“Monte Sant’Angelo è attualmente una città fantasma, desertificata della miglior gioventù e non solo, rassegnata e triste per un futuro che non c’è - l'analisi per l'Attacco dell'economista Nicola di Bari -. Il dato che più di tutti registra la impossibilità di risollevarsi e reagire ad un destino segnato da tempo è la forte riduzione della popolazione dovuta ad un’emigrazione di massa dei giovani e che coinvolge anche chi giovane non lo è più. Una città colpita da una disperata depressione dovuta anche all’invecchiamento che ha raggiunto dimensioni insostenibili. Dal 2001 al 2022 la popolazione si è ridotta di 2.543 unità (-17,77%) passando da 13.807 abitanti a 11.354 con un’accelerazione fortissima negli ultimi nove anni, pari al 14,56%. Se questa progressione dovesse confermarsi anche in futuro si estinguerebbe totalmente nel 2072, diventando una città senza più abitanti. Nel 2022 gli abitanti con più di 65 anni erano 4.794 e costituivano il 42,22% della popolazione totale, mentre i residenti tra 0 e 39 anni erano 3.213 (28,30% del totale). Quelli tra 30-64 anni erano 3.347 (29,48%), di cui quasi la metà raggiungerà i 65 anni nel giro di cinque anni. In altre parole, fra cinque anni circa il 60% della popolazione sarà costituita da ultra 65enni”.
Monte Sant’Angelo ha appena inaugurato il proprio percorso di eventi e progetti da capitale regionale della cultura 2024. Ma la città garganica sconta una grave situazione socioeconomica e continua a perdere abitanti in modo inarrestabile. Chi da sempre crede nel valore delle politiche culturali per il rilancio del Gargano e della Capitanata è Franco Salcuni. Dirigente nazionale di Legambiente, docente e operatore culturale, Salcuni sta organizzando la XX edizione di FestambienteSud ma la sua Green Cave è costantemente presidio di iniziative nel cuore di Monte. L’Attacco l’ha intervistato.
Il tema dei temi è, ormai, quello dell'inverno demografico. Come commenta l'analisi di di Bari?
L’analisi che fa l’ottimo Nicola di Bari è condivisibile nei meriti, del resto i numeri parlano chiaro. Ma la partecipazione emotiva sul declino della sua città d’origine forse appanna un poco l’opportunità che una lettura attenta di quei dati ci può dare per cercare delle soluzioni possibili. La presenza dei problemi, anche se gravi, non deve generare scoramento ma la ricerca di nuove idee e soluzioni. Legambiente, in trent’anni di presenza e attività nella comunità di Monte Sant’Angelo, ha sempre cercato di mettere da parte l’emotività, perché crediamo che di fronte ai problemi occorre cercare una strada per uscirne e nel contempo tentare di fare il massimo assumendosi anche delle responsabilità dirette, magari nel piccolo, attivandosi in prima persona. Noi lo facciamo con FestambienteSud, ma ancor di più con la Green Cave, e lo abbiamo fatto con le summer school sulla rigenerazione urbana e le numerose iniziative e progetti attivati. Detto questo, i dati sull’andamento demografico e socioeconomico di Monte sono impietosi. C’è da dire che - e questo non ci deve distrarre dalla situazione di Monte Sant’Angelo né costituire un alibi - non sono molto diversi da quelli che disegnano sia un declino generale di tutti i territori del Sud, anche se con accenti e gradazioni diverse, sia un innegabile declino generale del sistema Paese. Questo declino, che sembra rispondere in parte a dinamiche globali, in gran parte però dipende da un cambiamento dello stile di governance negli ultimi anni, diventata più attenta alle risposte emotive dell’elettorato che a fare scelte di largo respiro. Chiama, pertanto, alle proprie responsabilità la classe politica e la classe dirigente tutta, e non l’assolve. Anche perché la politica stessa è sempre pronta a rivendicare come merito suo qualche segnale positivo, mentre tende a scaricare su un destino ineffabile e sullo spirito del tempo quanto di negativo accade nelle nostre comunità. Mentre credo che la missione principale alla quale ci chiamano i tempi duri sia aggredire e risolvere i problemi strutturali.
Quanto pesa la fuga dei giovani?
La fuga da Monte e dal Sud non riguarda solo i giovani. La nuova emigrazione coinvolge tutte le fasce della popolazione, anche gli anziani che hanno cominciato a partire per avvicinarsi ai propri giovani andati via. L’altra novità rispetto alle vecchie ondate migratorie sta nel fatto che oggi emigra prevalentemente il ceto medio, ovvero professionisti, pubblico impiego ma anche i giovani che hanno studiato. La perdita del ceto medio credo sia il fenomeno più grave al quale stiamo assistendo, perché ci impone una lettura più complessa dei dati qualitativi dell’andamento demografico, che ci restituisce un quadro forse più grave di come appare lavorando solo sui dati quantitativi. Per i giovani mancano politiche e iniziative. Sono la parte più debole della società, anche elettoralmente, e la politica si è assestata sulla cura emotiva dell’elettorato anziano, più numeroso ed elettoralmente più rispondente. Investire sui giovani significa conceder loro spazi di protagonismo vero e spostare gli investimenti dalle cose inanimate alle persone in carne ed ossa. La progettualità pubblica sembra, invece, rifugiarsi sui tradizionali lavori pubblici piuttosto che accettare la sfida - più difficile e per la quale si possono trovare ingenti risorse - della rigenerazione dei territori e delle comunità, dell’economia della conoscenza, dei nuovi mestieri legati al web, dell’innovazione di processo e di prodotto nell’artigianato, nell’agricoltura e nell’industria. Insomma, anche se tanti strumenti ci sono, mancano la cultura e l’animazione di uno sviluppo che aiuti i giovani a diventare protagonisti di una nuova fase della storia del territorio, che potrebbe forse contribuire a invertire gli andamenti demografici. E in questo le responsabilità della politica sono difficilmente negabili.
Capitale regionale della cultura. Come è vissuto dalla comunità? Dall'esterno si avverte l'ambivalenza di posizioni: da un lato l'orgoglio e il senso di responsabilità, dall'altro lo scoramento di chi non vede nuova linfa e, anzi, parla di una desertificazione ulteriore.
La cultura è una risorsa se è vista, vissuta e promossa come cultura, e non come attrattore e volano per altri segmenti dell’economia. Penso al turismo, ma non solo. La cultura può diventare attrattore se è cultura vera, ed è tale se dice qualcosa di nuovo; non se ripropone schemi identitari che, tra l’altro, ripropongono un passato che non esiste più, ma se accetta la sfida creativa di immaginare scenari nuovi, la sfida della contaminazione e della costruzione di nuove identità dinamiche. Inoltre, la cultura è un diritto costituzionale per i cittadini, come la sicurezza, l’istruzione e la sanità, che va garantito a tutti con le politiche pubbliche e con una rete di servizi territoriali contraddistinti da qualità ed efficienza. Deve essere democraticamente libera e non funzionale alla comunicazione politica delle maggioranze di turno. Oggi, invece, si rischia, nelle politiche pubbliche, di fare confusione tra cultura e marketing e si cede alla seduzione degli eventi eclatanti, mentre, al contempo, si assiste all’arretramento dei servizi culturali pubblici, come biblioteche, musei, pinacoteche. La Francia e le grandi città d’arte italiane sono capitali culturali riconosciute nel mondo per la rete dei servizi culturali, non per l’estemporaneità degli eventi ospitati o per le proprie strategie di marketing. Insomma, servono luoghi, presidi, servizi e contenuti culturali per fare della cultura un valore aggiunto per il territorio. Il rischio è perdere risorse ed energie per creare cose molto provvisorie e superficiali. Monte non deve perdere l’occasione della capitale della cultura pugliese confezionando solo un bel cartellone di eventi, ma deve sfruttarla per aprire nuovi spazi e servizi, rigenerare quelli esistenti e rafforzare il tessuto dei presidi culturali già operanti e vivi. Solo così la cultura diventa un vero attrattore e solo così si abbatte la forbice tra la narrazione e la realtà.
Mesagne, la capitale precedente, ha davvero svoltato rispetto al passato. Cosa manca a Monte Sant’Angelo perché si realizzi la stessa trasformazione?
Non conosco la situazione di Mesagne e francamente credo che i processi strutturali di trasformazione si possano valutare sul lungo periodo e non a breve. Se qualcosa è cambiato vuol dire che il processo di trasformazione era cominciato da tempo. A Monte occorre investire sui servizi culturali e credere nella vita culturale come un segmento della vita sociale, economica e come un utile investimento pubblico. La cultura in sé, libera e democratica, non la cultura per il turismo o per la comunicazione. Se si fa questo percorso, poi il turismo culturale arriva da solo e la comunicazione ha contenuti da comunicare. Pensare al turismo come all’unica economia possibile, tra l’altro, è un grave errore: il lavoro per i giovani può nascere da politiche sociali innovative, dall’innovazione nell’agricoltura e nell’artigianato e anche dalla cultura stessa che, se fatta bene, può generare economia e lavoro. Il turismo è la conseguenza della cura complessiva del territorio e della comunità, che genera bellezza e desiderabilità, per cittadini e turisti.
Molti suoi concittadini hanno polemizzato per la frase del vicepresidente della Regione Piemontese: “Monte da capitale della mafia a capitare della cultura”.
Mi verrebbe da dire, con una battuta, che le mafie prosperano nelle capitali economiche e che non mi meraviglierebbe che stia a fare affari da un’altra parte dove gira più ricchezza. La mafia è un fenomeno complesso che rischia di essere semplificato dalla foga di liberarsene con facili slogan, che tra l’altro possono sfuggire facilmente in un momento di celebrazione come l’altra sera. Non credo allo schematismo che separa a pezzettoni il bianco dal nero, il passato dal presente, come non credo che una parte della società montanara o del vecchio ceto politico sia tutta da buttare, bollandolo come mafioso. Credo, e anche negli anni più bui la mia associazione non si è astenuta dal dirlo, che una certa mafia sia esistita. Non parlo dei gruppi di fuoco, che sono sotto gli occhi di tutti, ma dei colletti bianchi nelle istituzioni. I numerosi scioglimenti per mafia di questi anni ne sono un sintomo chiaro. Questa forma d’inquinamento mi auguro sia sparita del tutto ma è lecito pensare che, forse anche oggi, da qualche parte abbia trovato un angolino dove continuare a gestire una fetta di potere pubblico. La politica di questo fenomeno si occupa poco, dovrebbe dedicargli più attenzione. La frase dell’assessore e le reazioni, tuttavia, credo siano semplicemente il sintomo del fatto che questa comunità non ancora abbia elaborato la sua storia recente con un confronto maturo e democratico. Prima o poi questo confronto deve avvenire. Senza questo processo è difficile costruire una comunità coesa e competitiva, realmente capace di futuro.
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