“Hanno fatto di tutta l’erba un fascio e questo non è giusto”, è così che esordisce nel suo sfogo a l’Attacco uno dei 30 indagati (e di conseguenza licenziati) coinvolti nello scandalo che ha nelle scorse settimane riguardato il reparto femminile ex ortofrenico del Don Uva di Foggia. I fatti sono noti: arrestati in carcere, ai domiciliari e sottoposti alla misura del divieto di dimora, una trentina tra infermieri, Oss, educatori e altre figure dipendenti della struttura sono indagati a vario titolo con l’accusa di maltrattamenti, sequestro di persona e abusi sessuali a danno delle pazienti psichiatriche ricoverate nel reparto in questione. A seguito delle misure disposte dall’autorità giudiziaria, la proprietà, la società Universo Salute, ha formalizzato il licenziamento delle persone coinvolte.
Ma c’è chi ha deciso di prendere le distanze dall’addebito mosso. “E’ stato fatto a tutti un processo mediatico non facile da affrontare – ha spiegato uno dei licenziati -, tutti indistintamente siamo stati descritti come dei mostri, ci siamo visti piombare in casa le forze dell’ordine, hanno perquisito tutto alla ricerca di chissà cosa, manco fossimo narcotrafficanti ma la verità è che non siamo tutti uguali e soprattutto alcuni di noi non hanno commesso quelle violenze. Anzi, a tal proposito vorrei dire che è importante che chi ha commesso un reato paghi, non si possono trovare giustificazioni; ma, d’altro canto è giusto dire che alcuni di noi avevano a cuore i pazienti, ci siamo affezionati a loro, dopo tanti anni di servizio in struttura, siamo stati a contatto ravvicinato, li abbiamo coccolati, li abbiamo fatti ridere, ballare, divertire, assistiti. Per questo siamo lieti di aver saputo che i magistrati hanno ascoltato anche loro e che hanno potuto dire spontaneamente come venissero trattati da alcuni sanitari”.
La fonte ha tenuto a precisare che non tutti i ricoverati si trovano in una condizione di non lucidità mentale. “Ci sono molti pazienti estremamente intelligenti e presenti a se stessi con i quali si può tranquillamente interloquire e che sono in grado di riferire cosa accade nei reparti. La speranza è che si faccia presto luce su questa vicenda”.
Ma si parla in ogni caso, salvo diverse eccezioni, di pazienti estremamente complessi da gestire.
“Ci rendiamo conto che chi non conosce quelle realtà non può capire che cosa significhi lavorare a contatto con uno psichiatrico: gridano tutto il giorno, si sporcano con i propri escrementi, spesso non vogliono mangiare, non stanno mai tranquilli, si agitano, compiono gesti autolesionistici, a volte sviluppano assuefazione agli psicofarmaci (e in quei casi si dovrebbe procedere ad un periodo di disintossicazione e alla somministrazione di nuove medicine più efficaci), il nostro compito è quello di gestire tutto questo nel migliore dei modi. Ad esempio, nel video delle intercettazioni dei carabinieri si vede un paziente trascinato a terra da due operatori, in quel caso la persona veniva portata in sala da bagno per essere lavata perché si era sporcata con le proprie deiezioni. In quel momento non aveva nessuna intenzione di farsi lavare, cosa avrebbero dovuto fare gli operatori, lasciarla in quelle condizioni? Non sarebbe stata anche quella una forma di violenza o di negligenza? D’altro canto, altri gesti colti dagli inquirenti non sono ugualmente spiegabili e gli autori vanno puniti. Per gli altri va preso in considerazione il contesto, se agissero a fin di bene o per crudeltà. Per quanto mi riguarda non ho mai pensato di fare del male alle persone di cui mi sono occupato”.
C’è poi tutta la questione relativa alle condizioni dei lavoratori e alle misure per la sicurezza sul lavoro: “Quando diciamo che quello è un lavoro difficile intendiamo proprio il fatto che il rischio burnout è altissimo, qui entra in gioco l’applicazione di una serie di norme che appunto servono a valutare la capacità del lavoratore di svolgere quel preciso compito. Non a caso i lavoratori dovrebbero essere sottoposti a visite periodiche da parte di un medico esterno che valuti lo stato complessivo della persona, quello stesso medico redige delle schede personalizzate di ciascuno, sulla base delle quali avere contezza delle condizioni psicofisiche del lavoratore. So di alcuni dipendenti a cui era stato diagnosticato uno stato ansioso depressivo e se il lavoratore perde la testa deve essere l’azienda a fare le proprie valutazioni e decidere se tenerlo in quello specifico servizio o se è il caso di spostarlo per evitare azioni e reazioni inaspettate. Tutto questo è stato fatto? E oggi che noi siamo stati licenziati, i pazienti stanno meglio? Sappiamo che proprio dopo il nostro allontanamento, il direttore sanitario Eugenio Iorio ha diramato una nota nella quale invita tutto il personale ad ‘intensificare la sorveglianza dei pazienti, a seguito di diversi eventi traumatici avvenuti nel giro di pochi giorni’. I nuovi subentrati come stanno gestendo un lavoro così stressante? A quanto sembra alcuni non hanno retto e hanno già rassegnato le loro dimissioni. Questi elementi non possono essere trascurati, fermo restando, lo ripeto ancora una volta, che la violenza non può essere tollerata”.
Si è parlato di operatori che sapevano dei maltrattamenti e che non avrebbero fatto nulla per fermarli. “In realtà ci sono state segnalazioni, come peraltro abbiamo riferito ai giudici, fatte nei confronti di certi lavoratori che a nostro avviso stavano esagerando ma non abbiamo notizie di provvedimenti in tal senso”.
Infine un riferimento alla contenzione: “Ci accusano di sequestri di persona – ha rimarcato la fonte -, di pazienti chiuse nelle proprie camere. Ebbene, quelle porte non hanno neppure le chiavi, come avremmo potuto chiuderle? Inoltre, avevamo disposizioni precise: i pazienti non potevano lasciare il reparto per nessun motivo, tanto meno la struttura. Lo evidenzio perché fino a qualche anno fa, ai tempi della congregazione, i pazienti potevano muoversi un po’ più liberamente, alcuni, quelli più lucidi andavano persino al bar per un caffè, una passeggiata in cortile. Questo aveva anche un effetto calmante, ora che non possono più farlo e che restano solo in reparto sono molto più agitati (come lo sarebbe chiunque) ed è più difficile anche per gli operatori tenerli a bada”.
Insomma, sono tante le questioni che andrebbero affrontate prima di avere un quadro preciso della situazione, a detta della persona coinvolta.
“E’ comprensibile il clamore mediatico che ha scatenato il caso ma l’opinione pubblica deve sapere tutto, non solo quello che è emerso con l’indagine. Gli inquirenti hanno evidenziato degli episodi terribili ma in quello stesso calderone sono stati messi anche coloro che volevano bene ai pazienti e che non li avrebbero maltrattati. Spero che la verità prima o poi venga a galla”.
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