Un palo alto trenta metri, destinato a ospitare una stazione radio base, sta per sorgere sul molo di Ponente di Manfredonia. Un’infrastruttura apparentemente neutra, ma che ha acceso un dibattito acceso e complesso. Racconta molto più di un’infrastruttura tecnologica: rappresenta un modo di governare i territori, di decidere senza spiegare, di semplificare senza garantire. Dietro la formula “autorizzazione unica ZES”, infatti, si nasconde un paradosso: ciò che dovrebbe accelerare lo sviluppo diventa scorciatoia per saltare passaggi fondamentali. Paesaggio, salute, trasparenza: tre parole che in questa vicenda sembrano evaporare. L’autorizzazione è stata rilasciata dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale tramite un atto formale del luglio 2025, che ha concesso a Cellnex Italia S.p.A. una concessione demaniale e l’Autorizzazione Unica ZES per la realizzazione di una stazione radio base. Cellnex Italia è il principale operatore indipendente in Europa di infrastrutture per le telecomunicazioni wireless e, in questo caso, committente del progetto - insieme a Wind Tre – per la realizzazione di un impianto di telecomunicazioni per telefonia cellulare. L’ex Sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi ha sollevato dubbi sull’opportunità e sulla sostanza dell’autorizzazione rilasciata in ambito ZES. Le Zone Economiche Speciali sono aree individuate dal Governo per favorire investimenti e sviluppo, attraverso procedure semplificate e incentivi fiscali. L’autorizzazione unica ZES è lo strumento che consente di concentrare in un solo atto i permessi e i pareri necessari, riducendo tempi e passaggi burocratici. Tuttavia, la semplificazione non dovrebbe annullare i vincoli di rango superiore: paesaggio, ambiente e salute. In altre parole: accelerare sì, ma senza bypassare controlli fondamentali. Secondo Riccardi, l’autorizzazione sembra costruita su misura per un singolo operatore, senza che sia chiaro quale beneficio concreto ne ricavi la comunità. Una porzione di area portuale viene concessa per nove anni a un operatore privato al canone annuo di 9.034,54 euro. Nessun confronto su usi alternativi, nessuna valutazione di benefici per la collettività. Piuttosto l’etichetta “ZES” diventa uno scudo procedurale dietro cui si nasconde un uso disinvolto del potere autorizzativo.
Il nodo più delicato, sottolinea Riccardi, riguarda le tutele urbanistiche e paesaggistiche: il porto non è un recinto separato, ma parte integrante del paesaggio e della storia della città. Eppure la Soprintendenza e il Comune sono stati compressi, ridotti a comparse in una conferenza di servizi che ha trasformato un’opera impattante in un atto “regolare”. Regolare, sì. Ma profondamente sbagliato.
Il palo ospiterà una stazione radio base, quindi un impianto che comporta emissioni elettromagnetiche. La legge fissa limiti precisi e impone verifiche preventive. ARPA Puglia è l’ente competente per valutare l’impatto delle emissioni e rilasciare un parere tecnico. Riccardi denuncia che nel provvedimento non c’è alcun parere espresso da ARPA: si prende atto soltanto del silenzio dell’ente nei termini e lo si trasforma in assenso tacito.
Formalmente la legge consente il silenzio-assenso. Ma la sostanza è un’altra: su un impianto che emette onde elettromagnetiche, in un’area sensibile e vicina all’abitato, si è ritenuto sufficiente il silenzio di ARPA Puglia. Nessun parere tecnico, nessuna valutazione pubblica, nessuna rassicurazione. È la vittoria della forma sulla sostanza, della scadenza burocratica che prevale sul principio di precauzione.
Un altro punto critico riguarda la motivazione. Dagli atti emergono riserve tecniche e richieste di chiarimento, ma nel dispositivo finale tutto si scioglie in una formula generica: “sussistono le condizioni”. Non si spiega perché certe osservazioni siano state superate - né come siano stati valutati rischi e alternative -, nonostante la legge impone motivazioni specifiche, specie quando sono pervenute osservazioni.
Angelo Riccardi puntualizza che la sua non è una battaglia contro la tecnologia. È una battaglia contro un’idea di sviluppo calata dall’alto, opaca, indifferente alla voce della città.
All’articolo 8 della concessione - che l’Attacco ha potuto visionare -, dove sono disciplinate rinuncia o revoca, è scritto che questa “è revocabile per ragioni di pubblico interesse, a giudizio discrezionale dell’amministrazione concedente”.
Sì: giudizio discrezionale. Ma quel palo non è più solo un palo. È diventato il simbolo del rapporto tra istituzioni e cittadini, tra sviluppo e paesaggio, tra interessi privati e bene comune. È un segno che resterà per anni sul waterfront di Manfredonia, ricordando che la città è stata scavalcata. È anche l’emblema di una legalità formale che ha perso di vista la sostanza.
Quel palo alto trenta metri svetta non solo sopra le case, ma anche sopra le regole del buonsenso che dovrebbero tutelare le comunità.
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