Foggia Calcio, cos’è questa crisi? Partenza-sprint da possibile vantaggio si è trasformata in boomerang

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La partenza-sprint, con 4 punti conquistati nelle prime due giornate, rischia oggi di apparire quasi come un paradosso: quello che avrebbe dovuto rappresentare un vantaggio si è trasformato, almeno in parte, in un boomerang per il Foggia. Non per ciò che quei quattro punti hanno rappresentato sul piano della classifica, quanto per ciò che hanno prodotto nell’immaginario collettivo. Hanno alimentato aspettative, acceso entusiasmi, spostato in avanti l’asticella delle ambizioni e, soprattutto, hanno fatto pensare che un gruppo costruito praticamente dal nulla potesse essere immediatamente pronto per recitare un ruolo da protagonista.

È un meccanismo abbastanza frequente nel calcio. Due buone prestazioni, qualche risultato positivo e una squadra nuova di zecca comincia a sembrare già compiuta. Si dimentica, in fretta, che costruire un gruppo non significa semplicemente mettere insieme undici giocatori, ma creare conoscenze, automatismi, gerarchie, complicità e soprattutto una precisa identità. Tutte cose che hanno bisogno di tempo. E il tempo, nel calcio, è spesso la prima cosa che non viene concessa.

Il Foggia di oggi è figlio di una ripartenza. Non soltanto per il numero di giocatori nuovi, ma perché deve ancora diventare qualcosa di più della somma dei suoi elementi. Le prime due giornate avevano suggerito una maturità forse superiore a quella realmente acquisita. I quattro turni successivi, con appena un punto raccolto, hanno invece riportato tutti con i piedi per terra. E forse, paradossalmente, possono essere persino utili se verranno interpretati nella maniera corretta. Perché il problema non è il punto conquistato nelle ultime quattro partite. Il problema sarebbe trasformare quel punto in una definizione: quella di una squadra già bocciata, incapace di competere o destinata a una stagione anonima.  Così come sarebbe stato sbagliato pensare, dopo le prime due giornate, che il Foggia fosse già pronto per qualsiasi obiettivo. La verità sta nel mezzo, e proprio lì deve collocarsi il lavoro di Gaetano Auteri. L’allenatore deve innanzitutto liberare il gruppo dal peso delle aspettative che lo stesso avvio di campionato ha contribuito ad alimentare. Non significa abbassare l’ambizione, ma renderla sostenibile. Una squadra che deve ritrovare autostima non ha bisogno di sentirsi ripetere continuamente che deve vincere per forza. Ha bisogno di tornare a riconoscersi in quello che fa.

Auteri dovrà dunque ripartire dalle certezze più semplici. Dalla fase difensiva, innanzitutto, perché quando una squadra è ancora in costruzione la solidità rappresenta il primo mattone sul quale edificare tutto il resto. Dovrà trovare una struttura tattica nella quale i giocatori si sentano protetti, riconoscibili nei compiti e meno esposti agli errori individuali. E dovrà probabilmente accettare, almeno in questa fase, che la ricerca dello spettacolo venga dopo quella dell’equilibrio. La fiducia, del resto, non si ricostruisce con le parole. Si ricostruisce attraverso piccoli risultati e, prima ancora, attraverso piccoli segnali. Una partita nella quale si concede meno. Un gol difeso con maggiore attenzione. Un secondo tempo nel quale la squadra non si spegne. Una rimonta evitata, una partita sporca portata a casa, una vittoria ottenuta magari senza brillare. Sono questi gli episodi che possono restituire gradualmente sicurezza a un gruppo che oggi sembra avere soprattutto bisogno di ritrovare la percezione delle proprie possibilità.

E quì entra in gioco anche la gestione dello spogliatoio. Auteri dovrà distinguere il momento della responsabilità da quello della protezione. I giocatori devono sapere che gli errori hanno un peso, ma non devono avere la sensazione che ogni errore possa trasformarsi in una bocciatura. In un gruppo giovane o comunque profondamente rinnovato, la paura di sbagliare può diventare molto più pericolosa dell’errore stesso. Quando si gioca per non perdere, spesso si finisce per perdere proprio perché si smette di giocare. Il tecnico dovrà quindi restituire ai suoi calciatori la libertà di prendersi qualche rischio, ma dentro un sistema che li sostenga. È un equilibrio delicato: responsabilizzare senza schiacciare, pretendere senza esasperare, correggere senza demolire. Anche l’ambiente dovrà fare la propria parte. Il Foggia non può essere giudicato ogni domenica sulla base delle aspettative nate dopo i primi 180’. Quelle quattro giornate hanno semplicemente ricordato che il percorso sarà più lungo e probabilmente più complicato di quanto qualcuno avesse immaginato. Non c’è nulla di scandaloso. Una squadra costruita quasi da zero deve attraversare una fase di assestamento. E proprio in questa fase diventa decisivo il rapporto tra squadra, allenatore e ambiente. Servirebbe, insomma, una sorta di reset collettivo. Cancellare sia l’euforia delle prime due giornate sia la delusione delle quattro successive. Guardare la classifica senza farsi condizionare e guardare soprattutto la squadra, cercando di capire cosa è già stato costruito e cosa invece manca.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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