Considerata la più grande eredità del frate delle stimmate Casa Sollievo della Sofferenza, dice il suo direttore generale Michele Giuliani, ha come primo significativo merito, quello di aver liberato il territorio dai viaggi della speranza. Al contrario, da tutto il Paese vengono qui per farsi curare.
Conosciuto in tutto il mondo come “l’Ospedale di Padre Pio”, la Casa Sollievo della Sofferenza è stata voluta, fondata e inaugurata dal Santo il 5 maggio del 1956. Dotato in principio di 250 posti letto, negli anni è divenuto un “ospedale religioso classificato” ad elevata specializzazione, riconosciuto come uno dei più grandi policlinici d’Italia. Nel 1991 ha ottenuto dal Ministero della Salute la qualifica di I.R.C.C.S. (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) nel campo delle “malattie genetiche ed eredofamiliari”, riconoscimento esteso, il 5 dicembre del 2012, alle “terapie innovative e medicina rigenerativa”. L’attività clinica è organizzata in 4 Dipartimenti ‒ Emergenza e Area Critica, Scienze Chirurgiche, Scienze Mediche, Servizi ‒ che coordinano 45 unità di specializzazione. L’Ospedale conta circa 2.700 dipendenti tra medici, infermieri, biologi, operatori socio sanitari e operatori non sanitari.
Di questi 164 sono ricercatori: biologi, medici, biotecnologi, statistici, ingegneri, bioinformatici e tecnici; il 60% dei ricercatori è costituito da personale con età inferiore ai 35 anni. Dalla seconda metà del 2015, è operativo il nuovo Centro di Ricerca di Medicina Rigenerativa ISBReMIT, struttura all’avanguardia per concezione e dotazioni nell’ambito della medicina traslazionale per le malattie genetiche, degenerative e oncologiche.
La struttura ospita, tra i laboratori ad altissimo contenuto tecnologico, una “cell factory” e laboratorio per la produzione di biofarmaci in regime di Good Manifacturing Practice, vale a dire per uso clinico, ad includere, cellule staminali somatiche e iPS, vettori per terapia genica e biomaterial.
Michele Giuliani, da tre anni Direttore Generale in un periodo non proprio semplice.
Sono stati anni interessanti e complicati. Per me, che sono cresciuto qui dentro, ma che da tre anni sono direttore generale, passarne più di due con Covid è stata una sfida, pensando di sapere tutto dell’ospedale. La mia presunzione in realtà mi ha fatto vedere un ospedale che conosco e conoscevo benissimo, in un’altra prospettiva.
Come è cambiato l’ospedale in questi due anni?
Rivoluzionato. E’ cambiato molto perché il vincolo che abbiamo, quello dell’età dell’edificio, ha fatto sì che la gestione del Covid non fosse proprio semplice. Abbiamo dovuto ripensare a tutti gli spazi, per un ospedale enorme, costruito anni e anni fa… In 40 anni almeno di costruzioni, non si era mai fatto il secondo ingresso. Questo per spiegare quanto sia stato complicato creare percorsi Covid. Su un ospedale sempre pieno… eravamo fuori dal Covid ma siamo stati sta i primi a ricevere pazienti Covid che inseriti in un contesto no Covid ha complicato tutto. Pazienti non dichiarati Covid messi in ‘organizzazione che viaggiava a tremila, strapieno, ecco è stato come mettere una boma a orologeria e uscire.
Che ricordo ha adesso di quei giorni?
Terribile. Mi vengono i brividi a pensarci. Perché eravamo a più di 800 pazienti e in dieci giorni siamo arrivati a meno di trecento. Pazienti contagiati, covid diffuso dappertutto. Poi non viviamo in una realtà iper ospedalizzata, per cui quando lo dimetto dove lo mando? Così ci siamo inventati tutte le soluzioni immaginabili per mettere in sicurezza sia i pazienti che gli operatori.
E’ stata dura?
Difficilissimo. Poi tutti entrano di qua. Pazienti, dipendenti, servizi. Tutto stesso canale da sempre. Con la pandemia questo non era più possibile.
Ci ripensa ogni tanto a quei giorni?
Le cicatrici sono bene in evidenza. Tante… Non la cicatrice. Ma nonostante questo sono tre anni di Best Hospital che ci premia.
Siete stati premiati per merito e anche per demerito territoriale?
No, i parametri sono avulsi da tutto il resto. E’ un’indagine mondiale fatta in tre continenti, e i parametri sono gli stesi per tutti. Per cui non ti avvantaggi se il tuo vicino è meno forte di te. Vieni premiato solo se tu raggiungi un determinato punteggio, a prescindere dagli altri.
Oggi però c’è questa difficoltà nel territorio ad esprimere realtà altrettanto eccellenti.
Sì. Il Riuniti ci sta provando, sta facendo un buon lavoro anche grazie all’Università. Però resta un territorio, quello di Capitanata, molto complicato. Dove ci sono i grandi centri in pianura, tutto il resto, la maggior parte dei paesi, è sub appennino o Gargano. Cioè posti difficilmente raggiungibili. Allora noi dovremmo adottare un modello per noi che va oltre i parametri del posto letto per abitante, perché io dico sempre Vieste è dietro l’angolo, ma da qui a Vieste l’ambulanza ci mette un’ora e mezza, non meno. E quindi sono veramente lontani da noi. E allora l’emergenza come la gestiamo?
L’emergenza, ma anche i grandi numeri del turismo estivo. Questo impatta su di voi?
Cadono, incidenti stradali, infarti. Succede di tutto anche ai turisti. E questo a Vieste, ma anche Peschici, Rodi, Mattinata. Tutta la costiera che esplode d’estate per l’afflusso di turisti, poi ha noi come riferimento.
Una grandissima responsabilità.
Ma ce la prendiamo tutta.
L’ospedale è il più grande miracolo di Padre Pio.
Sì, è il miracolo, lasciato ine redità a tutti noi. E’ un ospedale che svolge la sua funzione da settant’anni. La sua missione è quella di curare la gente del territorio, ma da sempre il suo bacino d’utenza è più largo, ha confini che vanno oltre quelli regionali.
Abbiamo un alto afflusso di pazienti che arrivano da altre Regioni, più o meno di tutto il centro Sud che si ricolgono a noi per patologie specifiche. Quindi la sfida oggi è continuare a far bene, attrarre tanti pazienti che vengono per fede ma anche per la professionalità, per la cura e l’attenzione che ricevono all’interno della nostra struttura.
L’ospedale ha attraverso un momento molto difficile. E’ stato un fronte aperto rispetto a questa pandemia, che nessuno si aspettava. Come ha risposto a questo impatto?
Ricordo e ho i brividi ogni volta che la mente ritorna indietro nel tempo, all’idea dei primissimi giorni di marzo quando abbiamo scoperto il primo paziente nostro essere positivo al Corona Virus. In quel momento è scattato un piano d’emergenza che forse non c’era mai stato nella storia dell’ospedale. Da quel momento abbiamo dovuto ripensare a tutta l’organizzazione dell’ospedale. Rivedere tutto il nostro modello organizzativo. Rivedere percorsi, vie d’accesso, insomma, ripensare in poche settimane e a stravolgere l’attività che era consolidata almeno negli ultimi vent’anni, del modo quotidiano di fare attività sanitaria. L’emergenza pandemica ci ha lasciato cicatrici in evidenza, ma anche tanti insegnamenti. Tante indicazioni date per gestire la pandemia, ora sono diventate buona norma quotidiana. Sui percorsi, su certe modalità… Uno dei nostri grandi vanti era quella di essere un ospedale aperto. C’era molta osmosi fra dentro e fuori, un libero accesso dei parenti. Purtroppo durante la pandemia l’abbiamo chiuso completamente, oggi l’accesso è assolutamente limitato, ma anche perché dall’esterno possono arrivare altre patologie che non fanno bene ai pazienti.
Uno dei riconoscimenti importanti. Orgogliosi?
E’ il terzo anni di fila che la rivista americana ci premia come uno dei migliori ospedali del Sud Italia.
Uno dei pochi?
Assolutamente. E questo da una parte ci gratifica molto. Dall’altra non ci fa sedere sugli allori. La nostra sfida è cercare di migliorare quello che di buono stiamo già facendo. Negli ultimi due anni ricevere questo premio, quando abbiamo fatto tutta la nostra parte nella gestione della pandemia, ma abbiamo cercato di non lasciare la gente a casa per le patologie no Covid, quindi l’ospedale era realmente diviso in due, uno tutto dedicato all’emergenza Covid, l’altra a tutte quelle no Covid, che, lo ricordo sempre, non si sono mai arrestate. Abbiamo continuato a curare tanti pazienti, farlo in un ospedale che sconta la vetustà degli edifici, ma con il senso d’attacca mento dei nostri professionisti, dei sanitari che sono andati oltre dei limiti materiali e logistici, questo premio va a ricompensare i tanti sforzi. La grande voglia dei nostri dipendenti di non far mancare mai l’offerta di cura che ci veniva chiesta.
E’ anche questo il miracolo di padre Pio? Nelle persone…
E’ un grande sforzo, perché ormai l’ospedale è popolato da operatori che non hanno conosciuto Padre Pio. Sono sempre pochi anche i testimoni che continuano a frequentare l’ospedale, come i primi dipendenti, chiamati proprio dal Santo Fondatore. E questa eredità che si tramanda nelle varie generazioni dei vari dipendenti dove si racconta la particolarità di questo ospedale, dove è stata la missione che padre pio ha dato all’ospedale è che è parte fondamentale di essere ancora qui presente per portare avanti questo ospedale.
Oltre settant’anni, ma anche molto moderno, grazie alle sue attività di ricerca.
La nostra particolarità sulla ricerca è che non abbiamo mai perseguito attività di ricerca fine a se stessa. C’è sempre un processo di osmosi fra clinica e ricerca. La clinica ha bisogno di nuove cure laddove non ci sono cure e quindi la ricerca è a supporto della clinica. Tra letto di ammalato e laboratorio di ricerca affinché questi diano delle risposte ai clinici per curare patologie particolari, rare, che non hanno risposta. Tante patologie dove abbiamo referenze europee. Siamo centro assoluto di riferimento.
Come si arriva a questo?
Questo si fa grazie alla voglia del singolo. Dei clinici e dei ricercatori che si dedicano a una patologia particolare perché magari ci impattano con uno studio o con un paziente. E non si arrendono. E poi anche con il reclutamento di clinici italiani che magari erano in Europa o nel Nord America e che magari sono specialisti di una determinata patologie. Trovare soluzioni e risposte e molto difficile; le patologie rare sono tali in rapporto alla popolazione, ma fanno dei numeri impressionanti. Noi cerchiamo di fare il possibile, in un momento in cui le risorse destinata alla ricerca sono sempre limitate. Per questo dicevo, c’è tanto apporto personale del singolo, dei team, del gruppo di ricerca, a far sì che si trovino linee e nuove terapie.
Che impatto ha l’ospedale su San Giovanni Rotondo?
L’ospedale su San Giovanni Rotondo è buona parte del territorio comunale. Casa Sollievo, sia operatori che pazienti, arrivano da un territorio vasto. Il miracolo è che da qui, non ci sono i viaggi della speranza. Il secondo è che un grande ospedale in un territorio disagiato come questo, rappresenta un volante economico determinante. Tutti i nostri dipendenti, le aziende che lavorano per noi, tutto l’indotto, crea un volano economico importante per il territorio.
E’ un dialogo virtuoso?
Sì. E stiamo cercando di far crescere i nostri clinici e anche di importarne da fuori. Far rientrare cervelli, operazione che abbiamo fatto tante volte, come quella di convincere brillanti menti a lasciare Londra o Toronto e a venire a San Giovanni Rotondo?
Come fate? Come ci provate a convincerli?
La carta migliore è quella della progettualità. Diamo le stesse opportunità di un nostro ricercatore che potrebbe avere a Ginevra. Replichiamo il modello, rendiamo appetibile l’offerta. Cerchiamo di far restare i giovani e di far arrivare altri professionisti.
E per lei Direttore cosa rappresenta l’ospedale?
Sicuramente non è solo il posto di lavoro. E molto di più. Ci sono nato e ci lavoro da tanti anni. 28. L’spedale ha sempre rappresentato un faro importante ma anche un porto sicuro. Io come tanti proviamo a dare molto di più o un po’ di più di quello che ci chiederebbe soltanto un datore di lavoro.
(quarta puntata)
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).