Omicidio Marasco a Foggia, Miulli: “E’ stata una lotta contro il tempo per cercare un fantasma”

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Un’indagine complessissima - raccontata ieri mattina in conferenza stampa presso il Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri - quella per risalire al presunto autore (pesanti gli indizi di colpevolezza gravanti su Redouane Moslli, bracciante agricolo 43enne marocchino, fermato sabato sera presso la stazione di Napoli) dell’efferato omicidio della tabaccaia foggiana ultrasettantenne Franca Marasco, accoltellata a morte con quattro fendenti alla gola e all’addome il 28 agosto scorso, in pieno giorno, nel suo esercizio commerciale in via Marchese De Rosa, durante una rapina finita in tragedia.

Un’indagine particolarmente complessa perché in prima battuta priva di qualsiasi elemento utile all’individuazione del killer. Tanto che, dirà il comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Foggia, colonnello Michele Miulli: “Abbiamo dovuto cercare ‘un fantasma’, un soggetto presente sul  territorio dauno soltanto da un mese (Moslli usava spostarsi di frequente tra le città italiane, su di lui pendeva un decreto di espulsione per altri reati commessi in precedenza, ndr): qui a Foggia, dunque, non aveva sviluppato una cerchia relazionale ampia ed anche le persone con cui aveva avuto rapporti di ‘frequentazione’ non conoscevano le sue generalità, come il tabaccaio di viale XXIV maggio che, da noi interpellato, lo ha riconosciuto per averlo visto nel corso del tempo, riferendo però di non sapere come si chiamasse. In sostanza, risalire all’identità di questo personaggio – ha continuato Miulli - non è stato assolutamente semplice: abbiamo dovuto battere gli abituali luoghi di ritrovo dei senza tetto del territorio. Interpellando tutte le strutture cittadine che offrono riparo gratuito agli homeless, contesto nel quale il gestore di una simile struttura ci ha infine consentito di attribuire un nome e un cognome al ricercato”.

Ad aumentare la difficoltà delle indagini – sviluppate, in stretta sinergia con la Procura della Repubblica di Foggia, attraverso l’impiego della Compagnia locale dell’Arma dei Carabinieri, in particolare del Nucleo investigativo e di quello operativo radiomobile – è stata l’assenza di telecamere nei paraggi della scena del crimine (lo stesso tabacchino di Marasco era sprovvisto di un sistema di videosorveglianza).

Il raggio d’azione del “pedinamento digitale” dei carabinieri si è dovuto inevitabilmente estendere ad un’area cittadina molto più vasta. Un monitoraggio che è stato “una vera e propria corsa contro il tempo, considerando che le immagini dei sistemi di videosorveglianza si sovrascrivono periodicamente – ha sottolineato ancora il comandante Miulli –. In tale attività, allora, abbiamo dovuto analizzare con estrema attenzione non meno di 50 ore di riprese, per la cui analisi ci è voluto circa il doppio del tempo, effettuate da oltre 25 telecamere, la maggior parte private, presenti in una vasta area urbana. E’ stato difficile – ha dettagliato Miulli - persino riconoscere in quanto tale la mascherina chirurgica indossata dal sospetto per compiere la rapina: si trattava di un puntino nero che abbiamo visionato con minuzia e che ci ha fatto comprendere che quella non fosse una caratteristica dei tratti somatici ma, invece, lo strumento del travisamento”.

Come non bastasse, tra le mille criticità con cui si è dovuta scontrare l’attività investigativa c’è anche il cambio di indumenti (poi abbandonati in strada da Moslli, all’interno di un sacchetto) effettuato dall’omicida subito dopo il gesto delittuoso. “Ad un certo punto del suo tragitto – ha raccontato il numero uno dell’Arma di Foggia - il soggetto dapprima individuato come sospettato sembrava essere sparito dai radar della videosorveglianza. Abbiamo così dovuto riprendere daccapo il lavoro di analisi fino a quando non abbiamo notato un soggetto che aveva le stesse caratteristiche antropometriche ma vestito in modo completamente diverso. Non indossava più il cappello e, tra le altre cose, aveva sostituto indosso a sé i pantaloni lunghi con un paio di bermuda. L’articolato ‘pedinamento elettronico’, dunque, ci ha permesso di individuare anche il momento in cui l’indiziato di reato si disfa, in via Mameli, dell’abbigliamento con cui aveva effettuato la rapina”. Quegli abiti sono stati recuperati e sequestrati e consentiranno ulteriori, importanti accertamenti scientifici sull’eventuale presenza di tracce di dna, tanto della vittima quanto dell’assassino.

Tra i tasselli dell’azione investigativa anche l’individuazione del soggetto di origine araba a cui Moslli avrebbe venduto uno dei due cellulari di Franca Marasco, dopo averli sottratti alla vittima insieme ad un incasso di 75 euro. Così è stato pure possibile operare intercettazioni telefoniche per monitorare il percorso del killer in fuga: “Attività di ricerca tecnica – ha inconcluso Miulli - che ci hanno portato a Napoli, dove abbiamo beneficiato del prezioso supporto dei colleghi partenopei del Ros. Il soggetto è stato trovato perché riconosciuto fisicamente da uno dei carabinieri del Ros di Foggia, che, nell’alveo delle indagini, si era a quel punto recato nel capoluogo campano, nella cui stazione ferroviaria siamo rimasti in osservazione un’intera giornata ipotizzando la volontà del sospetto di fuggire verso Milano, città in cui intratteneva la sua principale sfera di interessi”. In definitiva, per Miulli, il fermo di Moslli (che dovrà rispondere di rapina aggravata e omicidio) è “un successo, ottenuto in soli cinque giorni di attività investigativa, molto importante e per certi versi insperato date le criticità iniziali”.

Criticità strutturali, in particolare per ciò che attiene alla scarsa presenza di videosorveglianza in città, che il procuratore capo Ludovico Vaccaro, altrettanto presente in conferenza stampa, subito dopo aver ringraziato i carabinieri per “lo straordinario, improbo lavoro svolto”, non ha potuto esimersi dal biasimare: “Foggia è oggettivamente una città insicura – ha detto –, con poche telecamere e scarsa illuminazione, in particolare in alcune zone urbane. Ciò incrementa i reati, perché il criminale sa che, in assenza di un sistema diffuso di videosorveglianza, può agire più facilmente; rende alle forze di polizia alcune volte molto difficile, quando non impossibile, reprimere e perseguire i reati, anche quelli minori che però tanto incidono sulla qualità della vita dei cittadini; determina un senso di insicurezza che alimenta la tendenza dei residenti a non denunciare, a non collaborare con lo Stato per l’affermazione della legalità sul territorio. Chiedere la collaborazione ai cittadini senza garantire sicurezza è un appello che non ha molta efficacia – ha dovuto ammettere Vaccaro –. Ecco perché – ha proseguito - insisto da tempo sulle seguenti necessità: incrementare in città soprattutto la presenza di videocamere pubbliche, cioè quelle gestite direttamente dalla Polizia giudiziaria; un sistema di monitoraggio integrato con le telecamere private, versante su cui ho più volte richiamato l’attenzione anche delle organizzazioni degli esercenti”. Sul fermo del presunto autore dell’omicidio di Franca Marasco, Vaccaro ha concluso: “Ho come la sensazione di aver vinto una partita realizzando però l’esistenza di debolezze strutturali nel controllo del territorio”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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