Vieste e la sua storia: l'assedio di Dragut e i numeri che non tornano, nuove prove ridimensionano la strage

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C’è una storia che a Vieste si racconta da secoli: è quella dell’assedio del 1554, dell’arrivo di Dragut, della città devastata e di migliaia di morti. Una narrazione consolidata, entrata nella memoria collettiva, scolpita anche nella pietra e nei racconti popolari. Ma oggi quella storia torna a essere discussa. Non per negarla, ma per rileggerla alla luce di documenti che - numeri alla mano - ridimensionano alcuni elementi e ne mettono in discussione altri. A riaprire il dossier è una serie di studi e materiali d’archivio, tra cui quelli raccolti da Vincenzo Ruggieri e ulteriori documenti analizzati in queste settimane. Il punto di partenza è uno: la popolazione reale di Vieste a metà Cinquecento.
Secondo la storiografia tradizionale, le vittime dell’assedio oscillano tra le 3mila e le 6mila persone. Ma i dati fiscali dell’epoca raccontano altro. Nel sistema amministrativo del Regno, infatti, la popolazione veniva calcolata attraverso i “fuochi”, cioè i nuclei familiari. E proprio qui emerge la prima nota stonata. Gli atti relativi alla fabbrica delle torri e alla tassazione del territorio indicano per Vieste circa 275-300 fuochi prima del 1554, pari a una popolazione stimata tra 1200 e 1500 abitanti. Un dato che, già da solo, rende impossibile sostenere numeri molto più alti. “Accertano il numero delle persone all’epoca fosse molto più basso, siamo sui 1200 massimo 1500 persone”, spiega a l’Attacco Daniele Balzini, giovane appassionato di storia e titolare del locale denominato - per l’appunto - “Dragut” Vieste, che ha raccolto e rielaborato i documenti. “E questo fa chiarezza su una narrazione che nel tempo è stata probabilmente ingigantita”. Non si tratta certo di un dettaglio, in quanto proprio da qui parte una rilettura complessiva. Nei registri successivi, tra il 1568 e il 1577, Vieste risulta avere 178 fuochi, segno di una comunità già ridotta e in fase di ricostruzione . Una cifra anche questa che conferma la dimensione contenuta del centro urbano e mette in discussione l’idea di una strage su larga scala come tramandata. Da qui, poi, nasce la seconda questione, ancora più delicata. Secondo alcuni dei documenti analizzati, non ci sarebbe stato un genocidio nel senso pieno del termine, ma piuttosto deportazioni e conversioni forzate.

“Da fonti storiche non c’è stato nessun genocidio ma sono stati deportati e si sono convertiti all’islam”, sostiene Balzini. “Forse per questa ragione gli storici cristiani non hanno voluto raccontare bene la storia”. Un’interpretazione che cambia radicalmente il punto di vista, ma che va maneggiata con cautela. Le fonti, infatti, raccontano anche di saccheggi, violenze e distruzione, come emerge dalle cronache dell’epoca e dagli studi successivi.

E c’è un altro aspetto assai rilevante che entra nel racconto: il contesto politico.

Dragut non era un semplice corsaro - come si dice - ma un ammiraglio inserito nelle dinamiche della guerra tra Francia e Spagna per il controllo del Regno di Napoli. Vieste, in questo scenario, era un punto strategico sull’Adriatico, già fortificato e inserito in un sistema difensivo fatto di torri costiere costruite proprio “per mantener et defender li populi da le continue invasioni”. Una città dunque esposta, contesa, e probabilmente più piccola e fragile di quanto raccontato.

Accanto alla rilettura demografica, emerge poi un altro filone di ricerca: quello simbolico. Il lavoro sul sigillo di Vieste mostra come già nel 1555 fosse presente il leone rampante con la spada, elemento che attraversa i secoli e arriva fino agli stemmi successivi . Un dettaglio apparentemente marginale, ma che aiuta a collocare la città in un contesto più ampio, fatto di dominazioni e identità “trasformate”. E infine, il nodo più controverso.

Tra i materiali emerge anche un racconto che parla di tradimenti interni e tensioni religiose: “Ci fu il tradimento di un vescovo che per proteggersi dall’invasione si è venduto gli abitanti del posto” - racconta Balzini - “e poi fu giustiziato da Dragut”. Una versione che apre scenari delicati e che, al momento, resta una delle ipotesi più difficili da verificare in modo definitivo. “Il tema è molto forte”, ammette lo stesso Balzini. “Ed essendo una questione religiosa ora capisco come mai queste cose sono state nascoste e non sono subito venute alla luce”.

Ed è forse proprio questo il punto. Non una verità alternativa già scritta, ma un cantiere aperto nel quale i documenti obbligano a rivedere numeri, contesti e interpretazioni. Senza cancellare la memoria, ma provando a renderla più aderente ai fatti. Perché la storia, anche quella più radicata, non è mai definitiva. E a volte basta un dettaglio in un fascicolo d’archivio per rimettere tutto in discussione. 

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