Palpeggiare una donna è violenza sessuale, pesante condanna del Tribunale di Foggia a 2 anni e 8 mesi

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“E’ stato un successo, dall'inizio alla fine”, non nasconde la soddisfazione Daniela Gentile, coordinatrice e legale del centro antiviolenza di Manfredonia Rinascita Donna, che ha seguito il caso, a conclusione del processo (di primo grado) partito a seguito della denuncia di un giovane donna vittima di abusi. Teatro della vicenda, un bar di Manfredonia, nel quale aveva iniziato a lavorare una ragazza di 22 anni come cameriera. Un cliente abituale del locale di quasi sessant’anni si è rivolto a lei sin da subito con battute squallide a sfondo sessuale: “Ti allungo le mani”, “Passami la patata”, riferendosi alle chips, “Gioco a flipper con le tue ovaie” e volgarità simili.

La ragazza ha immediatamente manifestato non solo il suo disappunto ma anche il suo profondo disagio nei confronti di attenzioni sgradite e di bassa lega. Si è anche rivolta al suo datore di lavoro per chiedere un aiuto affinché le molestie cessassero. Il titolare del bar però non è intervenuto in alcun modo opponendo il fatto che la persona in questione fosse un cliente fidato e amico.

Men che meno le reticenze della ragazza hanno fermato l’uomo che si è spinto sempre più oltre e dal solletico sui fianchi è passato ad infilarle una mano tra le gambe.

Di fronte ad un tale inaccettabile gesto, le remore della donna a voler reagire, come spesso accade in certi casi alle vittime di molestie, si sono tradotte nella volontà di non subire più.

Per prima cosa la ragazza si è rivolta nuovamente al suo capo che sostanzialmente se ne è lavato le mani, dicendole senza mezzi termini che era un problema di cui doveva occuparsene lei; ha quindi deciso di lasciare il lavoro. Ma questa è stata solo una parzialissima soluzione al problema perché, pur allontanandosi dal suo molestatore, è caduta in uno stato di depressione e paura tale da impedirle di condurre una vita normale. La giovane è stata quindi pesantemente lesa nella sua salute psicologica, come quasi tutte le vittime di violenza.

“Parla dell’accaduto alla sorella, al fidanzato e poi decide di rivolgersi al nostro Cav – ha raccontato Gentile a l’Attacco -. Parliamo di denunciare l’accaduto alle autorità ma lei si mostra titubante: ‘ma cosa denuncio? Qui tutti mi dicono che ho capito male io, che è solo una mano, come alla giornalista toccata in diretta da quel tifoso’. E poi ci chiede: ‘ma secondo voi è importante?’. La nostra risposta è stata netta: certo che lo è. L’abbiamo tranquillizzata, le abbiamo detto che saremmo stati al suo fianco e il 25 novembre parte finalmente la denuncia. In tempi rapidi siamo giunti alla sentenza di mercoledì. Devo dire è stato fatto un lavoro straordinario, anche da parte delle forze dell'ordine perché la vicenda si è chiusa in pochi mesi”.

Il reato contestato è violenza sessuale, il giudice condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione l’uomo, che aveva chiesto il rito abbreviato. Nella deposizione l’imputato ha negato tutto, dicendo che il solletico era solo l’espressione di una confidenza che gli avrebbe dato la ragazza, perché si sa come vanno certe cose.

“Un fatto derubricato ad una semplice goliardata – ha aggiunto la legale -. Una domanda del suo difensore mi ha fatto sobbalzare dalla sedia, ha chiesto come fosse vestita la ragazza. Nella mia discussione l’ho invitato a visitare la mostra ‘Com’eri vestita’, che espone gli abiti delle donne che sono state vittime di violenza sessuale e che mira a sfatare gli stereotipi sulla violenza sessuale. Troppo spesso infatti, la domanda ‘cosa indossavi? com’eri vestita?’ sottende una sfumatura accusatoria, come a dire ‘te la sei cercata’, puntando in questo modo i riflettori su chi subisce violenza e non su chi la commette”.

Ma evidentemente la difesa non ha convinto i giudici che addirittura hanno comminato una pena doppia rispetto a quella chiesta dal pubblico ministero (1 anno e 4 mesi).

“Evviva – esulta la coordinatrice del Cav -, è un segnale importantissimo. Nella mia discussione ho detto al giudice che noi andiamo a parlare nelle scuole e io devo poter dire e voglio poter dire che il Tribunale di Foggia condanna questo tipo di atteggiamenti e che le ragazzine, anche preadolescenti, non devono dissimulare sorrisini o comprensione, quando magari qualche compagno fa una battutaccia o gli mette una mano addosso, se non vogliono. La nostra assistita è stata addirittura emarginata dalle colleghe per essersi ribellata, è il momento di dire basta. Non dobbiamo semplicemente tollerare la cosa, anche se ci fa male e ci dà fastidio. Ed infatti la ragazza dopo la lettura della condanna è stata felicissima: le abbiamo detto che lo Stato le sta dando una risposta e che è quello che ha subito non è affatto una stupidaggine”.

La pronuncia del Tribunale di Foggia è un grande segnale ma è solo l’inizio di un lungo cammino: a fronte di una denuncia tantissime altre donne restano nell’ombra.

“Ecco perché raccontare questa vicenda è ancora più importante, alle donne che sopportano questi atteggiamenti diciamo che lo Stato le tutela. Dobbiamo lavorare sui cambiamenti per sconfiggere la violenza di genere: un cambiamento culturale parte anche da questo, nel non accettare quelle rigidità di chi dice ‘prima si faceva’. E invece non dobbiamo tollerare alcuna intromissione sul nostro corpo, nessuno deve sentirsi autorizzato a toccarmi senza il mio permesso, il corpo è mio. In un modo o nell’altro tutte le donne hanno subito un qualche atteggiamento del genere ma non va raccontato come se fosse normale, soprattutto perché spesso accade in rapporti in cui uomo e donna non sono alla pari, come nel caso della nostra assistita, per questioni di lavoro, per l’età e per ogni altra condizione nella quale la donna si senta in soggezione. A tutto questo diciamo basta e la sentenza di mercoledì è un passo nella giusta direzione”, ha concluso Gentile.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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