Foggia sempre più terra di scioglimenti e interdittive antimafia. Ma l’efficacia resta tutta da dimostrare

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C’è attesa a Foggia per l’imminente arrivo della Commissione parlamentare antimafia, previsto per venerdì. Una missione importante, annunciata dopo l’omicidio della 72enne tabaccaia Franca Marasco ma che coincide col periodo caldo della campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del 22-23 ottobre prossimi (con il pressocché sicuro turno di ballottaggio dopo due settimane, il 5-6 novembre) al termine di ben 29 mesi di commissariamento per infiltrazioni mafiose negli organi di governo. Una gestione straordinaria dalla durata davvero monstre. Il tema della sicurezza e del potenziamento degli organici delle forze di polizia sarà di sicuro affrontato, ma stando a fonti interne all’organismo presieduto dall’onorevole meloniana Chiara Colosimo ci sono due macro-questioni sul tavolo: da un lato gli ormai sei casi di consigli comunali sciolti per mafia, dall’altro l’elevatissimo numero di interdittive antimafia adottate dai prefetti che si sono succeduti a Foggia.

A partire dal 2015 la Capitanata ha visto commissariare dapprima il Comune di Monte Sant’Angelo (centrodestra), nel 2018 Mattinata (centrodestra), nel 2019 Manfredonia (centrosinistra) e Cerignola (centrodestra), Foggia nel 2021 quale secondo Comune capoluogo di provincia dopo Reggio Calabria, infine nel 2023 Orta Nova. Ma è sulle interdittive antimafia che l’Attacco vuole anche oggi consegnare un focus alla Commissione antimafia, ricordando l’evoluzione – anzi l’impennata – di tale strumento di tutela preventiva in Capitanata. Foggia è oggi ai primissimi posti in Italia, nella classifica dei capoluoghi di provincia, per numero di interdittive adottate dalla Prefettura.

Un tema caldissimo, che si collega al crescente dibattito sui limiti e sulla necessità di riformare la normativa antimafia nel senso di una giurisdizionalizzazione che renda maggiormente compatibile ad uno Stato di diritto la logica del “più probabile che non” che permette la massima discrezionalità agli Uffici territoriali del Governo in assenza di prove, quando si paventa il mero rischio di infiltrazione o condizionamento.

Una riforma che è da più parti auspicata non solo da chi ritiene le norme attuali ai limiti dell’anticostituzionalità ma anche da chi – come ha fatto in una relazione la stessa ex Commissione antimafia guidata dal senatore ex M5S Nicola Morra – ammette come scioglimenti e interdittive non assicurino, allo stato, efficacia.

La scure dell’interdittiva antimafia, dopo quel 2017 che ha segnato una data spartiacque per via della strage mafiosa di San Marco in Lamis e che vide all’epoca prefetto di Foggia Massimo Mariani, è caduta sempre più frequentemente sulle imprese di Capitanata.

Lo confermano i dati resi noti dal Ministero dell’interno a marzo, con un report riferito agli scorsi anni che mostra chiaramente anche i provvedimenti antimafia adottati su base regionale e provinciale.

In Italia nel corso del 2022 c'è stata una netta diminuzione, rispetto al 2021, del numero di interdittive antimafia emesse dai prefetti per bloccare i rapporti con la pubblica amministrazione delle imprese in odor di mafia: sono stati emessi complessivamente 1.495 provvedimenti di interdizione.

Ma in precedenza il trend è stato sempre in aumento: stando al Viminale, le interdittive sono state 510 nel 2016, 972 nel 2017 (+90,59%), 1.279 nel 2018 (+31,58%), 1.456 nel 2019 (+13,84%), 1.865 nel 2020 (+28,09%), 2.263 nel 2021 (+21,34%). In Puglia sono state 195 le interdittive adottate dalle 6 Prefetture nel periodo 2018-2019 e 265 nel biennio 2020-2021 (+40%).

In provincia di Foggia, invece, il dato è stato di 52 provvedimenti di interdizione nel 2022 (12 comunicazioni e 40 informazioni), 27 nel 2021 (8 comunicazioni e 19 informazioni), 86 nel 2020 (21 comunicazioni e 65 informazioni), 29 nel 2019 (14 comunicazioni e 15 informazioni).

Per avere un’idea di quanto tale misura sia stata adoperata negli ultimi anni basti pensare che nel periodo 2014-2018 Foggia era ferma a quota 39, posizionata nella seconda metà delle 30 province italiane per numero di interdittive, più precisamente in 18^ posizione. Era 15^, invece, nella classifica delle province con un numero di imprese interdette ogni 100mila abitanti superiore alla media nazionale nel periodo 2014-2018, media pari a 3,3 (6,2 a Foggia). Dunque 39 in 4 anni, mentre furono 31 le interdittive in due anni di Mariani e 30 quelle del successore Raffaele Grassi in appena un anno.

Come avviene per lo scioglimento dei consigli comunali per mafia, l’interdittiva è una misura di prevenzione e non poggia, dunque, di per sé, su un giudizio di responsabilità, non presuppone un illecito accertato. E’ per definizione qualcosa che si sgancia dall’accertamento di una responsabilità. E’ la cosiddetta natura probabilistica: l’interdittiva non ha il fine di sanzionare ma solo di prevenire, in base a una diagnosi probabilistica. Vuole scongiurare l’infiltrazione, non punisce. Al massimo è anticipatoria della punizione. Il ‘più probabile che non’ esclude le regole probatorie del processo penale. Non si tratta di provare l’infiltrazione. Il problema, però, è che la stragrande maggioranza delle imprese colpite non sopravvive, come ammesso dalla stessa ex ministra della Giustizia Marta Cartabia.

La normativa è stata riformata, con l’introduzione dell’obbligo del contraddittorio e della prevenzione collaborativa, modifiche foriere di conseguenze per il presidente della Seconda Sezione del TAR Puglia Orazio Ciliberti, ex sindaco di Foggia: “Da questa riforma c’è da attendersi importanti sviluppi anche in ambito giurisprudenziale. Inoltre prevedo una riduzione delle interdittive e un aumento del contenzioso”.

Parole che Ciliberti (il quale è stato anche sindaco di Foggia) pronunciò a luglio 2022 presso il dipartimento DEMeT di Unifg, nell’ambito del corso organizzato dalla professoressa Francesca Cangelli ed altri docenti dell’Ateneo daunio sulle misure di prevenzione.

Un appuntamento memorabile, sia per la chiarezza che fu fatta da Ciliberti e altri illustri relatori rispetto alla normativa antimafia sia per il clamoroso scontro che emerse tra lo scorso anno tra magistratura e Prefettura: avvenne, dopo il controllo giudiziario, tra Tribunale della prevenzione di Bari e Prefettura di Foggia sul caso, a Manfredonia, dei Bagni Bonobo di Francesco Romito (nipote del boss Mario Luciano, ucciso nel quadruplo omicidio del 2017).

Una contrapposizione frontale, senza precedenti, che ha evidenziato al massimo la distanza tra potere giudiziario e potere amministrativo. Si tratta della famiglia sipontina che, per Prefettura foggiana e inquirenti, sarebbe ancora fortemente implicata nel clan Romito-Ricucci-Lombardi e dunque nella mafia garganica.

All’impresa Biessemme srl di Francesco Romito e soci ad aprile 2022 fu riconfermata, dall’allora prefetto Carmine Esposito, l’interdittiva antimafia adottata 4 anni prima, una decisione prefettizia che stupì in primis il Tribunale di Bari, il quale al termine dei due anni di controllo giudiziario stava per dichiarare favorevolmente concluso l’iter del controllo. A quel punto intervenne la nuova interdittiva, creando una situazione che a qualcuno parve illogica.

Lo rivelò, in Unifg, molto stizzita, la giudice Giulia Romanazzi (presidente di sezione misure di prevenzione Tribunale di Bari), che rispetto al controllo giudiziario sull’impresa di Francesco Romito è stata giudice delegato al procedimento. “Il 27 aprile scorso scadeva il biennio del controllo giudiziario, per puro caso l’udienza è stata celebrata quello stesso giorno”, affermò Romanazzi. “Il pm in udienza ha concluso per la revoca del controllo e per l’esito favorevole del procedimento. L’Avvocatura dello Stato, costituitasi per la Prefettura, si è rimessa alle valutazioni dell’autorità giudiziaria. Io mi sono riservata per la decisione, prendendo 15 giorni. Nella pendenza dei miei 15 giorni, il Prefetto mi ha comunicato la reviviscenza dell’interdittiva, dunque secondo lui l’interdittiva continuava ad operare. Spero che dopo questa riforma quanto meno il Tribunale della prevenzione sia lasciato in pace, mi permetto di dire. E’ talmente paradossale una reviviscenza dell’interdittiva antimafia all’esito di un percorso emendativo che solo un intervento legislativo potrà superare questo corto circuito”.

Romanazzi aveva esordito, nel proprio intervento, ricordando che “a Foggia il Prefetto ha adottato molte interdittive” e che “numerose imprese si sono rivolte al Tribunale di Bari chiedendo il controllo giudiziario”. “Nel Codice antimafia coesistono interdittiva e controllo giudiziario”, sottolineò. “La prima paralizza l’attività imprenditoriale, al punto che alcuni giuristi la definiscono un ergastolo; il secondo ha il fine di garantire la prosecuzione dell’attività di impresa, specie dopo un’interdittiva. E’ un doppio binario. Il legislatore si è preoccupato della continuazione dell’attività imprenditoriale, con la riforma del 2017, conscio della sempre maggiore vocazione imprenditoriale delle mafie. Ha messo in campo nuovi istituti, revisionando l’art. 34 e inserendo l’art. 34 bis, alternativi agli strumenti tradizionali della confisca e del sequestro”. Il primo articolo spiega l’amministrazione giudiziaria dei beni connessi ad attività economiche e delle aziende, il 34 bis è sul controllo giudiziario. “Le realtà occasionalmente condizionate sono state ritenute meritevoli di un intervento eterodiretto del Tribunale della prevenzione per espellere gli ostacoli e restituire i valori imprenditoriali secondo un percorso di bonifica con la gestione condivisa e partecipata”. Come si concluse il braccio di ferro è noto: a luglio 2022 il TAR annullò l’interdittiva prefettizia, riconfermata a sorpresa, perché “illegittima per difetto ed erronea istruttoria e carenza di motivazione” dando atto nella sentenza che quella regola del “più probabile che non” dell’autorità prefettizia deve cedere quando “ogni oltre ragionevole dubbio” viene accertato che “non vi sono stati mai segnali e/o circostanze che abbiano potuto far presumere che la società abbia operato in un contesto diverso da quello legale”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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