La storia c’è, pesa, divide anche. Ma resta, in gran parte, dentro i confini della memoria locale, faticando a uscirne. È il paradosso che accompagna da anni la vicenda di Dragut, il corsaro ottomano che nel 1554 segnò uno degli episodi più traumatici per Vieste: un fatto noto ai viestani, meno a chi arriva da fuori, quasi sconosciuto a molti turisti. Negli ultimi giorni il tema è tornato al centro dell’attenzione, complici anche nuove riletture storiche che rimettono in discussione numeri e dinamiche di quell’episodio. Ma accanto al dibattito storiografico si è riaperta un’altra domanda, più concreta: perché una pagina così forte non è mai davvero diventata racconto comune, evento strutturato, attrattore culturale? A sollevare il punto è anche Daniele Balzini, giovane imprenditore viestano che da anni prova, nel suo piccolo, a tenere accesa l’attenzione su quella vicenda: “I turisti non sanno nulla - racconta a l’Attacco - vedono una targhetta, fanno una domanda, e poi spetta a noi spiegare cosa è successo davvero. Ma quello che si racconta in giro spesso non corrisponde a quello che emerge dai documenti”.
Balzini parla di una storia “distorta”, semplificata nel tempo: “La narrazione dominante è quella del massacro, ma in realtà ci sono elementi che portano a una lettura diversa, anche legata alle conversioni forzate. Io non ho la verità assoluta - precisa - però mi baso su testi, su documenti. E mi chiedo: perché questa parte non viene raccontata?”.
Domanda che si allarga non solo alla versione dei fatti, ma alla loro diffusione: “È una storia importante, fondativa per certi versi - aggiunge - eppure non è mai stata davvero valorizzata. Si punta tanto sugli eventi turistici, sulle iniziative di massa, ma sulla cultura si fa poco. E senza cultura non si costruisce identità”. Un tentativo, negli anni, c’è stato. Rievocazioni, iniziative, anche qualche evento pubblico, ma senza continuità: “Qualcosa è stato fatto -ammette - però non ha mai attecchito davvero. È rimasto tutto un po’ episodico”.
Il risultato è una narrazione a intermittenza, legata più all’iniziativa del momento che a una strategia precisa. Eventi che nascono e si spengono, senza riuscire a costruire nel tempo un’identità riconoscibile: “Non è mai diventato un appuntamento fisso - osserva ancora Balzini - qualcosa che la gente aspetta, che torna ogni anno. E senza continuità è difficile che resti”.
Sul versante istituzionale, la lettura è diversa, ma non lontana da questo dato di fondo. L’assessore alla cultura Alessandro Del Zompo conferma che il tema non è stato abbandonato, ma riconosce anche le difficoltà nel trasformarlo in un filone stabile: “So che in passato sono state fatte manifestazioni sulla vicenda di Dragut - spiega a l’Attacco - rievocazioni storiche, eventi anche abbastanza importanti. Poi però questo filone si è fermato, probabilmente perché non trovava il riscontro di pubblico sperato”. Una questione, quindi, anche di risposta: “Quando un evento non funziona, spesso si interrompe - aggiunge - e in quegli anni c’erano anche limiti economici importanti. Il Comune in passato non aveva grandi risorse da investire su iniziative di quel tipo”. Eppure la storia, assicura, non è uscita dai radar: “Nei nostri walking tour è ampiamente raccontata - sottolinea - le guide la spiegano, nei luoghi chiave viene approfondita. Fa parte del nostro patrimonio”.
Il problema, allora, sembra stare proprio lì: nella differenza tra racconto “per addetti” e racconto pubblico. Tra chi partecipa a un tour guidato e chi, invece, attraversa la città senza strumenti per decifrarla. “Forse manca un salto di qualità - ammette Del Zompo - qualcosa che renda questa storia più fruibile, più visibile. Una rievocazione strutturata, un evento teatrale, magari al Castello. Sono spunti su cui si può lavorare”.
Non nell’immediato, però: “Per questa stagione è tardi - chiarisce - sono iniziative che richiedono programmazione. Ma per il futuro può essere un’idea attuabile”. Nel frattempo resta il dato: una memoria forte, ma poco esportata. Una vicenda che tutti conoscono “in casa”, ma che fatica a diventare racconto collettivo, anche turistico. E forse è proprio questo il nodo. Non tanto stabilire quale sia la versione definitiva dei fatti - questione che spetta agli storici - quanto decidere se quella storia merita di essere portata fuori, resa visibile, discussa.
Perché, come sottolinea Balzini, “se non la raccontiamo noi, non lo farà nessuno”. E il rischio è che resti lì, sospesa tra memoria orale e qualche libro, mentre altrove anche le leggende diventano eventi, narrazioni, attrattori.
A Vieste, invece, Dragut continua a essere una storia che si conosce, ma si racconta poco. E quando succede, spesso resta confinata a pochi contesti. Un patrimonio che c’è, ma che ancora cerca una forma. Intanto il tempo passa, e con lui l’eventualità che questa pagina resti sempre uguale a sé stessa: conosciuta a chi già la conosce, ignorata da chi arriva. In attesa che qualcuno decida di trasformarla davvero in racconto condiviso.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).