Interferire significa ferire internamente, intromettersi, interrompere e deviare oppure, semplicemente… Dare fastidio…
E pensare che gli Statuti Generali dei Liberi Muratori del 1821 vietavano agli artisti di bussare alla porta del Tempio, sì, di indossare il grembiulino, di entrare nella massoneria.
Ma è altrettanto vero che di artisti, nelle obbedienze massoniche poi, ne entrarono davvero tanti.
Per restare in Italia, furono affiliati alla massoneria anche Trilussa, Gino Cervi, Carlo Dapporto, Tino Scotti, Ettore Petrolini, Vittorio Caprioli, Paolo Stoppa, Aldo Fabrizi, Gorni Kramer, Amedeo Nazzari, Claudio Villa, Alighiero Noschese, Arnoldo Foà, Carlo Campanini, Febo Conti, Riccardo Billi, Mario Castellani, la storica spalla di Totò e anche il Principe De Curtis chiese di diventare massone.
Un aspetto della vita del grande attore comico italiano poco indagato e quasi sconosciuto.
Fatto sta che sui maggiori quotidiani italiani, il 16 aprile 1967 comparve un necrologio irrituale. La massoneria italiana annunciava la morte di un fratello e ne indicava anche il grado, il 30°. Il mondo seppe così che Antonio De Curtis, principe e attore italiano era stato iniziato alla massoneria.
Recentemente è saltata fuori un’altra affiliazione di De Curtis alla massoneria, oltre a quella del 1945 alla Loggia “Fulgor” di Napoli, retrodatando la storia massonica di Totò al 1925, in un periodo delicato per i liberi muratori.
Superato in qualche modo il delitto Matteotti, di cui fu il mandante, Mussolini, il 12 gennaio 1925 deposita alla Camera il disegno di legge che dichiara illegali le associazioni segrete o riservate. Il 14 gennaio “L’Idea Nazionale”, organo dei nazionalisti, pubblica un estratto della relazione della “Commissione dei Quindici” a cura dei deputati Gioacchino Volpe e Francesco Ercole. L’obiettivo è esplicito: Qualsiasi specie di società occulta, anche se per ipotesi il suo fine sia eticamente e giuridicamente lecito, è da ritenersi, pel fatto stesso della segretezza, incompatibile con la sovranità dello Stato e la uguale libertà dei cittadini di fronte alla legge. Ma si tratta soltanto di una legalizzazione della violenza e della persecuzione che i fascisti hanno sempre riversato contro la massoneria devastando le logge e distruggendo arredi e biblioteche massoniche. Del resto, il Gran Consiglio del Fascismo, già il 23 febbraio 1923 aveva sancito l’incompatibilità tra l’essere fascista e l’appartenenza alla massoneria.
Le battaglie dei massoni, i loro principii di uguaglianza e libertà, il concetto stesso di “fratellanza universale” e gli aiuti concreti che i massoni offrono a chiunque lotti per la libertà contro la tirannide non sono in sintonia con lo stato fascista che proprio in quel periodo si sta affiancando pericolosamente allo stato liberal-monarchico per soffocarlo e svilirlo in una sanguinosa dittatura liberticida. Il Paese sta rapidamente precipitando dalla democrazia parlamentare, fondata sui collegi uninominali a doppio turno, al governo del partito unico. La legge contro la massoneria sarà approvata il 19 maggio 1925 con voto unanime (molto peserà l’assenza dei 123 deputati dell’opposizione che non partecipavano più ai lavori parlamentari dal giugno 1924, secessione detta “dell’Aventino” in segno di protesta contro il delitto Matteotti) e con significative assenze di deputati sì fascisti ma affiliati alla massoneria, come Italo Balbo.
Le obbedienze massoniche erano due: il Grande Oriente d’Italia, con sede a Palazzo Giustiniani, che oggi ospita gli uffici del Senato e la Gran Loggia d’Italia, piazza del Gesù 47, nello scenografico Palazzo Artieri. Occorre molto coraggio per aderire alla massoneria in quel preciso momento storico e ad Antonio De Curtis il coraggio non mancherà se il 1° maggio del 1925 il suo nome figura come apprendista della Gran Loggia d’Italia, nella “Nazionale” di Roma.
Antonio ha ventisette anni, è figlio illegittimo di un nobile napoletano e porta il cognome di sua madre, Anna Clemente, di origini palermitane. Soltanto tre anni dopo sarà riconosciuto dal padre, il marchese Giuseppe De Curtis. Ha già fatto parte di diverse compagnie teatrali e ha già conosciuto le difficoltà del mestiere, le accese rivalità, le vessazioni dei “caporali”. Ma il miglioramento di sé stessi, spezzare le catene che rendono l’uomo schiavo, entrare a far parte di un disegno geometrico di un grande architetto dell’universo diventano le parole magiche che rafforzano lo spirito di Antonio. La riservatezza, la segretezza, l’onestà, la misura, fanno già parte del suo modo di essere e così, la massoneria, almeno all’inizio, rappresenta per il giovane Antonio un rifugio sicuro e una scuola di vita.
Scrive Aldo A. Mola:
Mentre il Tempio sta per crollare decide di passare tra le sue colonne e di sedere in silenzio fra gli apprendisti, proprio lui, parlatore forbito, mago della parola, principe dello scioglilingua. È tempo di guardare all’Oriente prima che la Luce venga spenta a Occidente. Il marchese De Curtis non è affatto uno sprovveduto. Sa benissimo di compiere un passo rischioso. Conta sulla riservatezza della Fratellanza. Offre la sua “testimonianza” a quel che resta dell’Italia nella quale si riconosce: quella degli uomini liberi.
Probabilmente ci sono tre chiavi di lettura per avvicinarsi al fenomeno in questione.
L’uomo, l’attore, il massone che, tra l’altro, scrive una delle più belle poesie massoniche di sempre, ‘A Livella, nel 1964.
Le carte massoniche di Totò sono conservate nell’Archivio Storico del Grande Oriente d’Italia e, precisamente, nel fondo archivistico denominato “Piazza del Gesù” e ci raccontano sì di un signore che arriverà al 30° grado della massoneria, il cavaliere Kadosh, il grado operativo più alto, visto che il 31°, il 32° e il 33° sono gradi amministrativi, a “copertura” del 30°, ma ci raccontano anche della sua insofferenza verso le lotte di potere interne all’obbedienza, verso la non osservanza delle regole e lo snaturarsi di un progetto antico e di uno spirito che fu presente in molti eventi cruciali della storia.
Così, il principe, per lunghi periodi è “dormiente”, non partecipa ai lavori di loggia, pur avendo egli stesso fondato la “Fulgor Artis, Ars et Labor”, non rinuncia mai a citare la massoneria nei suoi lavori.
Nel film “Letto a tre piazze” del 1960, durante una scalata immaginaria in alta montagna, Totò grida a Peppino De Filippo che rischia di precipitare giù: “Professò, la lego ad un masso…, ne ho trovato uno magnifico, questo resiste, è un bel massone, un massone!”.
La “Preghiera del Clown”, nel film “Il più comico spettacolo del mondo”, del 1953 è un monologo massonico dall’alto valore morale, è il testamento di Totò, è un inno alla libertà e alla lealtà.
Anche la “teoria di Pasquale” è un principio massonico. “Sapessi che mi è successo… ti devo raccontare un esipodio… mi ha preso, mi ha sbattuto al muro e mi diceva: “Pasquale! Ti devo ammazzare di botte!” E giù pugni, schiaffi… “Pasquale! Ti distruggo, figlio di un cane!”… E Castellani: Mi fai rabbia, ma scusami, perché non hai reagito?
Totò: E che mi frega a me? E che so’ Pasquale, io? Oh!!!.
Quando Totò, maschera aggressiva dell’uomo stanco di subire, marionetta impazzita, ingaggia gli epici battibecchi con gli avversari, spesso li apostrofa con il termine “profano”. “… Ma stia zitto, profano!” e “profano” è il modo usato dai massoni per definire tutto ciò che non appartiene alla massoneria…
Totò cita “Foggia” diverse volte nei suoi film e lo fa anche in Guardie e Ladri con Aldo Fabrizi.
Nel film “Totò contro il Pirata Nero” del 1964 (lo stesso anno in cui scrisse ‘A Livella), una parodia del genere commedia sui pirati, dal minuto 24, parte l’omaggio a Foggia.
Totò è un ladro capitato per sbaglio sulla nave del Pirata Nero. Nella scena è con Mario Castellani che interpreta il pirata “Uncino” che però lui chiama “Invalido”…
… Piuttosto, pensa all’armamento, vatti a procurare una spada…
E non ce l’ho, dove la trovo? Dammela tu…
Ma no, qui ognuno se la fabbrica da solo. Vai giù alla forgia, prendi l’incudine, il martello, un pezzo di ferro e te la fai.
A quest’ora? Adesso?
Adesso.
E non ci sono mai stato.
E adesso ci vai…
A Foggia?
Sì, a Foggia… Ma che Foggia, Bari e Catania?
Barletta?
Nooo, a Napoli. Ma, dico…
Ma come, io vado a Napoli, per andare a Foggia si va per Napoli…
Nossignore, io non ti ho detto di andare a Foggia. Forgia! Forgia! La forgia, giù, la fucina…
Tu hai detto Foggia!
Ho detto Foggia?
… Prendi un pezzo di ferro qualunque, vai giù e ti fai questa benedetta spada…
Mentre sulla nave i pirati preparano l’arrembaggio contro una nave da depredare, Totò ritorna tutto orgoglioso e mostra a Uncino una spada bellissima…
Invalido! Guarda un po’… è venuta bene? Sono stato bravo?
Mica male, dove l’hai fatta?
In officina, a Foggia…
L’officina è la Loggia Pietro Giannone di Foggia perché De Curtis – Totò, negli anni, ha stretto fraterni rapporti con diversi esponenti foggiani della massoneria locale, già da quando fu affiliato alla Fulgor di Napoli, nel 1945.
Il principe attore e massone era stato a Foggia e a Cerignola per girare “Totò gambe d’oro” nel 1958, è vero ma dai registri e dal libro degli ospiti dell’Hotel Sarti risulta che Totò venne a Foggia molte volte, dal 1948 e fino al 1965.
Molto strano però che in una piccola città come Foggia, dove anche i muri hanno orecchie e anche i muri parlano di tutto e di tutti, spesso fantasticando, non sia mai circolata la voce della presenza di Totò in città. Forse perché Totò era un “animale notturno”, si mimetizzava con cappelli e grandi occhiali neri e anche quando di notte partiva da Roma diretto a Napoli per fare beneficenza ai napoletani poveri non se ne accorgeva nessuno.
Perché Totò era un folletto, un dolce fantasma, un bambino che a otto anni prese un pugno da un maestro che gli deformò la mascella. Un pugno è un atto violento, fa sempre male ma di fronte a uno spirito come quello di Totò, anche il pugno si trasforma e diventa un fatto positivo. Mancava quel pugno che fece la sua fortuna. La maschera era pronta. Era nato Totò.
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