Torniamo, probabilmente per un’ultima volta, alle indagini dei carabinieri del RIS di Parma sul delitto di Garlasco e alle gravi anomalie che stanno emergendo in questi giorni. Per dare una base concreta alle riflessioni ricapitoliamole sinteticamente.
Si comincia con una pseudoperizia personologica sulla figura di Stasi, attraverso la quale costui veniva dipinto come un dissimulatore, calcolatore, emotivamente distaccato dalla sua stessa fidanzata poi uccisa: in pratica, l’abito cucito sartorialmente sull’ assassino attraverso un’accozzaglia di ciarpame pseudopsicologistico da bar dello sport. L’anomalia grottesca è che questa relazione (a prescindere dal suo valore nullo) non era stata commissionata dall’autorità giudiziaria procedente, per la semplice ragione che il codice di procedura vieta espressamente perizie personologiche sul conto di un accusato, e comunque neppure era stata firmata da una certa psicologa che ne sembrava l’autrice apparente per via della sua carta intestata impiegata per redigerla. Sta di fatto che quel documento stava lì nella loro sede di Parma per cui, fatto ancor più significativo, è ovvio che tutti gli atti di investigazione furono compiuti dai carabinieri alla luce di quella robaccia sul conto di Stasi, senza dire nulla a nessuno (né ai periti e difensori di Stasi né, soprattutto, ai magistrati procecedenti). A tale riguardo, in un recentissimo intervento televisivo un certo giornalista di lunghissimo corso nel campo della cronaca nera, e quindi assai ammanicato con gli ambienti investigativi italiani, si è detto non stupito di questa pseudoperizia personologica anonima in possesso dei RIS giusto per avviare le indagini, dicendo che in quegli ambienti si è visto di assai peggio quando si fosse trattato di avviare le indagini su omicidi problematici con pochi indizi in partenza: ad esempio, “consulenze” da parte di sensitivi e paragnosti, ovviamente poi mantenute segrete per non scatenare putiferi e sarcasmi feroci. Lasciamo i Rasputin e i maghi Otelma in avvio delle indagini, e ricapitoliamo sinteticamente i comportamenti di quei carabinieri del RIS, andando in ordine temporale a seconda delle analisi effettuate da costoro.
10-11 settembre 2007: esaminano i pedali della bicicletta di Stasi e dicono di non aver trovato tracce di DNA di alcuno perché il campione era sporco e doveva essere purificato da agenti inibitori rispetto alla ricerca di DNA.
19 settembre 2007: il carabiniere biologo che compie le analisi effettua un’analisi alla ricerca di sangue sui pedali e ritiene di averlo trovato, impiegando una certa metodica non molto affidabile per il sangue (Combur test).
Sempre il 19 settembre 2007: egli rifà l’analisi per DNA sul pedale e ne trova in misura non solo inconsuetamente massiccia (2,78 nanogrammi per unità di misura) ma soprattutto - scenario praticamente impossibile a livello statistico - esattamente pari fino al millesimale (2,78 nanogrammi) all’altro campione rappresentato dal materiale prelevato da un cucchiaio tenuto in bocca dalla ragazza uccisa e quindi sicuramente insalivato con il suo liquido orale, che fungeva da elemento di paragone genetico.
20 settembre 2007: costui rifà le analisi sul campione del pedale alla ricerca di sangue e stavolta, giustamente, impiega una metodica più specifica e quindi più affidabile (OBTI test), ed evidentemente non trova nulla: infatti, egli stesso scrive un appunto autografo nel quale annota - forse a futura memoria non si comprende bene di chi - che su entrambi i pedali della bicicletta di Stati “non” era stata trovata alcuna traccia di sangue, testualmente “OBTI (-)” cioè negativo.
Sempre 20 settembre 2007: a quel punto, forse insospettito dal dato negativo del sangue, ripete anche il test per il DNA, e gli viene per due volte un risultato pari allo zero assoluto, nel senso che la macchina di analisi non rileva alcun DNA. In sostanza, stando a quegli ultimi esami, sul pedale non v’era né sangue né DNA. Dopo di allora, a dispetto di questa doppia negatività sul sangue e sul DNA, egli scrive e trasmette alla pubblico ministero procedente una relazione complessiva nella quale egli attesta che su quel pedale v’erano sia DNA della vittima “al di là di ogni ragionevole dubbio, sia tracce di sangue nella forma di “traccette brune” rilevate con il Combur test.
Per cui intenzionalmente omette di citare - e quindi di riferire alla pubblico ministero - sia i due dati negativi riguardanti il DNA, sia l’assenza totale di sangue rilevato con il più accurato test OBTI.
24 settembre 2007: I carabinieri del RIS convocano i periti di Stasi e della famiglia della ragazza uccisa e fanno loro sottoscrivere un verbalino di presa visione “dei risultati sin ora ottenuti”, senza scrivere esplicitamente quali fossero quei “risultati”.
Sicuramente non il risultato negativo sul sangue ottenuto con il test OBTI, poiché con una nota del successivo giorno 25 settembre i periti di Stasi chiesero al carabiniere analista di effettuare anche un secondo test con il più accurato OBTI, appunto perchè essi ignoravano che il carabiniere avesse già affettuato il giorno 20 settembre il test OBTI con l’esito negativo che si è già detto ; ma neppure i due risultati negativi sul DNA poiché, se essi avesse appreso anche dei dati negativi del DNA oltre che quello positivo, è assai plausibile che non si sarebbero limitati a prenderne atto in maniera anodina ma avrebbero scatenato l’inferno sin da sùbito, e gli avvocati difensori ancor peggio sùbito dopo. Sempre 24 settembre 2007: la pubblico ministero procedente, forte del dato del sangue sul pedale che le era stato comunicato dai RIS, arresta Stasi mediante un fermo per gravi indizi di reità.PER LEGGERE L'ARTICOLO COMPLETO
Garlasco, le indagini scientifiche finiscono sotto accusa: tutti gli interrogativi sul lavoro dei RIS di Parma
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