L’Italia, a differenza di altre Nazioni europee, è diventata meta di flussi migratori solo con grande ritardo. Dopo decenni di emigrazione all’estero e di intensi spostamenti interni – fenomeni che non si sono mai interrotti del tutto –, il 1991 segna la svolta simbolica: navi arrugginite, stracariche di albanesi in fuga, approdano nei porti pugliesi in cerca di libertà e futuro. Sono trascorsi oltre trent’anni, eppure il Sistema Italia continua a trattare la questione migratoria come un’emergenza da arginare, anziché come un fenomeno strutturale da comprendere, normare con solidarietà e senza derive punitive. Spesso, l’inclusione e l’accoglienza sono nate spontaneamente, da idee innovative, buone pratiche, solidarietà diffusa, ingegno e iniziative dal basso. Questo articolo ripercorre alcune storie esemplari di una società in mutamento, che hanno trovato spazio sulle pagine de l’Attacco nel suo primo triennio di vita. È la penna di Mirko d’Alessandro il 20 febbraio del 2007 con l’articolo “Il sociale è l’affare del nuovo secolo” a sondare il terreno su come la società di Capitanata sta vivendo questo cambiamento di prospettiva fra paese di partenza e paese d’arrivo. Nonostante il titolo sembri pensare a qualcosa legato all’economia, “l’affare” in questione è la nascita di un help center, all’interno della stazione ferroviaria. Uno piccolo spazio che “è a disposizione di una rete provinciale che mette in relazione tutto il mondo del volontariato proponendo accoglienza ma anche integrazione fra le numerose realtà all’interno della nostra società”. Si intervista poi Benvenuto Grisorio, per tutti Tino, assessore provinciale alle politiche sociali dal 2004 al 2008, scomparso nel 2019 ma il cui ricordo resta vivo nella memoria di chi ha vissuto la prima stagione di confronto per una società multietnica. L’articolista dipinge il medico-politico come un pragmatico idealista: “Grisorio è un uomo che da sempre è sensibile alle tematiche sociali. Laureato in medicina, dall’85 si occupa di curare i malati di Aids. Oggi dirige l’Ambulatorio Day Hospital degli Ospedali Riuniti di Foggia per la cura dell’AIDS e continua la sua lotta per combattere la discriminazione, ancora molto forte nella nostra società che quotidianamente subiscono le persone affetti da questa terribile malattia. Un passionario? Un idealista? Tutti e due. Il medico diessino ha un modo romantico di vivere la politica fuori dai giochi di potere e di interessi”. Grisorio è stato inoltre amatissimo ed efficientissimo sindaco di Deliceto, al secondo mandato ha sfiorato l’80% dei consensi, e si è distinto come uno dei rarissimi amministratori locali capaci di imprimere una svolta positiva al destino rassegnato del Subappennino: con una struttura snella, ha intercettato finanziamenti comunitari e regionali. L’assessorato provinciale ha coronato una carriera politica a sinistra che meritava di più, inaugurando una stagione di riscatto per gli “ultimi”. Grisorio dichiara i propri obiettivi: “La politica è una cosa seria. Non deve essere fatta solo per i giochi di poltrona. L’obiettivo dei politici è quello di fare di tutto per risolvere i problemi dei cittadini, per far sì che possano vivere al meglio le condizioni di cittadino. Le politiche sociali sono i lavori pubblici del ventunesimo secolo. Il mio più grande progetto è quello di riuscire a garantire uno dei diritti primari: una casa per tutti gli immigrati e senza tetto della Capitanata. […] Questa stanzetta all’interno della stazion, ha il compito di smistare il flusso degli immigrati e senza tetto che hanno bisogno di aiuto. Questo è possibile grazie alla collaborazione del centro interculturale Baobab e alla creazione dello sportello interculturale della Provincia. Inoltre abbiamo rimesso in sesto un pulmino di proprietà dell’ente che da 9 anni era inutilizzato per accompagnare gli immigrati nelle strutture ricettive e di accoglienza. Ma non vogliamo solo fare accoglienza, abbiamo il dovere di integrarli e di scolarizzarli. Questo sarà possibile grazie alla stipula della convenzione con la società Dante Alighieri. L’ Help center sarà il cuore dell’integrazione sociale della Capitanata”.
Negli anni 2000, il numero di migranti in Italia è cresciuto esponenzialmente, passando da circa 1,8 milioni nel 2000 (3,2% della popolazione) a 4,5 milioni nel 2010 (7,5%), con un accrescimento medio annuo del +9-10%, con conseguenze sociali difficili da gestire nonostante l’attenzione di politiche attive come quelle proposte dagli enti locali e la solidarietà attiva di associazioni e della chiesa cattolica. A sfruttare questa situazione sono personaggi senza scrupoli che trasformano i nuovi arrivati in manodopera a basso costo, con orari disumani: è la piaga del caporalato in provincia, un fenomeno in crescita costante e ancora irrisolto, come dimostrano le maxi-baraccopoli sparse nel Tavoliere – a partire dal famigerato ghetto di Borgo Mezzanone. Il report di Medici Senza Frontiere del 2008 intitolato “Una stagione all’inferno” sottolinea le gravi violazioni dei diritti dei lavoratori in Provincia di Foggia causando clamore mediatico e una risposta netta da parte dell’opinione pubblica e della Chiesa Cattolica in particolare. L’Attacco, con l’articolo di Fausto Mariano Antonucci del 7 marzo 2008, intitolato “Il Vescovo Renna si pronuncia sulle violazioni dei diritti denunciate da Medici Senza Frontiere” offre spazio alle parole dure di monsignor Renna che vuole scuotere le coscienze dei fedeli in un periodo di riflessione quale la Quaresima. “Non si può essere amici di Cristo se non si ama il fratello, il forestiero, il povero. Si vive e si è nel peccato, che grida già vendetta agli occhi di Dio, se lucriamo sul lavoro delle persone, se non ci ribelliamo alle ingiustizie, alle condizioni bestiali e in cui costringiamo esseri umani venuti nella nostra terra per realizzare sogni di vita e di speranza. Povera terra di Puglia, povera Capitanata, terra di emigrazione. Come chiesa di Cristo, liberatore e Salvatore dell’uomo non possiamo tacere o far finta di niente”. Fausto Mariano Antonucci, penna poliedrica di San Severo, capace di spaziare con successo dal giornalismo alla poesia, dalla narrativa alla saggistica non può esimersi dal riflettere su come “Una stagione d’inferno” evochi il mitico “Il Cafone all’inferno” (1955) del grande meridionalista Tommaso Fiore, dando atto di come le “recrudescenze del caporalato” sopravvivano purtroppo immutate. Dopo la politica provinciale e la chiesa lo sguardo de l’Attacco raggiunge il sindacato, impegnato nel 2008 in una coraggiosa campagna informativa sui diritti dei lavoratori migranti e non delle campagne del Tavoliere. È il sipontino Francesco Pesante a riassumere le difficoltà di questo braccio di ferro fra legalità e illegalità, con l’articolo “Quanto è dura portare “i diritti in campo” del 5 maggio del 2008, in cui si intervista il segretario della Flai Cgil Daniele Calamita che racconta al quotidiano le difficoltà di questa avventura: “Siamo stati aggrediti dai datori di lavoro ma proseguiamo. L’anno scorso in camper, quest’anno con le macchine. Per essere ancora più vicini ai lavoratori dei campi. La nostra iniziativa si chiama diritti in campo ed è la campagna di informazione itinerante a sostegno delle tutele per i braccianti agricoli. Se l’anno scorso il camper si è rivelato un po' ingombrante per raggiungere agevolmente i campi di lavoro, quest’anno il problema viene ovviato con l’utilizzo di macchine che saranno visibili grazie alle bandiere”.
Ma le maglie del caporalato non hanno confini etnici e di genere e infatti l’ortese Michele Iula, nell’articolo “La fine dei diritti: altro che extracomunitarie, le nuove schiave del basso Tavoliere sono tutte italiane” del 15 ottobre 2008, descrive la storia delle donne sottopagate dell’agroindustria di Capitanata: Le donne del basso Tavoliere che lavorano nell’agroindustria sono sfruttate e sottopagate. Si parla tanto dei nuovi schiavi pugliesi, i lavoratori stagionali stranieri privi di diritti. Certo, giusto. Ma chi mai si è chiesto come operino e soprattutto a quali condizioni le donne che affollano i magazzini. La sicurezza è ridotta al minimo indispensabile. Gli orari di lavoro sono eccessivamente insopportabili, roba da stacanovisti. E la paga fa davvero pensare ai paesi poveri del mondo. Per i più fortunati, si arriva a percepire 3,5 euro l’ora. Ma si tratta di eccezioni. 4 euro, la chimera irraggiungibile. Situazioni paradossali che portano la mente, magari azzardando qualche paragone un po' enfatico, alle periferie delle megalopoli del Sud del mondo. Nell’articolo c’è spazio anche per le operaie che hanno il coraggio di firmarsi e di sfogarsi. Felicia dichiara: “La sicurezza è ridotta al minimo indispensabile (se va bene). Gli orari di lavoro sono insopportabili, roba da stakanovisti”. Incalza poi Carmela che dice: “le condizioni in cui lavoravamo erano pietose e non si poteva cambiare perché nel posto di lavoro c’è paura e non riusciamo a essere unite”.
La strada dell’integrazione è in salita, irta di alti e bassi: numerose storie raccolte da l’Attacco nel suo primo triennio ne sono testimoni. Un reportage a più puntate – 2 luglio e 10 novembre 2009 – è dedicato al campo di Arpi Nova, insediamento di container dove ancora oggi vivono diverse famiglie, noto per le precarie condizioni igienico-sanitarie, il degrado ambientale e la cronica mancanza di servizi essenziali come acqua e trasporti adeguati. Ad occuparsene è Piero Ferrante, firma di l’Attacco e redattore attivo nel gruppo Abele, capace di fondere cronaca, racconto sociale e attenzione a giustizia e welfare. L’articolo si intitola “Campo Arpinova, una favela tutta foggiana” con un sottotitolo simbolico: “Dove le persone vivono(ancora). Poca acqua, bagni senza fogne e tanta, troppa immondizia. Mancano ancora 10 container”. L’articolo si concentra sul disincanto di chi vive in questo eterno limbo chiamato Campo Arpinova: “Lo si legge nei loro occhi e nella spietata tristezza che pervade la voce. Hanno perso ogni speranza di venire a capo della situazione. O almeno sanno che la loro attesa non sarà breve come promesso da Palazzo di città [...] È l’amaro destino dei profughi del campo di Arpinova. Dei quarantotto container garantiti, soltanto ventiquattro, attualmente sono stati dissigillati, aperti ed abitati da tante famiglie”.
Ferrante ci tiene a sottolineare che nulla è cambiato fra le due volte che si è recato al Campo sul timore dell’arrivo prossimo dell’inverno: “sono ancora quasi tutti lì, piedi scalzi, molti senza cappotto, a giocare negli acquitrini. Si avvicinano incuriositi. Tra bambine al massimo di tre anni maneggiano come bambole, pietre e mattoni: i bambini giocano con pezzi di legno raccolti in una sorta di discarica a cielo aperto collocata giusto di fronte ai nuovi container. Tutti nel campo pensano a loro, ai bambini. Per fortuna, il servizio navetta messo in piedi dal comune funziona ancora. Molti sono in classe. Alcuni genitori sognano per loro un futuro nelle aule, insieme con gli altri bambini italiani”. Un giovane padre di 27 anni racconta in lacrime che ha rischiato di dare fuoco ad una roulotte pur di riscaldare i propri figli e elenca i problemi quotidiani che impediscono un’inclusione rapida: “L’acqua non serve tutte le roulotte. In alcune vivono famiglie anche di nove, dieci componenti. Fare una doccia è impossibile. Noi vogliamo tenere puliti i nostri bambini, ma come si fa? Chi lo dice alla maestra che noi non abbiamo neppure l’acqua per lavare i nostri figli?”. Mentre il mondo temeva l’epidemia di influenza aviaria, le condizioni igienico-sanitarie del campo nomadi di Arpinova risultavano allarmanti: donne diabetiche allo stremo, bambini con problemi cardiaci, casi diffusi di influenza. A peggiorare il quadro, i pozzi neri non venivano spurgati da mesi, saturando l’aria di miasmi pestilenziali in netto contrasto con ogni idea di salubrità.
Al termine dell’articolo c’è una scheda, sempre a cura di Ferrante destinata ad una coppia macedone dal titolo “La storia: Jedza, da Skopje alla baracca”: “Muhamed Zumber e Jelza Jrasnsik sono arrivati nel campo profughi di Arpinova nel 2006, lui 46 anni, lei 44. La loro casa è stata distrutta durante la guerra. Hanno un figlio di 21 mesi e vivono in una delle più piccole baracche del campo nomadi, nei pressi del pozzo nero. Quello di peggio ci possa essere per la salute del piccolo Muhamed. A tre mesi il bambino è stato operato al cuore al Monaldi di Napoli, le sue patologie sono gravi: difetto cardiaco inter-ventricolare. Jedza alza la maglietta del bambino e mostra la cicatrice che Muamed ha sul petto. Ha inoltre la sindrome di Down”. Il padre si mostra polemico riguardo la gestione del campo e si mostra timoroso per il futuro: “Perché non hanno dato a noi il container? Mio figlio non può più sopravvivere così? Chi ha deciso le assegnazioni?”. La moglie Jedaz invece mescola speranza e timore: “Vorrei che mio marito potesse lavorare e mio figlio tra un po' andare a scuola come tutti gli altri bambini. Il suo italiano è molto stentato. Tre anni non sono tanti, così la signora alterna molto spesso le sue parole con quelle del marito e tante altre in macedone. Mantenendo chiara solo una che, insieme è un sentimento ed una constatazione di fatto: “paura”. Il Campo di Arpinova è ancora lì, i problemi si sono sedimentati e sono mutati ma oltre le nubi di un’accoglienza precaria c’è spazio all’interno del quotidiano di storie di riscatto e partecipazione.
All’interno della rubrica Società Aperta, Antonella Soccio dà spazio ad una fra le prime italiane di seconda generazione ad aprire un’attività commerciale a Foggia nell’articolo pubblicato il 12 novembre del 2009 intitolato “Tracce di Sri Lanka nel cuore di Foggia. La sfida della bella Laura”. L’articolo racconta la sfida di una giovane che ha scelto la Capitanata per osare: “Laura Ranaweera, 26 anni, è nata a Foggia, ma proviene dallo Sri Lanka, l’Antica Ceylon, l’isola “lacrima d’india”, nota per le qualità pregiate di the. Porta “l’esotico” a Foggia. La bottega di Laura, nel cuore del quartiere multietnico della zona stazione, è aperta dallo scorso anno. Ma ha già attirato a sé un consistente numero di clienti, in cerca di spezie, condimenti esotici, foglie depurativi. […] Si raccontano leggende di cittadini disposti ad attendere prodotti orientali anche per mesi”.
L’Attacco l’ha incontrata nel suo negozio in compagnia della madre Maralynne. La loro storia è il racconto di chi sfida le convenzioni e rischia. Di chi vuole “farcela da sola”: “Sono partita dall’esperienza del laboratorio di mia mamma, L’Arte del dolce, lei ha sempre fatto torte su ordinazioni, per feste private e anche per sale da ricevimenti. Da un pò di tempo ho pensato che avrei potuto allargare questa attività. Cominciando a vendere decorazioni per torti a temi addobbi per feste. Ho molti clienti fissi e tanti entrano nel negozio per provare. I prodotti pi venduti sono gli spaghetti di soja, che sono essenzialmente cinesi, gli spaghetti di riso, piatto tipo dello Sri Lanka è il cous cous. In questo quartiere diverse le attività ma c’è spazio per tutti. La mia attività è più mirata alla vendita di cose tradizionali dell’Asia e dell’Africa. Mi sono concentrata sulle spezie e sui prodotti aromatici anche se non è semplice. I tempi di spedizioni sono lunghi”. Il coraggio delle idee e del farsi forza prevale anche nelle circostanze più complesse. Chissà dove ha proseguito la sua storia Laura: gli italiani di seconda generazione – quel mix di civiltà e audacia – tracceranno l’Italia del futuro. Penso al film e alla serie tv Bangla di Phaim Bhuiyan, italo-bangladese di Torpignattara, talento ironico elogiato da Verdone: con freschezza racconta le difficoltà di chi “non sembra” italiano, pur sentendolo nel sangue e nella lingua. L’aspetto non definisce l’identità.
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