La paura è arrivata prima del corteo. Si è infilata nelle vetrine svuotate, dietro i pannelli montati a protezione degli ingressi, nelle decisioni dei commercianti di chiudere al passaggio dei manifestanti. A Bari il sabato dello shopping ha cambiato volto: il salotto della città si è ritrovato a fare i conti con l’ombra dei saccheggi di Milano, con gli appelli circolati sui social e con un’attesa che, per ore, ha tenuto insieme passeggio e apprensione. Poi sono arrivati la manifestazione, alcune decine di giovani lungo le strade del centro, qualche momento di tensione e infine lo scioglimento al Molo San Nicola. Senza incidenti. È stato questo l’epilogo di una giornata surreale, nella quale il timore delle violenze ha inciso sulla vita della città molto prima che qualcuno iniziasse a sfilare. Già dalla tarda mattinata, via Sparano ha mostrato i segni delle precauzioni. Prada ha oscurato le vetrine con pannelli, Gucci le ha svuotate e ha trasferito la merce, pur mantenendo possibile l’accesso al negozio.  Anche altre attività si sono protette: Sephora ha utilizzato il legno per schermare alcune superfici, Foot Locker ha adottato misure di sicurezza dopo i saccheggi subiti dalla catena a Milano il sabato precedente. Nel cuore commerciale del capoluogo, gli allestimenti hanno lasciato spazio alle protezioni. Il lusso è arretrato dietro le barriere, mentre fuori hanno continuato a passare clienti, famiglie e persone dirette ai locali.Il contrasto ha restituito l’immagine più straniante della giornata: le insegne illuminate sopra gli espositori vuoti, le porte ancora aperte accanto alle vetrine schermate, la normalità degli acquisti condizionata dalla possibilità di dover interrompere tutto. Per i commercianti è stato un sabato trascorso a osservare anche ciò che accadeva fuori, oltre la soglia. Per chi ha attraversato il centro, il consueto percorso tra negozi e locali si è trasformato in una passeggiata tra pattuglie, controlli e precauzioni. La città, inizialmente, ha provato a conservare le proprie abitudini. Bar e ristoranti hanno lavorato, il passeggio è proseguito, ma il dispositivo di sicurezza è apparso ben visibile. 

“Il Sud si ferma, ma proprio così afferma il suo movimento”. Franco Arminio, poeta e paesologo, sintetizza con un paradosso il significato della protesta che in queste settimane vede mobilitarsi autotrasportatori e agricoltori, soprattutto nel Mezzogiorno. Una mobilitazione nata da difficoltà concrete, a partire dal caro-carburante e dai costi che gravano su chi lavora e produce, ma che, nella sua lettura, porta alla luce una crisi più profonda: quella di un modello economico e sociale che genera solitudine, indebolisce le comunità e lascia sempre più persone senza un’effettiva rappresentanza. Arminio, da anni impegnato a raccontare la fragilità e la bellezza dei piccoli paesi e delle aree interne, invita a guardare oltre le ragioni immediate della protesta. Il disagio di chi trasporta merci e di chi coltiva la terra non può essere separato dalle contraddizioni di un sistema dominato dal consumo, dalla concentrazione delle ricchezze e da una politica spesso ripiegata sulla propria sopravvivenza. Né può essere liquidato come un’emergenza improvvisa: le difficoltà esistevano anche prima che esplodessero nelle piazze e lungo le strade. In questa sua intervista a l’Attacco, il poeta originario di Bisaccia, fondatore della Casa della Paesologia, richiama anche la responsabilità di chi racconta la realtà: giornalisti, intellettuali e analisti devono recuperare il contatto diretto con le persone, ascoltare e osservare, senza affidarsi soltanto agli schermi e ai social network. Una riflessione che si intreccia con il suo impegno contro lo spopolamento dei piccoli centri, affidato anche a un manifesto in 30 punti, e con il legame profondo con il Mezzogiorno, terra di appartenenza e di bellezza, ma anche di problemi che attendono risposte. Le proposte di Arminio si collegano idealmente alle ragioni della protesta di agricoltori e autotrasportatori: dal sostegno ai piccoli produttori e alle filiere locali, con l’obiettivo di trasformare le risorse dei territori in opportunità di lavoro, alla necessità di garantire servizi essenziali, dai trasporti alla sanità e alla scuola. Perché il disagio economico si intreccia con la qualità della vita e con la possibilità stessa di restare nei luoghi in cui si è nati o si è scelto di vivere. Centrale, inoltre, è il richiamo a restituire alle comunità un ruolo nelle decisioni che le riguardano, rafforzando la rappresentanza dei piccoli comuni e il coinvolgimento dei cittadini nella gestione delle risorse. Un impegno per la tutela del paesaggio e la valorizzazione delle aree interne riconosciuto anche con il conferimento, lo scorso 22 ottobre, del Premio speciale “Patrimonio Vivente 2026”, a Villa Rufolo, a Ravello, nell’ambito della XXI edizione di Ravello Lab – Colloqui internazionali, dedicata al tema “Memoria e Contemporaneità. Attraversare l’arte”.

La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori sta attraversando l’Italia, con una particolare intensità nel Mezzogiorno. Se dovesse raccontare con un’immagine il Sud che resiste e scende in piazza, quale le verrebbe in mente?
È curioso: esiste un’immagine del Sud come realtà immobile. Oggi siamo di fronte a un rovesciamento, che dimostra quanto questa rappresentazione sia superficiale. Il Mezzogiorno ha molti problemi, ma è anche una realtà molto dinamica. Ecco il paradosso: il Sud, considerato immobile, si ferma, ma proprio così afferma il suo movimento, per ragioni che conosciamo. 

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