Una frase contenuta nella relazione tecnica firmata dal dirigente Michele Prencipe basta da sola a rappresentare l’intera vicenda dei parcheggi pubblici a Manfredonia: “si è registrata una immediata e oggettiva alterazione delle condizioni pattuite rispetto al Piano Economico Finanziario (PEF) di gara”. Al di là del linguaggio burocratico, fotografa che il servizio non è mai partito davvero nelle condizioni previste dal contratto. E tutto ciò che è accaduto dopo — ritardi, squilibri, tariffe modificate, stalli mancanti, ricavi crollati — è stato il tentativo di inseguire un equilibrio che non c’è mai stato. Infatti, la Giunta comunale, con delibera del 27 febbraio scorso, ha approvato il nuovo PEF e il nuovo piano tariffario, sancendo di fatto la “messa a regime” del servizio dopo quasi quattro anni di incertezze. Il primo elemento che emerge dai documenti è la mancata consegna di una parte significativa degli stalli previsti dal contratto. Duecentodue posti auto del cosiddetto “Parcheggio Cesarano” non vengono mai consegnati alla concessionaria per “problemi di titolarità dell’area”. È un taglio netto, che riduce immediatamente la capacità produttiva del servizio. Ma il colpo più duro arriva dalle tariffe. Nel 2022, in pieno clima post‑pandemico, la Giunta decide di introdurre una tariffa agevolata di soli cinquanta centesimi per l’intera durata della sosta nelle aree del mercato settimanale, del mercato giornaliero e del cimitero. In totale si tratta di 743 stalli che, come scrive la relazione, risultano “quasi del tutto improduttivi ai fini dei ricavi”. È un passaggio chiave, perché mostra come una scelta politica — comprensibile sul piano sociale — abbia però inciso in modo devastante sulla sostenibilità economica del servizio. La sottrazione di 202 stalli, unita alla declassazione tariffaria a forfait di ulteriori 743 stalli complessivi ha abbattuto drasticamente la capacità di incasso del servizio sin dalla sua partenza. I numeri degli incassi reali mostrano (impietosamente) una storia diversa da quella immaginata nel 2021. Nel 2022, dal 6 giugno al 31 dicembre, il servizio ha incassato poco più di 300 mila euro. Nel 2023 si è saliti a 478 mila, nel 2024 a 611 mila, nel 2025 si è scesi a 580 mila. In quattro anni, il totale è di 1,97 milioni di euro. Il PEF originario, invece, stimava ricavi netti per oltre 5,3 milioni nell’intero quinquennio.
Il Comune, nel frattempo, ha incassato complessivamente 897.679 euro. Una cifra che, rapportata alle aspettative iniziali, mostra quanto il servizio sia rimasto lontano dal regime previsto.
La vicenda dei parcheggi è la somma di scelte stratificate nel tempo. Nel 2019 il Comune individua le aree e approva il regolamento. Nel 2021 Publiparking vince la gara. Nel 2022 il servizio parte “frazionato”, con stalli mancanti e tariffe modificate. Poi l’Amministrazione guidata da Gianni Rotice cade, nuovo commissariamento e il contratto resta sospeso in una sorta di limbo. Nel 2024 Publiservizi subentra a Publiparking. Nel 2025 la nuova Amministrazione rimette mano al contratto. In mezzo, anni di incertezza, ricavi dimezzati, e un PEF che nessuno ha avuto il coraggio — o la forza politica — di affrontare prima.
Quello originario non era più sostenibile, senza una revisione il servizio sarebbe collassato. Il nuovo PEF ridisegna completamente la struttura economica del servizio: ricavi annui per 950 mila euro e costi per 870 mila. L’utile stimato è di circa 80 mila euro l’anno. I ricavi netti previsti scendono da 5,3 a 4,75 milioni. L’utile della concessionaria passa da 618 mila euro a 399 mila. Anche il Comune incasserà meno: il canone complessivo scende da 2,8 a 2,04 milioni, ma la percentuale di aggio resta invariata: il 52,50% offerto in gara. È il punto che salva la manovra dal rischio di violare il principio di evidenza pubblica.
Numeri più realistici rispetto al passato, ma che restano esposti a variabili difficili da controllare: la reale disponibilità degli stalli, la stagionalità del turismo, la capacità del Comune di vigilare, l’effettiva produttività delle aree demaniali.
C’è poi un ulteriore elemento che non è nuovo, e forse è proprio questa la cosa più preoccupante. Il Collegio dei Revisori è stato categorico al riguardo dei proventi dei parcheggi, affermando con vigore che sono entrate pubbliche e devono confluire direttamente in un conto intestato al Comune di Manfredonia.
E’ un obbligo di legge, eppure questo continua a non avvenire. La delibera lo ammette apertamente: “a tutt’oggi non risultano modificate le modalità di riscossione delle entrate da proventi da parcheggi da parte della Publiparking (ora Publiservizi)”. Un’anomalia che dura da anni, sollevando interrogativi sulla vigilanza dell’ente e sulla capacità di far rispettare le clausole contrattuali.
Il nuovo piano tariffario introduce abbonamenti annuali per residenti a 50 euro, abbonamenti mensili per lavoratori a 35 euro; green pass per le auto elettriche, stalli rosa, tariffa sociale a 0,50 euro per mercati e cimitero, 15 minuti di tolleranza obbligatoria. Sono misure che rispondono a esigenze reali della città, ma non risolvono il problema strutturale dell’assenza di un piano della mobilità urbana. E senza una visione complessiva, le strisce blu restano un intervento isolato, percepito esclusivamente come una tassa più che come un servizio.
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