La nuova mafia foggiana “Più internazionale e più globalizzata con esponenti credibili e ricchi”

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L’ascesa della Quarta mafia, espansione e metamorfosi della criminalità organizzata foggiana: questo è il titolo del nuovo libro di Antonio Laronga, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Foggia, pubblicato per i tipi di Zolfo Editore il 18 ottobre scorso.
Il saggio segue il successo del primo volume di Laronga, Quarta mafia. La criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte, che ha aperto uno spaccato sull'origine, l'evoluzione e gli assetti attuali di un fenomeno criminale complesso e pericoloso, assurto da qualche anno a problema nazionale. l’Attacco lo ha intervistato, ragionando sulle questioni a 360 gradi, prendendo spunto proprio dal suo ultimo libro.

Partiamo dalla fine, dall'ultimo capitolo nel quale affronta il tema della sottovalutazione. Rispetto al salto di qualità della criminalità organizzata, delle mafie foggiane come secondo me correttamente andrebbero definite, credo che la prima, drammatica sottovalutazione sia stata da parte dello Stato. Per dirne una, l’ex giudice Massimo Lucianetti mi raccontò un episodio di gennaio 1993 quando lui, Tonino d’Amelio e Costanzo Cea in audizione a Roma segnalarono il primo salto di qualità della nostra criminalità. Che però non venne raccolto. Quegli atti sono ancora secretati.

Non solo confermo quello ha detto ma l'ho anche scritto nel primo libro: c'è stata una sottovalutazione anche da parte delle istituzioni e faccio degli esempi concreti. Processo Gargano. È un processo che si è svolto tra la fine del millennio e i primi anni del 2000 e che si chiude in appello con una clamorosa assoluzione degli imputati di Monte Sant'Angelo coinvolti nella faida Primosa, Alfieri e Li Bergolis. Con delle motivazioni francamente inaccettabili. Lì non era stata nemmeno contestata la mafia, si parlava solo di associazione per delinquere. Non si riuscì nemmeno a far passare questa ricostruzione che in primo grado, invece, aveva trovato fondamento. Questo perché per molto tempo questi criminali sono stati considerati dei banditi, come dire, di campagna e il loro un banditismo rurale. Soprattutto in appello a Bari, i colleghi mi hanno sempre rappresentato la difficoltà, sul finire del secolo scorso, negli anni ‘90 in particolare, di far passare il messaggio dell’esistenza di associazioni di tipo mafioso. In quegli anni io lavoravo a Lucera, dal 4 novembre 1996; sono cioè 28 anni che lavoro in questa provincia. Ho fatto 11 anni e mezzo a Lucera e poi dal 2008 sono a Foggia, quindi ho un quadro abbastanza chiaro di tutto quello che è successo. E posso dire che in quegli anni c'era un metodo di lavoro completamente diverso da quello che c'è adesso. Noi oggi siamo davvero una squadra: la Procura di Foggia e la Dda si confrontano su tutto, abbiamo stipulato un protocollo investigativo che prevede continui scambi informativi, continue applicazioni di magistrati foggiani a Bari. C'è un’osmosi di notizie preparatorie utili alla costruzione e all'approfondimento di inchieste antimafia. Io stesso sono procuratore aggiunto delegato dal procuratore capo Ludovico Vaccaro ai rapporti con la Dda, sapendo della mia attenzione all’analisi dei fenomeni mafiosi. In pratica tutto quello che riguarda notizie di reato Dda vengono appunto trattate da me delegato da Vaccaro e dal dottor Giannella delegato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, come coordinatori. Dal 2017, da quando sono diventato procuratore aggiunto qui a Foggia, con questa delega mi sono sempre occupato di questi temi che poi ho approfondito attraverso i libri, gli studi e le analisi. Ebbene, da allora abbiamo eseguito 60 applicazioni di magistrati della Procura di Foggia alla Dda di Bari. Questo è un metodo di lavoro che in quegli anni era impensabile ed era davvero difficile far capire che i criminali della provincia di Foggia avessero assoggettato la comunità e dato vita a gruppi mafiosi. Tutto diventa più semplice dopo le operazioni Panunzio e Day Before per quanto riguarda la Società foggiana e dopo Iscaro Saburo per quanto riguarda il Gargano. A quel punto è stato più facile dimostrare, in sostanza, questa costruzione, questa configurazione che oggi per determinate realtà è ormai un fatto assodato. Per Foggia oggi è tutto più semplice; quando iniziano i processi il Pm prende un pacco di sentenze, le deposita e dimostra l’esistenza della mafia foggiana prima e poi fa tutto il resto. È un po’ più difficile per Cerignola perché non si riesce a dimostrare il fenomeno nonostante da vent’anni l’impegno sia enorme. Un altro sintomo di questa sottovalutazione, per esempio, fu il processo Medioevo a Vieste: il Tribunale di Foggia condanna una serie di personaggi di primo piano della criminalità viestana a pene pesantissime ma esclude l'aggravante del metodo mafioso. Invece oggi con Mari e Monti c'è la contestazione del 416 bis addirittura ad un clan di Vieste.

Ci siamo trovati in questi anni a registrare sulla quarta mafia letture discordanti. l'ex procuratore capo di Foggia, poi a Lecce e adesso alla Procura generale di Bari Leonardo Leone De Castris in due distinte interviste, su Repubblica Bari, sottolineò l’aspetto primordiale, troppo violento della Società foggiana: “Se volete capire che cos'è la mafia degli affari, la borghesia mafiosa, dei colletti bianchi, dovete venire a Lecce”. Dall’altro lato c’è Roberto Rossi, capo della Dda di Bari, che dice esattamente il contrario. Infine Ludovico Vaccaro che dà un'interpretazione direi quasi olistica, perché dice che “la mafia è dappertutto”. Chi ha ragione?

Cosa abbiano detto l'uno e l'altro di preciso non lo so. La mia opinione è questa: nelle quattro aree geocriminali che noi abbiamo, Foggia, Cerignola, Gargano, San Severo, le attività delle organizzazioni criminali sono effettivamente ancora di tipo tradizionale, cioè c'è una predazione del territorio. Anche perché, parliamoci francamente, qui che affari si possono fare? Qui “le aziende” che hanno il fatturato più alto sono i Comuni. Il modo di sottomettere il territorio avviene attraverso schemi operativi di tipo tradizionale, violenti, predatori arcaici, primordiali e così via. In effetti così è ma oggi io rilevo tutta una serie di comportamenti che prima non avrei mai immaginato. Faccio un esempio, un caso di cui parlo nel libro, quelli che mi interessano, la mafia di tipo tradizionale mi interessa molto poco perché credo che quel metodo operativo porterà piano piano a un ridimensionamento territoriale. Temo molto le mafie più moderne, quelle che si relazionano ai professionisti. Ecco il caso di cui parlavo: a giugno di quest'anno la Dda di Roma arresta Marcello Colafigli, un ex della banda della Magliana. Si occupa di narcotraffico internazionale, lui mette insieme personaggi della Camorra e della Ndrangheta. Poi ha una banda di pusher che in un quartiere di Roma controllano le piazze di spaccio e compra droga dalla Colombia, in particolare la cocaina e hashish dalla Spagna. Quella operazione della Dda vede l’arresto di due cerignolani, Pasquale Napolitano, che è un pregiudicato per riciclaggio e Gaetano Saracino, un altro pregiudicato specialista nelle rapine in danno dei caveaux, ai furgoni portavalori; ricordo che le bande di Cerignola per obiettivi sotto i 10 milioni di euro non si muovono. I due portano 400 mila euro in contanti a Colafigli per cofinanziare l’importazione di sostanze stupefacenti. Cioè da meri spacciatori o grossisti di zona, o comunque addetti alla logistica nel caso del Gargano, occupandosi degli sbarchi e delle staffette per trasportare e nascondere nei magazzini la droga, oggi invece diventano cofinanziatori di un'associazione dedita al narcotraffico internazionale. E’ un dato molto importante. I due soggetti arrestati comprano questa droga e facendo un’analisi vedo un livello molto più elevato rispetto alla mera logistica, allo spaccio di paese del grossista di Cerignola. E questo va a rafforzare quella idea di organizzazioni criminali che diventano sempre più rispettabili. 

Insomma, si sono costruite e godono di uno stand molto più elevato. 
Sì, il che mi fa capire che si va sempre più consolidando la forza delle organizzazioni in cui quello che conta sono le relazioni a rete, in cui gli interlocutori, in particolare i nostri, sono ritenuti affidabili e credibili. Con la globalizzazione, con l’internazionalizzazione delle attività, in particolare del narcotraffico ci sono spazi per tutti e molti criminali della provincia foggiana, delle varie organizzazioni, questo lo hanno capito e stanno facendo alleanze, stanno cercando di entrare in affari con altre organizzazioni criminali, in particolare in Italia, con la Ndrangheta.

Nel suo libro ci sono costanti riferimenti a un'area grigia, al mondo di mezzo dove si muove la cosiddetta borghesia mafiosa. Ma in una città come Foggia dove tutto ruota intorno alla spesa pubblica, al partito unico della spesa pubblica, non è tutto più semplice? Basta seguire, detto brutalmente, l’odore dei soldi a Palazzo di Città. Naturalmente la questione è più generale e avvertita nel Mezzogiorno d’Italia.

Il secondo capitolo del libro è dedicato a una serie di studi che riguardano il rapporto tra mafia e imprese. Quelli della Banca d'Italia ci dicono che la selezione della classe dirigente porta ai vertici i meno attrezzati. Ecco, io penso che lì si debba incidere, non mi preoccupo dell'aspetto repressivo, cosa della quale ovviamente da magistrato mi occupo ma da saggista la cosa che mi preoccupa maggiormente è la disponibilità di certi settori della pubblica amministrazione o dell'imprenditoria a entrare in rapporti con questi soggetti.

Ma non stiamo quasi tutti dentro questi rapporti da 30/40 anni, anche solo a livello di sentire collettivo? Tutti siamo stati abituati a un modello di organizzazione sociale, a un patto sociale inclusivo che prevedeva l'assimilazione dell'area della devianza dentro i circuiti istituzionali e economici, cioè era stato lo Stato a dire sostanzialmente che questi - dico i criminali - andavano tenuti dentro. Ricorderà la vicenda Amica, la funzione di ammortizzatore sociale di talune società in house.
E non va bene, su questo bisogna agire: se per esempio l’imprenditore ha bisogno di smaltire i rifiuti a prezzi stracciati, si rivolge ai criminali e poi il giorno dopo va a parlare nelle scuole o scende in piazza con Libera, non va bene. E se oggi ci troviamo in una condizione per la quale quel tempo è finito, approfittiamone e cerchiamo di svoltare. La situazione è davvero disastrosa proprio dal punto di vista etico e deontologico... 
Cioè?
È pazzesco e questo lo percepiamo. Dobbiamo quindi cercare di rimediare, non soltanto guardando all'aspetto repressivo ma con uno scatto di reni da parte della società civile. Che poi, quando parla di Stato a chi si riferisce? Nel mio libro ho fatto nomi e cognomi. Per esempio, Adriano Carboni a Manfredonia, Bruno Longo a Foggia. Ma se la comunità per trent'anni vota una persona fino a quando poi viene arrestata cos’altro posso fare? Ed è appunto su questo che dobbiamo lavorare.

Forse serviva spiegare e avviare una elaborazione collettiva in seno all’opinione pubblica, far capire come era andata e perché lo Stato solo alla fine ha impresso una sterzata in un sistema insostenibile anche dal punto di vista dei costi di mantenimento. Lei ha detto che si apre una nuova fase con le confessioni dei collaboratori di giustizia. Anche se ci sono luci e ombre, come nel caso del pentito che dice quelle cose su D’Auria. La credibilità di un pentito è tutto.
Questi sono temi strettamente processuali, mi riferisco all'attendibilità del collaboratore di giustizia. La Dda di Bari è composta da magistrati di grandissimo valore. Sono persone che sanno fare bene il loro lavoro. Ma questo riguarda soprattutto l’aspetto repressivo. Sull’altro versante al contrario non sono molto ottimista, mi rendo conto che non c'è consapevolezza su ciò che si può e non si può fare. Me lo confermano le cose che leggo e vedo tutti i giorni. Non ci si rende conto della gravità di certi comportamenti e questo mi spaventa molto. Mi è capitato ad uno dei tanti incontri per presentare il mio precedente libro, che al momento del dibattito intervenisse una persona che, per farla breve, mi dice: “Perché la fa così grave?” e poi aggiunge: “Ho una serie di amici avvocati penalisti che mi dicono che questi non possono permettersi nemmeno di pagare la parcella. Insomma, sono persone che vanno a fare le estorsioni al mercato, il venerdì agli ambulanti”. Parliamo di una persona che vive la città, che capisce, non di uno sprovveduto. Se una persona che ha i mezzi parla in questi termini, cosa dobbiamo aspettarci da quello che rompe la macchina solo perché parcheggiata davanti casa sua? Questo mi scoraggia molto, come quando vedo persone, tante che vendono il proprio voto, così come l’imprenditore che si mette a disposizione del mafioso per ottenere illecitamente finanziamenti europei, per fare un esempio. Non si spara un colpo, non c’è una bomba ma si innesca una operazione finanziaria che mette insieme il buono e il cattivo. Ecco, questo mi spaventa, mentre posso capire l’imprenditore vittima di atti intimidatori che per paura non denuncia l’estorsore.

Lo diciamo da tempo: è cambiata la natura, la “forma” del potere, sempre più vischioso, dai confini sempre più labili tra politica, tecnostruttura, impresa, finanza.
Sì, l'epigrafe “E’ l'economia, stupido” sta ad indicare proprio questo, ormai diciamo che le organizzazioni sono diventate imprese, fanno profitti, il confine tra il comportamento criminale e il comportamento economicamente accettabile è sfocato. Dobbiamo farlo capire, renderlo chiaro, non abbiamo alternative. La mia speranza, non a caso, è che il libro venga letto soprattutto da imprenditori e commercianti per questo motivo.

Nel volume dedica un capitolo alle misure di prevenzione amministrative, la legislazione antimafia su cui l’Attacco dal 2018 ha cercato di aprire il dibattito pubblico, alla luce dell’inefficacia certificata dalle ultime commissioni parlamentari antimafia e da primi significativi ripensamenti anche politici su tali misure. Ha la sensazione che ci sia stato un uso eccessivo di questi strumenti, che la provincia di Foggia che sia stata per molti versi un laboratorio?
No. Sulla scelta politica di mantenere o meno questi strumenti o di rivederli non mi esprimo anche perché noi magistrati non li maneggiamo, in quel capitolo cito solo fatti, cioè non valuto se fossero bene o male. Cito solo fatti, lo scrivo, non penalmente rilevanti ma che si pongono su un piano diverso, quello della opportunità. Se il Sindaco di un territorio gravemente infiltrato dalla criminalità dice alla polizia che sta facendo i controlli, di lasciar perdere un certo soggetto, come dobbiamo valutare quel comportamento? Oppure se un vicesindaco sta insieme ad un ergastolano, come lo valutiamo? Va peraltro detto che comunque gli scioglimenti dei consigli comunali hanno tenuto anche in sede giudiziaria. Mantenere o no questi strumenti attiene alle scelte della politica e all’approccio che si intende avere nel contrasto alle organizzazioni criminali che provano a inserirsi negli enti pubblici.

Secondo lei andava sciolto per mafia il Consiglio comunale di Foggia? 
Non lo posso dire. Non spetta a me.

Pensa che si stia chiudendo o debba chiudersi la stagione della legislazione antimafia, del super potere delle prefetture per quanto riguarda i procedimenti di prevenzione?
No, non credo. Ne è prova il fatto che anche altri Prefetti di altre province, ad esempio Campobasso o Chieti, hanno adottato delle interdittive antimafia nei confronti di imprese collegate a soggetti della criminalità foggiana, significa che non lo ha fatto solo la Prefettura di Foggia. Io non credo che finirà questa stagione e credo che può essere pericoloso se uno Stato si dovesse privare di uno strumento come questo, efficace, magari ricalibrato, rivisto, magari introducendo maggiori garanzie, in una situazione criminale di questo tipo. E poi va detto che se quella legislazione c'è, fino a quando ci sarà in quei termini, l'articolazione dello Stato competente ad applicarla, la deve applicare. Cioè se io, al posto di fare il Procuratore vicario della Repubblica di Foggia, facessi il Prefetto con quella legge vigente e con gli elementi che ho a disposizione farei la stessa cosa. In altre parole non ce la si può prendere con il terminale dello Stato che applica la legge. Posso anche non condividere determinate cose che faccio però le devo fare, è come se mi arrivasse una notizia di reato e la strappassi solo perché non mi piace, non funziona così. Piuttosto capirei un'azione diretta alla politica per rilevare l’inefficacia di uno strumento. 

C’è una complessità che non passa nella vicenda relativa a Michele D'Alba? 
Non posso rispondere a questa domanda. Nell'indagine Decimazione, tutto il ramo riguardante Universo Salute l'ho seguito io, quindi ritengo opportuno non esprimermi in merito.

Domanda personale. Sono stato identificato come il “negazionista” della mafia foggiana per un intervento all’Università, senza che sia stato citato un passaggio, un mio virgolettato che attestasse questo. Perché è accaduto? 
Non saprei. Ma a volte lei è molto diretto in quello che dice, anche troppo in certi casi a mio avviso. Chiaramente chi è così deve poi anche accettare conseguenze di questo tipo.

a cura di Cinzia Celeste 

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