Trentadue anni (e un giorno) fa, il 27 marzo 1994, la destra italiana entrò per la prima volta al governo della Repubblica con la vittoria della coalizione guidata da Silvio Berlusconi, nata attorno a Forza Italia e sostenuta da Lega Nord e Alleanza Nazionale. Fu una svolta storica. Per la prima volta una destra pura, erede anche (e non solo) della tradizione missina, conquistava Palazzo Chigi. Trentadue anni dopo, l’anniversario di quell’evento cade in una fase molto delicata per il centrodestra che governa nuovamente il Paese con Giorgia Meloni, con il voto referendario sulla giustizia che ha aperto una fase di riflessione e di tensione politica all’interno della coalizione. Il risultato delle urne ha infatti rappresentato il primo vero passaggio critico per l’esecutivo. Non tanto per la tenuta parlamentare – la maggioranza resta solida – quanto per il clima politico che si è creato dopo la bocciatura della riforma. In settimana governo e partiti di centrodestra sono entrati in una profonda fase di assestamento, tra dimissioni, cambi di assetto e un inevitabile rimescolamento degli equilibri interni. Giorgia Meloni ha rivendicato il rispetto del risultato delle urne, ma il confronto dentro la sua maggioranza si è fatto particolarmente serrato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, promotore della riforma, è adesso al centro del dibattito, mentre buona parte dell’impianto di governo è tornato al vaglio dei partiti. Attorno a questo nodo si stanno muovendo infatti, oltre al partito della premier, Fratelli d’Italia, anche le altre componenti della coalizione, da Forza Italia alla Lega, impegnate a ridefinire il proprio spazio politico in una fase che non è più quella dell’avanzata trionfale del 2022 né quella della narrazione – e della percezione – di invincibilità degli anni successivi. Nel frattempo la macchina dell’esecutivo sta continuando a registrare aggiustamenti e cambi di ruolo nei ministeri e nelle strutture di governo. Tra nuove nomine, avvicendamenti e ridefinizioni delle deleghe, il governo sta cercando di consolidare l’assetto in vista delle elezioni politiche del 2027. Una dinamica fisiologica dopo un passaggio delicato come quello aperto dal referendum. In questo quadro nazionale emerge anche una questione più profonda che riguarda il rapporto tra la destra e il Mezzogiorno. Proprio su questo punto si sono soffermate alcune riflessioni comparse in questi giorni sui vari quotidiani nazionali. Il voto referendario ha infatti messo in luce le contraddizioni di una destra che negli ultimi anni ha consolidato il proprio radicamento soprattutto nelle regioni settentrionali, lasciando il Sud in una posizione più marginale nel disegno politico complessivo. Un elemento che si riflette non soltanto nei risultati elettorali, ma anche nella struttura sociale e culturale dei territori. È un ragionamento che trova conferme anche scendendo di scala, osservando ciò che accade nei contesti locali. In molte realtà meridionali il centrodestra continua a raccogliere consenso elettorale, ma fatica a esprimere un radicamento diffuso nel tessuto della società civile attraverso partiti, sindacati, associazioni, mondo della cultura e terzo settore. È qui che spesso il centrosinistra conserva una presenza più strutturata, capace di resistere anche nelle fasi politiche più difficili. Il caso di Foggia e della Capitanata è emblematico.
Negli ultimi anni il centrodestra locale ha attraversato una stagione segnata da fratture, divisioni e perdita di credibilità politica. Lo scioglimento del Comune capoluogo per presunte infiltrazioni mafiose, la lunga fase commissariale e le successive vicende amministrative hanno prodotto uno sfilacciamento evidente di quell’area politica, che ancora oggi cerca di ricostruire una propria identità. Al contrario il centrosinistra, pur tra molte contraddizioni, ha mantenuto una presenza più stabile dentro il tessuto sociale della città, nelle organizzazioni sindacali, nel mondo associativo e culturale, nelle reti civiche e nel terzo settore. Una dinamica che varia appena lungo la costa garganica, dove lo spirito imprenditoriale del territorio – ad eccezione di centri portuali come Manfredonia – propone una mappatura politica opposta (o quasi) rispetto al resto della provincia, mentre nelle aree urbane e dell’entroterra le reti sociali tipicamente legate al centrosinistra o a micro-leadership locali conservano la propria influenza.
Lo riconoscono gli stessi esponenti dell’opposizione cittadina. Claudio Amorese, capogruppo del centrodestra in Consiglio comunale, e quindi esponente di spicco della destra istituzionale di Capitanata, ha parlato apertamente a l’Attacco della necessità di ricostruire un rapporto con la società civile foggiana: “C’è sicuramente da fare molto di più per ricucire il centrodestra al tessuto sociale che proviene da questa tradizione politica e riacquisire credibilità dopo anni complessi. Noi stiamo provando a farlo con un ricambio generazionale forte e con proposte che speriamo possano risultare credibili per la cittadinanza”. Amorese rivendica anche il ruolo dell’opposizione. “Se le nostre proposte saranno incisive e condivise magari potremo offrire un governo diverso alla città. In caso contrario continueremo a fare opposizione nell’interesse dei cittadini”.
Accanto a questa posizione più istituzionale c’è poi una sensibilità diversa, rappresentata da figure come Giuseppe Mainiero, consigliere comunale civico e tra i fondatori di Fratelli d’Italia a Foggia, che legge il momento politico nazionale come un campanello d’allarme anche per la destra di governo. “Personalmente ho votato convintamente per il Sì al referendum perché si trattava di un passaggio di civiltà giuridica. Ma quando la partita è diventata politica è cambiato tutto. Per Giorgia Meloni questo risultato deve essere un segnale”. Secondo Mainiero la destra dovrebbe recuperare le proprie radici culturali. “Negli anni Novanta la nostra stella polare era Paolo Borsellino. Quella tradizione legalitaria non va dimenticata”. Ma il ragionamento torna inevitabilmente alla dimensione locale. “A Foggia la destra deve cancellare con un tratto di penna la storia degli ultimi anni e costruire una classe dirigente alternativa al Pd e al M5S. Questa città ha risorse e potenzialità per fare un salto in avanti”.
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