La lunga notte della riflessione, seguita all’ennesima figuraccia, alla fine ha partorito il topolino. Come, d’altro canto, era lecito attendersi. Si va avanti con Michele Pazienza, le cui 4 sconfitte consecutive (che sommate alle 3 di Barilari e alle 2 di Cangelosi fanno lievitare il totale a 9) maturate da quando siede in panchina evidentemente non sono state considerate sufficienti per cambiare ancora.
E’ salva l’attuale gestione tecnica. Che, ad oggi, non solo non è stata in grado di invertire la rotta. Ma nemmeno di porre un argine all’emorragia. Pazienza resta in sella anche perché a questo punto, cambiare tanto per cambiare a 8 turni dalla fine della stagione regolare, non avrebbe senso. Ed avvicendare il quinto tecnico di stagione vorrebbe dire solo aprire un’altra crepa in una annata da incubo.
La riunione fiume che i vertici societari hanno avuto con lo staff tecnico domenica sera, e che è poi proseguita anche ieri mattina nel chiuso delle quattro mura dello Zaccheria, deve evidentemente aver convinto che tutti i mali di stagione del Foggia sono a monte, e risiedono soprattutto nella qualità scadente di un gruppo che è stato concepito male in partenza, e che poi a gennaio non è stato adeguatamente puntellato.
Riprova ne sia il fatto che dopo l’1 febbraio si è provato a sistemare difesa e centrocampo tesserando prima il croato Biasiol e poi il francese con passaporto camerunense Eyango. Che, sarà pure un caso, col Potenza sono apparsi fra i più in palla.
I conti in ogni caso non tornano, e la situazione in classifica si fa drammatica, nonostante gli aiutini di Trapani e Siracusa, che se non altro tengono accesa la fiammella della speranza.
Ma se il Foggia continua sistematicamente a perdere senza nemmeno evidenziare alcuna reazione, si fa durissima: anche perché gli avversari ormai hanno compreso perfettamente le debolezze di una squadra che regge sì e no un tempo, prima di scomparire dalla scena. Ed è proprio in quel preciso istante che è sufficiente, al Potenza di turno, capitalizzare una sola palla-gol per portare poi a casa l’intera posta in palio.
Il tempo stringe e l’imbarazzo in casa rossonera cresce a dismisura, Casillo e De Vitto che si erano tuffati in questa loro nuova avventura calcistica con entusiasmo, convinti di poter dettare la svolta, sono adesso sull’orlo di una crisi di nervi, perché non riescono a risalire alle cause del male oscuro che avvolge il Foggia. E che non gli consente ormai da circa due mesi di ripartire.
Non guasterebbe però forse ai due nuovi padroni del vaporetto guardarsi dentro ed interrogarsi sugli imperdonabili errori di valutazione commessi a monte, quando è stata messa a punto una strategia che non sta pagando, ancor prima di scaricare responsabilità su un gruppo che sarà pure in evidente stato confusionale dettati, forse, da alcuni avvicendamenti tecnici le cui modalità non hanno del tutto convinto. Ma ora la caccia alle streghe oltre che deleteria sarebbe tardiva, e servirebbe solo a spostare l’attenzione da ciò che in questo frangente deve invece restare prioritario: il campo.
Il silenzio stampa nel quale si è deciso di rifugiarsi in un frangente come questo può tornare utile almeno ad evitare riflessioni ad alta voce che potrebbero innescare altre sterili polemiche, ecco perché la sortita in sala stampa del ds in pectore Carmine Cagnazzo nel post gara col Potenza sarebbe stata preferibile evitarla.
Chiedere scusa in un frangente così delicato ed invitare tutti a tirare fuori gli attributi equivale infatti a non rendersi conto che ci si sta infilando in un tunnel senza via d’uscita. Proprio così, c’è l’Everest da scalare per restare a galla ma, nonostante tutto, la fiammella della speranza va tenuta accesa fino in fondo.
Per quanto la rassegnazione ormai pervada l’ambiente e ci sia chi si ostini pervicacemente a ripetere che “si stava meglio quando si stava peggio…”.
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