Da Vassalli a Nordio, la lunga marcia della separazione delle carriere: a Bari confronto verso il referendum

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Un passaggio storico più che un appuntamento elettorale. È questo il senso dell’incontro “Verso il referendum del 22 e 23 marzo. Le ragioni del Sì”, ospitato al Foyer dell’AncheCinema e promosso da Ordine degli Avvocati, Aiga e Camera Penale di Bari. Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’Aiga Bari, Tommaso Giovanni Patrone, che ha richiamato le radici della riforma nel 1989, quando con il codice di procedura penale voluto da Giuliano Vassalli l’Italia scelse formalmente il modello accusatorio. Un cambio di paradigma fondato sul contraddittorio e sulla parità tra accusa e difesa. “Il referendum, ha sintetizzato, non è una provocazione, ma il completamento di quella scelta. Se vogliamo davvero un processo accusatorio, dobbiamo renderlo coerente fino in fondo”. Dopo Patrone è intervenuto il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari, Salvatore D’Aluiso, che ha ribadito la centralità della funzione difensiva e la necessità di un confronto serio, sottratto a letture ideologiche. La riforma, ha sottolineato, incide su equilibri costituzionali delicati e richiede responsabilità istituzionale. Il cuore dell’incontro è stato però il dialogo con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha rilanciato con decisione le ragioni della separazione delle carriere. A margine dell’evento, Nordio ha dichiarato: “Noi abbiamo ancora una giustizia che risente del fascismo, è questo che neanche la sinistra vuol capire”. Il riferimento è al codice penale tuttora in vigore, firmato da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III. “Questo la dice lunga, ha aggiunto, sul fatto che la nostra giustizia va cambiata completamente e allineata ai grandi sistemi liberali”. Per il ministro, la separazione delle carriere non è un’opzione politica ma una necessità sistemica: “Un processo sul modello anglosassone, come quello introdotto nel 1989, senza separazione delle carriere non funziona. È come una Ferrari con il motore della 500. O torniamo al vecchio codice, oppure adeguiamo la Costituzione alla riforma che non si fece quarant’anni fa”.

Nordio ha ricordato che allora mancavano le condizioni politiche per intervenire sulla Carta. Oggi, invece, secondo il ministro, esistono stabilità e consenso sufficienti per compiere quel passo. “Se la riforma non passasse ora, rallenterebbe di molto la modernizzazione della nostra giustizia”. Uno dei punti più contestati riguarda l’indipendenza della magistratura. Nordio ha respinto con fermezza l’idea che la riforma possa indebolirla: l’articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato. “Non si tocca il principio. Si interviene sull’organizzazione, non sulla libertà di giudizio”. Il ministro ha poi difeso la revisione del Consiglio Superiore della Magistratura, con l’introduzione di meccanismi come il sorteggio per ridurre il peso delle correnti. “Non è una riforma contro i magistrati – ha detto – ma per responsabilizzare il sistema e restituire trasparenza”. Prevista anche un’Alta Corte disciplinare, con l’obiettivo di rendere più credibile ed efficace il sistema delle responsabilità. Ampio spazio anche al tema dell’efficienza. Nordio ha ricordato che il ministero sta lavorando sul completamento dell’organico dei magistrati e sulla stabilizzazione dell’ufficio del processo. Ma ha sottolineato come anche la governance incida sul funzionamento degli uffici: “Quando un tribunale o una procura restano per mesi senza dirigente, il problema non è solo amministrativo. È un sistema che deve diventare più lineare e meritocratico”. Il ministro ha inoltre annunciato l’apertura, dopo il referendum, di un tavolo di confronto con avvocatura, magistratura e mondo accademico per la stesura delle norme di attuazione. “La campagna elettorale lascerà forse qualche conseguenza emotiva, ha osservato, ma il passo successivo sarà tecnico e condiviso. Questo è solo l’inizio di un percorso che deve allineare la nostra giustizia alle grandi democrazie occidentali”. A Bari il dibattito ha così intrecciato memoria e futuro. Dal codice Vassalli del 1989 alla riforma costituzionale proposta oggi, il filo conduttore resta la coerenza del modello processuale. Per i promotori del Sì, la separazione delle carriere è il tassello mancante di una trasformazione avviata quasi quarant’anni fa. Il 22 e 23 marzo saranno gli elettori a decidere se completare quel percorso o lasciare immutato l’attuale equilibrio.

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