“Più volte segnalai la pericolosità di Bonalumi e dei fenomeni criminali che crescevano a Foggia”

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“Ho espresso al capo della polizia Vittorio Pisani il mio compiacimento per la cattura del latitante Olinto Bonalumi, inserito dal 2022 nell’elenco dei ricercati pericolosi del Ministero dell’Interno, avvenuta nel pomeriggio (di lunedì, ndr) da parte della Polizia di Stato con il coordinamento della Procura distrettuale di Bari. I risultati ottenuti dimostrano l’efficacia del lavoro e dell’impegno paziente ed incessante di chi opera per garantire la sicurezza del nostro Paese. È un segnale forte e chiaro: lo Stato è presente dovunque ci sia da combattere criminalità ed illegalità. A tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine va il mio ringraziamento per la professionalità e il senso del dovere dimostrati”, questo il commento del ministro Matteo Piantedosi alla notizia dell’arresto di quello che è stato definito l’Arsenio Lupin di Capitanata.

Il 66enne è stato individuato e bloccato a Roma in viale Europa dagli uomini della Sisco di Bari e della Squadra mobile di Foggia, con il supporto operativo dello Sco e della Sisco della Squadra mobile di Roma. L'uomo deve scontare 13 anni, quattro mesi e 11 giorni di carcere per i reati di concussione, accesso abusivo a sistemi informatici, intercettazione fraudolenta di conversazioni, furto e rapina. Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe connesso anche alle organizzazioni mafiose della cosiddetta Società foggiana. Tra i crimini per i quali Bonalumi è stato condannato ci sono anche diversi furti in caveau di massima sicurezza, appartenenti a banche o istituti di vigilanza.

Una condanna per Bonalumi, nel processo chiamato Goldfinger, è arrivata a settembre 2023. Il caso era quello del furto avvenuto nel 2012 all'ex Banco di Napoli, a Foggia. Furono trafugati oggetti preziosi e contanti per circa 15 milioni di euro, svuotando centinaia delle cassette di sicurezza presenti. Un'altra condanna, in primo grado, era giunta nel 2011 per un furto da oltre 5 milioni di euro nel caveau dell'istituto di vigilanza Np Service avvenuto nel 2008. Ma la fama del latitante era ben precedente: già negli anni Ottanta e Novanta era stato indicato come possibile responsabile di alcune rapine a gioiellerie, furgoni portavalori e non solo, per poi essere assolto. 

“Da una parte sono contento, soddisfatto e felice che la giustizia, che le forze di polizia siano riusciti a ottenere questo risultato; dall'altra sono molto amareggiato perché all'epoca dei fatti Foggia viveva una situazione contrastata perché sottovalutata”, a parlare a l’Attacco è Claudio Lecci, all’epoca dei fatti capo della Squadra mobile, già dirigente superiore della Polizia di Stato che ha vissuto in prima persona quegli anni e l’evolversi progressivo della criminalità in Capitanata.

“Più volte avevo segnalato la pericolosità di certi soggetti, primo tra tutti proprio Bonalumi – ha aggiunto Lecci -, soprattutto per la sua capacità criminale ma anche la sua ferocia. Il fatto di avergli appioppato il soprannome di Arsenio Lupin non è appropriato, non mostra la sua reale pericolosità. Noti sono alcuni dei suoi reati in cui si denotavano segnali di grande violenza e di grande capacità criminale”.

L’amarezza dell’ex poliziotto è ancora più marcata quando pensa che a suo avviso già a quei tempi i segnali che a Foggia stesse accadendo qualcosa di importante ci fossero tutti. “I presupposti perché si organizzasse quella che oggi chiamano la Quarta mafia erano chiari ma lo Stato centrale se ne disinteressò, alcuni magistrati pensavano solo a concentrarsi su interessi familistici, altri curavano le proprie scalate politiche ma c’era anche chi cercava di lavorare con serietà e segnalava l'importanza di una maggiore attenzione, spesso però veniva deriso oppure veniva tacitato, come accadeva a me”. 

Ma ad avviso di Lecci esisteva anche un’altra tipologia di contiguità “in cui non si distingueva dove finiva la politica e dove iniziava la criminalità. In quel contesto era facile potersi organizzare. E noi non avevamo mezzi a sufficienza per contrastare quei fenomeni: quando arrivai a Foggia mi fu detto di trovarmi un angolino dove sedermi e mi ospitò un’ispettrice di polizia in un ambiente dove mancava anche scrivania. Questo era il contesto nel quale dovevamo combattere quella che già era la criminalità foggiana. Non è che Bonalumi è diventato criminale adesso che l'hanno preso, semplicemente lo Stato arriva sempre con la repressione e mai con la prevenzione. Tantomeno si può dire che all'epoca si volesse fare allarmismo ma alla luce di elementi concreti si chiedeva di affrontare tempestivamente le questioni; anche perché raccogliere le prove, portare la gente a processo richiede tempo e impegno”.

E pur tuttavia le verità giudiziarie non corrispondono sempre alla verità fenomenica: “Lo stesso vale per Bonalumi, noi possiamo affermare solo quello che è stato accertato nei processi ma nessuno ci dice che sia tutto: è un genio del male, è stato violento, conosce la tecnologia, aveva una fitta rete di persone. Ricordo che puntualmente venivo seguito da un'Alfa 33 verde alla guida della quale c'era proprio il braccio destro di Bonalumi, io da spavaldo quale ero a quei tempi, mi fermavo e chiedevo loro cosa volessero e lui mi rispondeva che era interessato a parlare con me sapendo che dipingevo perché a sua volta era un pittore”.

Come detto il latitante è stato pizzicato a Roma ma Lecci non esclude che abbia conservato una serie di relazioni con il territorio di origine: “Non so quali siano le tecniche investigative usate per trovarlo (da troppo tempo sono fuori dal giro) ma non escluderei che bazzicasse ancora sul Gargano e presterei attenzione a tutti i reati che sono stati commessi di recente che hanno mostrato una capacità criminale molto efferata e una tecnica superiore alla media. Una certa criminalità si avvale di reti efficienti e patti sodali di supporto reciproco. Oggi lo Stato dispone di tecnologie e risorse che all'epoca non erano disponibili, ciò non di meno già da allora si poteva fare moltissimo mentre ci hanno lasciato fare molto poco; non in modo doloso, beninteso, ma per noncuranza e questo mi amareggia ancora di più”, la mesta conclusione di Claudio Lecci.

Un episodio spicca nelle cronache di ormai un decennio fa: Repubblica svelò i presunti contatti tra il deputato socialista Lello Di Gioia e la gang che assaltò nel 2012 il Banco di Napoli. Una dettagliata informativa della polizia, riporta la testata, documentò il ruolo del parlamentare foggiano come mediatore per far avere indietro una parte di quella refurtiva a uno dei proprietari delle cassette di sicurezza svaligiate. In una intervista rilasciata a Giuseppe Caporale Di Gioia (non indagato) negò che mai Bonalumi fosse andato a casa sua, nonostante il giornalista lo avesse incalzato parlando di intercettazioni e appostamenti.

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