“Quella di Manfredonia è una catastrofe rimossa”. Nelle parole della storica Giulia Malavasi, autrice del libro “Manfredonia, storia di una catastrofe continuata” nel 2015 nell’ambito del percorso della ricerca epidemiologica partecipata, c’è il senso di un evento enorme che non ha mai ricevuto l’attenzione nazionale che meritava. L’Attacco costantemente racconta di come tuttora, nel 2026, i veleni sprigionatisi dal petrolchimico Anic-Enichem del Golfo abitino ancora terreni e falda dell’area SIN (Sito di interesse nazionale) di Macchia, frazione di Monte Sant’Angelo. Un tema attualissimo, che è stato sviscerato in modo tecnico nella quattro giorni di eventi dedicati dalla Casa della salute e dell’ambiente di Manfredonia e dal Comune sipontino al cinquantenario dell’incidente più grave che interessò lo stabilimento Anic, quello del 26 settembre 1976 con lo scoppio della colonna d’arsenico. Gli interventi di carattere scientifico - finalizzati a far luce sullo stato di avanzamento attuale della bonifica, sugli effetti sulla salute della popolazione residente, sui motivi di una narrazione per decenni improntata alla “normalizzazione” di una situazione invece totalmente critica e negativa – sono stati di altissima qualità, ma all’impegno profuso dagli esperti e dagli organizzatori non è corrisposta la presenza in massa in primis delle tre comunità interessate, ovvero Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata. Tanto da far chiedere a qualcuno cosa resti di questa ferita che non si rimargina, mezzo secolo dopo, nell’opinione pubblica. E, tra le varie assenze istituzionali, non si è mai vista nemmeno l’assessora all’ambiente del Comune sipontino, la dem Mariarita Valentino, che sarebbe stato lecito attendersi partecipasse attivamente.
Nel proprio intervento nel teatro Dalla, venerdì scorso, la storica Giulia Malavasi ha sottolineato come il territorio del Golfo abbia vissuto sulla propria pelle una duplice operazione di normalizzazione, partita sin dall’arrivo dell’Anic negando le informazioni sui rischi: dapprima è stata ricondotta a normalità, nella narrazione, la vita accanto al petrolchimico, fino alla protesta di piazza degli anni 1988-’89, tanto da dire dopo l’incidente del 1976 che “è solo vapore acqueo” quello che si sprigionava in atmosfera dalla “città proibita”; poi, normalizzazione della narrazione della catastrofe ambientale, rigettando la legittima richiesta di giustizia da parte delle vittime. “Quella di Manfredonia dal punto di vista della narrazione è una catastrofe rimossa”, ha sostenuto la ricercatrice toscana. L’Attacco l’ha intervistata, a pochi giorni dalla conclusione degli eventi del cinquantenario.
Come spiega la mancata risonanza mediatica, a livello nazionale, di una vicenda così grave e che tuttora ha conseguenze sul territorio del Golfo?
Ovviamente il mio è uno sguardo storico. E’ vero che questi non sono eventi che riscuotano grande partecipazione, di per sé. Detto questo, come cause della rimozione di questa vicenda rispetto ad altre, come quella di Seveso, in primis qui si fa riferimento ad una catastrofe relativa ad un'industria pubblica, arrivata col modello della Cassa del Mezzogiorno e col sostegno governativo. Invece per Seveso si è trattato di un'impresa privata.
Parlare della catastrofe ambientale provocata dall’industria di Stato era insomma più difficile.
Questo può essere uno dei fattori, senz’altro. Poi c’è un’altra differenza: un territorio era quello della industriosa Brianza, con legami e relazioni economiche consolidate; Manfredonia era un pezzo di Sud assai meno legato alle dinamiche economiche del Paese. Gli stessi effetti dei due incidenti sulla salute delle persone sono stati estremamente diversi: la dispersione della diossina causò effetti immediatamente visibili e quindi quel danno fu subito percepito; invece nel caso dell'arsenico fu un veleno invisibile quello che si disperse in atmosfera, con lunghi tempi di latenza che hanno inciso sulla diversa narrazione a livello mediatico e sulla differenza risonanza. Un ulteriore fattore che ha contribuito alla invisibilità della catastrofe di Manfredonia.
Pensa ci sia anche una disattenzione da parte delle tre comunità interessate - Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata - e delle istituzioni? L'impressione è stata, nella quattro giorni, che senza l'impegno di esperti e della Casa della salute e dell'ambiente, con la collaborazione intrapresa con Aress, non se ne sarebbe nemmeno discusso.
Indubbiamente si è verificata in questo territorio una sorta di rimozione interna da parte delle comunità, un meccanismo anche legittimo. Da un lato la voglia di andare avanti, dall'altro la volontà opposta di rimuovere il dolore. Dietro la catastrofe ci sono nomi e volti di persone care, ciò causa sofferenza. Voltare pagina è legittimo, ripeto. Mi colpì, ad esempio, tempo fa sapere come coi risarcimenti ottenuti alcune famiglie abbiano fatto interventi per la casa o pagato il matrimonio dei figli. Sono dinamiche legittime all'interno dei nuclei familiari. Dunque due tensioni differenti attraversano la comunità. Quanto alle istituzioni, quelle locali si sono mostrate quantomeno in ascolto rispetto alla richiesta di giustizia e verità. Il percorso avviato con la convenzione - stipulata tra Comune di Manfredonia e ARESS, l’Agenzia regionale della salute della Regione Puglia, con la Casa della salute e dell’ambiente riconosciuta formalmente come soggetto istituzionale - sta portando i suoi frutti. Dopo il tavolo operativo insediatosi a febbraio scorso, le prime azioni sono state chiare e assai concrete: l'aggiornamento dello stato di avanzamento della bonifica di terreni e falda del SIN, con l’aiuto di esperti indipendenti; il monitoraggio delle imprese oggi insistenti nell'area SIN, per capire se qualcuna possa aver avviato produzioni con effetti dannosi su salute e ambiente; l'aggiornamento dei dati della salute, di cui ha parlato la fg ARESS Bisceglia, per una ridefinizione dei servizi sanitari più calibrata sulle esigenze locali. E le istituzioni iniziano a dare risposte.
Chi porterà avanti la battaglia per la verità e la giustizia, dopo la generazione che oggi anima la Casa della salute e dell’ambiente? Si riuscirà a garantire il passaggio di testimone? Il dubbio sorge osservando come a tali eventi partecipino soprattutto gli ultrasessantenni.
E’ una preoccupazione legittima. Dal confronto avuto con quei pochi giovani intervenuti, si è compreso come il lavoro nelle scuole sia fondamentale per il coinvolgimento di nuove generazioni. So che alcuni insegnanti hanno parlato degli eventi del cinquantenario a lezione. Certo può essere fatto molto altro. Per esempio, abbiamo avanzato alla vicesindaca di Manfredonia (Cecilia Simone, ndr) una proposta volta a recuperare l'esperienza fatta a Casale Monferrato, dove in ogni scuola c'è un'aula che richiama nel nome la strage vissuta da quel paese. Non sarebbe dispendioso agire allo stesso modo a Manfredonia e, magari, invitare i ragazzi ogni anno a documentare la catastrofe avvenuta. Serve poi una collaborazione con i media locali e l’associazionismo, puntare su nuove forme di comunicazione.
Gli studenti probabilmente nemmeno sanno chi era Nicola Lovecchio. La storia del petrolchimico non viene raccontata a scuola nella stragrande maggioranza dei casi.
Se non lo sanno possiamo farglielo conoscere.
C’è chi dice che con un film per la tv probabilmente la storia dell’Enichem sarebbe diventata nota a livello nazionale.
In realtà nel 2018 un film documentario fu prodotto e portato in giro per l'Italia, era “Manfredonia: la catastrofe continuata” del regista Massimiliano Mazzotta. Fu realizzato coinvolgendo alcuni giovani di Manfredonia nelle riprese e nel montaggio delle immagini. Certo non ha raggiunto il grande schermo ma questo non era nelle nostre possibilità.
C’è delusione per l’assenza del presidente Decaro? Diversi commenti critici sono stati scritti al riguardo.
Che Decaro abbia declinato l'invito all'ultimo momento ha lasciato sicuramente un impatto, ma detto questo non posso sindacare le scelte del presidente e i suoi diversi impegni istituzionali. Ciò che posso dire è che serve una forte attenzione, anche in futuro, non solo dei funzionari tecnici, come quelli di ARESS, ma anche degli organi politici regionali. Non si può pretendere che sia tutto demandato alle sole istituzioni locali.
Che bilancio fa degli eventi del cinquantenario?
Il mio bilancio è positivo, ma con la consapevolezza che siamo all'interno di un percorso e che nulla è definito. Serve andare avanti. Sabato pomeriggio c'è stato un evento molto partecipato, con la presenza di movimenti di altri territori: sono giunti a Manfredonia cittadini da Taranto, Marghera, Venafro, Seveso. E’ stata la prima volta che cittadini di Seveso sono venuti a Manfredonia, due città che vissero le proprie tragedie a pochi mesi l'una dall'altra. Inoltre, le donne di Seveso, a piedi, la mattina del 26 settembre si sono recate nel luogo dove c’era l’Enichem. Anche dal punto di vista simbolico quella visita è stata importante. Si è aperto un dialogo, in cui le due comunità possono anche sostenersi a vicenda.
Dall'inizio della ricerca epidemiologica partecipata ad oggi che passi avanti sono stati compiuti?
In questo decennio i risultati raggiunti siano stati diversi. In primis c'è oggi la consapevolezza, e nel 2014 probabilmente non era così, che i cittadini debbano fare rete per raggiungere verità e giustizia. Inoltre, oggi si è coscienti del fatto che questo percorso unisce cittadini e istituzioni, e che i primi non possono più essere tenuti all'oscuro rispetto alle informazioni legate alle conseguenze del petrolchimico.
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