Morto l’uomo affetto da morbo di Parkinson costretto a un viaggio da Vieste a Foggia per l’esame Ctu

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Ventidue giorni. Tanto è durata la lenta, dolorosa agonia di Domenico Candelma, l’anziano paziente di Vieste che lo scorso 5 settembre è stato costretto a recarsi a Foggia, con lettera di convocazione del Ctu. Quella visita doveva servire a “certificare” le sue patologie invalidanti (tra cui la demenza senile e l’impossibilità di deambulare in autonomia sulle proprie gambe) per ottenere l’indennità di accompagnamento, che invece era stata precedentemente negata. Ne era scaturita una controversia legale, avviata un anno prima, con cui i familiari avrebbero sperato di vedersi riconosciuto il sostegno dovuto, ma il giudice aveva stabilito che era necessario che il paziente, già molto sofferente e avanti con gli anni, passasse l’esame del Ctu per dimostrare di essere in possesso dei requisiti richiesti. Da quel nefasto viaggio dai mille disagi, dal viaggio di due ore in auto, al penoso accesso nella struttura di via Conte Appiano, senza rampe né ascensore per disabili, il paziente che ha compiuto 76 anni lo scorso 30 agosto, ha cominciato a stare sempre peggio, fino a spegnersi in un rapido, inatteso aggravamento del suo quadro clinico.

La figlia Maria che oggi non si dà pace, già aveva descritto in una lettera-denuncia la disavventura di quel terribile 5 settembre, dai particolari di quella mattinata da incubo aveva preso spunto per sollevare l’attenzione su un sistema che di certo non mette al primo posto la dignità – e anche l’incolumità - dei pazienti più fragili, in un meccanismo che moltissime famiglie con gli stessi problemi sono costrette ad accettare, pagandone le conseguenze, anche assai drammatiche, come nel caso del padre dell’insegnante viestana.

“Mio padre è deceduto mercoledì 27 settembre 2023 e noi siamo ancora in attesa di ricevere una risposta - scrive Maria, infatti in tutto questo, non è ancora giunta alcuna comunicazione circa il riconoscimento dell’indennità -. Come famiglia abbiamo ritenuto di non denunciare per il momento il CTU per la struttura inadeguata in cui esercitava e siamo stati accolti, assurdo se si pensa che ogni esercizio privato oggi deve rispettare norme ben precise proprio per l’accoglienza di un disabile. Per la condotta morale dovrà forse un giorno darà conto a chi è più in alto di tutti, noi proviamo ad affidarci.   Oggi vogliamo sollevare una denuncia affinché il nostro grido di dolore possa arrivare a chi qualcosa politicamente la può muovere: abbiamo trovato tanta omertà intorno” scrive nella lettera.

“Mio padre è morto e nulla potrà più restituircelo, ma io voglio continuare a denunciare un sistema che è folle, marcio, e tutti lo accettano senza ribellarsi, tra l’altro mi sono imbattuta in moltissima omertà, come se si avesse paura anche solo a far circolare la mia denuncia; molti mi hanno aiutato a dare visibilità al nostro calvario, ma molti altri non lo hanno fatto, forse per timore di infastidire qualche assessore o politico che poi potrebbe agire per ritorsioni” spiega Maria che non vuole smettere di credere che chi di competenza possa una volta per tutte venire incontro alle tante famiglie bisognose che oltre al dramma della malattia vivono la tragedia dei disservizi e le umiliazioni per ciò che dovrebbe essere un diritto.

Nonostante il trattamento ricevuto quel 5 settembre dall’incaricato Ctu - con aggressioni verbali e velate minacce tutte documentate in un video - e l’assoluta incompatibilità della struttura con le condizioni di cittadini con disabilità e gravi limitazioni, la famiglia ha deciso - per il momento - di non denunciare: “Ciò potrebbe accadere se ci verrà negato anche il riconoscimento dell’indennità. Il mio non è un accanimento contro la persona, sia chiaro, ma contro un sistema: siamo in presenza di una magistratura che dovrebbe essere più accorta quando affida i propri incarichi, partendo dalla verifica dei requisiti anche della struttura che si designa per una funzione del genere. Anche la Asl dovrebbe spiegare con quali criteri vengono composte le commissioni, come si decide chi metterci dentro e con quali competenze, perché la visita si riduce a chiedere al paziente come si chiama, come nel caso specifico di mio padre. Il problema va affrontato con la volontà politica di intervenire per cambiare le leggi, non ci sono altre vie: possibile che gente onesta e bisognosa, debba pagare lo scotto di tanti anni di incuria in cui si sono distribuiti soldi senza controlli appoggiando logiche clientelari e favoritismi vari? Tra i tanti a cui ho parlato c’è anche un onorevole della nostra provincia, è stato gentilissimo, mi ha offerto la sua vicinanza umana, ma alla fine ha detto che il mio è un problema che devo risolvere in tribunale. Insomma, finora nessuno ha mosso un dito”.

Dolore e rabbia sono i sentimenti che affiorano nel tono e nelle parole di Maria che cerca di trovare il modo giusto per trasmettere la sua indignazione per l’accettazione passiva dei cittadini  che dovrebbero pretendere più qualità ed efficienza invece di accettare tutto con rassegnazione: “I nostri padri hanno unificato l’Italia, la nostra generazione sta consegnando un paese sbagliato ai nostri figli, in Francia si continuano a fare grandi e piccole rivoluzioni dal basso, qui accettiamo tutto, l’importante è che nessuno ci venga a scomodare in casa nostra. Questo lo trovo assurdo, la mia rivendicazione oggi non è più per mio padre che non c’è più, ma per tutti, chiunque un giorno o l’altro può trovarsi a fare i conti con questa situazione, i nostri genitori, i nostri figli, i nostri cari”.

Maria aspetta fiduciosa le risposte che le sono dovute, insieme alla sua famiglia, e continua nella sua ricerca di ascolto tra politici e istituzioni: Antonio Tutolo il suo ultimo contatto, chissà che il consigliere regionale battagliero e ostinato non riesca a portare la questione sui tavoli baresi e aprire una discussione per una revisione di un sistema tutto da rifondare. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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