria ma che si muove lungo la linea di frattura che trasforma ogni questione in uno scontro tra appartenenze. 

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