Eterna dolce ragazzina dal rapporto (ancora) irrisolto con il suo mare. Ma c’è molto futuro davanti

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Le città vanno guardate dall’alto. Le città vanno guardate da lontano. E’ insieme il sogno e l’impegno di ogni architetto urbanista. Avere una visione ampia,

da varie angolazioni, per cogliere l’essenza e per valorizzare le potenzialità.

Ci sono molti luoghi in poi posizionarsi per poter guardare Manfredonia dall’alto. Uno di questi, è il tempo. “… se fosse vissuto il principe Manfredi pochi anni in più sarebbe diventata Manfredonia una delle più belle città del mondo”. Eppure, bella, è bella. E lo sa. Eterna ragazzina, che ama farsi amare ma non s’impegna. Eterna rappresentazione dell’idea di giovinezza e spiensieratezza. Appoggiata al mare, è la meta più facile per la vacanza quotidiana. Per accogliere l’improvvisazione di un momento di svago non previsto, d’una serata accesa o una fuga al mare.

“Sono i foggiani che la vedono così”. Dice Paolo Cascavilla. “Venivano a Siponto, quando l’han scoperta e compravano o fittavano casa. Era piena di bambini un tempo”. E sempre lui, attento conoscitore e osservatore – docente, scrittore e amministratore del passato – dice però che poi è arrivato il tempo in cui i bambini sono cresciuti e se ne sono andati con le famiglie a Vieste, a Peschici. “Gli stessi manfredoniani al mare vanno a Mattinata”.

Ed è l’esempio di Ciro Gelsomino a rendere ancor meglio l’idea: “Il manfredoniano? Per lunghi anni al suo mare ha dato le spalle. Non lo ha visto come un’opportunità”. Per lui è imprenditoria. Non ha mai avuto una barca, non ha mai avuto la passione per il mondo nautico, ma è orgoglioso del cantiere navale che ambisce a scrivere una pagina nuova della città. Moderno e in forte ascesa, punta caratterizzare questa nuova rinascita. Come i due più grandi navigatori, Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo, i due moli del porto turistico di Manfredonia si preparano a scoprire nuovi approdi. A Febbraio il cantiere è in piena attività, perché rinfresca, rimette a nuovo, posiziona e prepara le acque per la stagione alle porte. Finalmente le case galleggianti finiranno in acqua e in acqua torneranno le imbarcazioni. Da Foggia, da Bari, dal Nord Barese e dalle regioni del Nord. Il porto e Manfredonia raccolgono un grande consenso. Un gradimento in crescita, che neppure l’idea di comune mafioso ha fermato.

Perché alla fine il mare è un mondo a parte. Attrae e diversifica le opportunità. Ti fa passare dal mondo dei pescatori a quello dei venditori ambulanti, fino a alle tavole dei ristoranti o alle barche più belle. Il mare è tutto: risorsa che dà ricchezza e benessere e allo stesso tempo preoccupazioni e diatribe. Il porto industriale con i suoi tentacoli d’acciaio. Carrelli. Nastri trasportatori. Ospiteranno materiale ferroso, oro o scarti di produzione. Faranno fare affari. Ma a chi? Questa bella donna si concederà o preserverà sue bellezze per se stessa? Per crescere, creare sviluppo e fare economia?

Il monito più forte oggi dal Vescovo, don Franco Moscone, che senza mezzi termini dice che già in troppi si sono arricchiti qui, depredando, prendendo e andando via. Ora basta. “Siamo chiamati a costruire città. Non solo Chiese”, dice l’ultimo di una tradizione eccellente di Vescovi che negli anni hanno saputo fornire risposte, fare da guida, aprire le porte. Una Chiesa che da sempre, nel corso degli anni, ha inciso profondamente sul senso di comunità e che qui, per prima, ha sollecitato una discussione sulle vicende che hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.
Sull’idea di infiltrazione la Chiesa si è aperta, è stata sponda di riflessione.
“Quanto più tu ti apri all’esterno, tanto più ti apri al tuo esterno, e quindi chi attorno a te, nella tua città non si definisce cattolico, credente, così entra con più facilità in un rapporto di dialogo di confronto e anche di scontro. Entrare in relazione con tutti, perché siamo chiamati a costruire città oltre che Chiese”.

Costruire città, dice il Vescovo Moscone, perché “la guerra si fa con i soldati, non basta cambiare il generale”. “Anche se – aggiunge - se hai quelli giusti, è più facile trovare risposte positive e generose dai parte dei soldati, che poi son quelli che fanno la città”. I generali. Manfredonia di generali ne ha avuti. E hanno caratterizzato un’epoca.

L’epoca del Pd, l’epoca di sinistra, l’epoca di una scommessa. Quella che portava il nome e il volto di Michele Bordo, Paolo Campo e Angelo Riccardi e che ha tenuto insieme quasi venticinque anni di città. In mano. Un po’ accarezzata, un po’ stritolata, ma mai mollata. Al contrario, trattenuta in anni in cui è stata roccaforte, feudo, colonna portante di partito, ideali e politica. La politica di allora.

“Non hanno fatto male né bene – dice il neoeletto primo cittadino Gianni Rotice, che da due mesi ha cambiato il colore politico di questa città – perché a quel tempo si faceva così la politica”.
A quel tempo. Quando era necessario e funzionale essere capaci di generare interessi e tenerli insieme. Il metodo politico. L’arte di governare, che i cittadini non potevano e non era necessario capissero, perché non era funzionale. Oggi non è più così. I tempi son cambiati.

Dopo che la politica si è mischiata, si è confusa con le banche, con gli imprenditori, è scivolata in quel terreno scivoloso e vischioso che imprigiona. E lì dentro è rimasta intrappolata.

Qualcuno dice che è stato il duplice omicidio di San Marco in Lamis il punto di non ritorno per Manfredonia. In quel basista e nelle sue amicizie, fotografie e legami, è stato scoperchiato il vaso. Ed è venuto fuori quello che in parte si sapeva. Non se ne sapeva la misura. “Siamo stati ciechi per troppo tempo – dice l’ex sindaco Angelo Riccardi – soprattutto sulla questione tributi. E’ stato il mostro che ha fagocitato la città”.

Oggi recitare un de profundis ha poco senso. Così come, poco ne ha, navigare le acque di una luna di miele che presto dovrà finire. Troppe sono le partire aperte. Da giocare. Quelle grandi. Il Pnrr. La vicenda Enichem. Seasif. Ma anche quelle più piccole. Le politiche sociali. Il commercio. L’arredo urbano. Il turismo. La sfida è vincere su entrambi i piani.
Quello delle grandi opere e delle grandi imprese.
E quello dei bisogno dei cittadini e della quotidianità. Una ricetta esatta non c’è. La medicina è stata somministrata, dice Moscone: “E’ durata anche a lungo la cura. E’ stata abbastanza lunga. E’ stata utile se ha creato nella società civile una presa di coscienza, se ha guarito la coscienza civile, politica dei cittadini di Manfredonia. Ecco, se ha portato ad interrogarsi e a far maturare le proprie coscienze, sarà stata lunga o breve, ma avrà portato a degli anticorpi che adesso devono iniziare ad agire e soprattutto a scongiurare il rischio di tornare indietro”.

E indietro non si torna. Si guarda avanti con entusiasmo e con atteggiamento positivo e propositivo. Per scongiurare il passato. Per stare lontani da quella piovra chiamata mafia che finisce dappertutto. E il modo per tenerla fuori è la coscienza. La cultura. I giovani. Generare generazioni di ragazzi impegnati a fare il bene. Non il male. Dare a questi ragazzi opportunità di lavoro pulito. Troppi sono quelli che vanno via. Studiano fuori e non tornano. E quelli che restano? Che cosa fanno?

Era il 2016 quando la Corte di Cassazione chiudeva con un ergastolo e vent’anni di carcere 'Romanzo criminale'. Quella brutta storia di due ragazzi sipontini che nel 2012 furono protagonisti di una fra le più feroci pagine di nera. Accusati, a vario titolo, di quattro omicidi, rapina, spaccio di droga, sequestro di persona e occultamento di cadavere. In quella inchiesta che scosse la città erano coinvolti sette giovani. Un duplice omicidio a Siponto, nella terra delle vacanze. L’omicidio di un ragazzo. Ancora, una rapina a un pensionato finita in un omicidio in un garage. Pagine nere che non si legano all’idea di luminosità e bellezza che di Manfredonia vogliamo continuare ad avere.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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