E’ un crollo verticale. Che non ha precedenti. Mai nella sua ultracentenaria storia, il Foggia aveva vissuto una annata cosi burrascosa. E mai aveva infilato una infinita striscia negativa di nove sconfitte di fila. Non era successo nemmeno negli anni dorati della serie A, figurarsi in C. Eppure accade adesso, nella stagione che nella prima parte e sotto la gestione-Canonico si sapeva dovesse essere all’insegna della sofferenza. Ma che da gennaio con l’avvento della nuova proprietà diventasse addirittura un supplizio, nessuno proprio poteva metterlo in preventivo.
E invece il clamoroso flop è dietro l’angolo, e lo spettro della retrocessione in D comincia ad aleggiare minaccioso: sarebbe la prima volta che accade sul campo, è un altro di quei record negativi che fanno rabbrividire, e che di qui fino alla fine devono provare a scongiurare i nuovi plenipotenziari Casillo e De Vitto. Che in soli due mesi sono passati dall’enfasi di aver restituito il Foggia ai foggiani, all’intimo dramma di passare alla storia come quelli che sono stati capaci di fare addirittura peggio di chi li ha appena preceduti. Il che non deporrebbe sicuramente a favore dei due giovani imprenditori che stanno pagando dazio al noviziato, e che evidentemente non hanno ancora compreso che una cosa è fare calcio a Candela con l’Heraclea, ben altra a Foggia. Dove non ci può essere più spazio all’improvvisazione come nell’ultimo quinquennio, ma servono uomini ed idee che diano sostanza al progetto di rilancio.
C’è ancora tempo per rimediare: a Gennaro Casillo e Giuseppe ed Antonio De Vitto, sarà bene non dimenticarlo mai, bisognerà sempre dire grazie per aver riportato la foggianità al centro del villaggio. Ma ora l’investimento-Foggia va preservato. Costi quel che costi. Sarà sufficiente non perseverare...
E’ stato un azzardo. Subentrare a stagione in corso e con tante incognite, non è stato un affare. Solo un miracolo (sportivo) può a questo punto evitare il tracollo, il Foggia in una sola stagione rischia così di retrocedere addirittura due volte: la prima con la precedente gestione che si è rivelata nel tempo un flop; la seconda con chi da gennaio è salito al ponte di comando, colpevolmente sottovalutando fin dall’inizio il rischio sportivo che si correva.
Invertendo insomma l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. E parla di una salvezza che a questo punto diventa una chimera. Nicola Canonico era, e rimane, il principale responsabile del disastro che si sta consumando. Ma ci sono altre corresponsabilità evidenti che non vanno taciute.
Il Foggia per passare nelle mani di Casillo&De Vitto è costato qualcosa come 2,3 milioni di euro, closing concluso dopo un estenuante braccio di ferro avviato fin da novembre scorso: tutto è cominciato da lì, ed è proprio da quel momento, che andavano fissate alcune coordinate basilari per intraprendere la nuova avventura. E questo sarebbe dovuto accadere indipendentemente dall’esito della trattativa. Il club è passato di mano a metà gennaio, quando con la firma del preliminare d’acquisto i nuovi soci sono diventati operativi.
Il mercato di riparazione era in pieno svolgimento, la squadra bazzicava nei bassifondi ma c’erano pur sempre 17 partite ancora da giocare. Più che sufficienti per salvarsi. Fra il vecchio ed il nuovo corso una figura avrebbe dovuto diventare preminente: quella del ds (non necessariamente espressione del territorio) che avrebbe dovuto mettersi in moto per puntellare adeguatamente l’organico. Senza quella frenesia che invece ha caratterizzato gli ultimi giorni di gennaio. Quando, e’ bene non dimenticarlo, c’era da fare anche i conti anche con l’amministrazione giudiziaria.
Risultato: senza un progetto tecnico-sportivo chiaro si è proceduto a tentoni e non si è riusciti ad assicurarsi quei rinforzi che effettivamente necessitavano. Errore imperdonabile. La nuova proprietà ha deliberatamente omesso di dare una visione ampia ed imprenditoriale, lasciandosi sopraffare dall’onda emotiva del momento che spingeva per il trapasso gestionale. Spirava forte il vento del cambiamento in quei giorni, Canonico ormai aveva fatto il suo tempo.
E’ esattamente da quel preciso istante che cessano le responsabilità di chi ha venduto, ed iniziano quelle di chi è subentrato, fermo restando che il “prima” ha in ogni caso dato un indirizzo preciso alla stagione. Chi adesso è al vertice ci ha messo del suo. Ed il risultato finale di due mesi nella stanza dei bottoni è scolpito nella classifica: ultimo posto e nove sconfitte consecutive che non si riescono proprio a digerire.
Al danno, la beffa perché ora chi è al comando del vaporetto si ritrova infognato, con una squadra in caduta libera, un rischio retrocessione concreto e nessun beneficio tecnico portato dalla rivoluzione di gennaio. E a questo punto anche aggrapparsi alle disgrazie altrui lascia il tempo che trova: Trapani e Siracusa con le loro penalizzazioni tengono accesa la fiammella della speranza. Ma fino ad un certo punto. Perché per provare a mettersele dietro in classifica serve andare a punti. Ed il Foggia ormai da due mesi fa scena muta. Ed anche l’avvento di Michele Pazienza in panchina finora non ha dato la scossa.
Puntare tutto sui playout diventa un obbligo a sole 7 giornate dall’epilogo. E raggiungerli, per come si stanno mettendo le cose, sarebbe già di per sè una impresa. Bisogna provarci in tutti i modi, ricorrendo alle buone e alle cattive maniere: va preservato l’investimento, la retrocessione in Serie D sarebbe un vero e proprio salto nel buio, che comporterebbe il crollo del valore del club e l’inevitabile fuga degli sponsor che sono linfa vitale.
Serve un cambio di passo, assieme ad un bagno di umiltà che non guasterebbe a questo punto della stagione nel tentativo di correre ai ripari e tentare di salvare il salvabile.
I trascorsi a Candela con l’Heraclea in questi anni sono stati una palestra insostituibile, e sono serviti sicuramente ad entrare in certe dinamiche pallonare: ma proprio questa stagione sta portando sempre più spesso a galla le contraddizioni di fondo di una annata che sta conoscendo troppi alti e bassi, e che continua a risentire dell’umoralità dei suoi due patron. E delle loro scelte. Ma se nel piccolo centro dei Monti Dauni a Casillo e De Vitto tutto può essere concesso e perdonato, diverso è a Foggia. Dove il tempo della luna di miele pare ormai volgere al termine: i fischi impietosi piovuti sulla squadra domenica sera allo Zaccheria contro il Potenza sono il chiaro segnale di un dissenso che comincia a farsi largo prepotente.
Foggia non vuole rassegnarsi all’idea di dover fare un altro passo indietro proprio quando cominciava a credere che il peggio fosse ormai alle spalle.
No, la realtà non può superare la fantasia.
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