A Ruvo Stato sborsa 9 miliardi di lire per casa museo, a Foggia progetto non si concretizza neanche gratis

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9 miliardi di lire: questo l’investimento dello Stato nel 1983 per l’acquisizione della collezione privata della famiglia Jatta di Ruvo di Puglia, composta da reperti archeologici di pregio. Reperti custoditi ancora oggi presso il museo nazionale che ha sede proprio nel palazzo Jatta, in parte ancora abitato dalla famiglia che ne conserva gran parte della proprietà. Il museo costituisce uno dei rarissimi esempi di collezione privata ottocentesca rimasta inalterata nella sua concezione museografica originaria. Al suo interno è possibile ripercorrere le forme architettoniche, l’arredo e le idee che hanno presieduto la sua realizzazione, nel corso del XIX secolo.

Le vicende della costituzione e dell’accrescimento del museo, nel corso dell’Ottocento, sono inscindibili dai nomi di illustri membri della famiglia Jatta: i due fondatori, i fratelli Giovanni senior e Giulio Jatta; la moglie di quest’ultimo, Giulia Viesti; Giovanni junior, figlio di Giulio e autore del “Catalogo della collezione” (Napoli 1869). L’immutato rapporto tra contenuto e contenitore, preservato fino ad oggi, è emblematico della temperie culturale del XIX secolo. Il contributo del museo per la ricostruzione della storia sociale e civile della città di Ruvo in quel periodo venne ufficialmente sancito con l’acquisizione al patrimonio dello Stato italiano, attraverso due atti di compravendita.

Il percorso espositivo è stato articolato nel piano terra di palazzo Jatta, all'interno di quattro sale. Qui infatti la struttura è stata progettata in modo tale da poter ospitare una raccolta di oltre 2 mila reperti archeologici, dando vita al nucleo di uno dei musei pugliesi più ricchi e famosi. Nella prima sala, in cui è posta un’iscrizione in latino che ricorda i fondatori del museo, sono presenti principalmente vasi in terracotta con decorazioni geometriche risalenti all’età peuceta del VII e VI secolo a.C. La seconda sala contiene circa 700 vasi a figure rosse su sfondo nero di produzione greca o locale. Tra questi, un grande cratere a mascheroni del IV secolo a.C., opera del pittore di Baltimora. Nella terza sala, contenente oltre 400 pezzi, spicca il bianco del busto marmoreo di Giovanni Jatta junior, al quale si deve la fondazione del museo. La quarta sala raccoglie i reperti più preziosi. Anche qui è presente un busto marmoreo, quello di Giovanni Jatta senior, in toga. Il vaso più importante qui custodito è quello di Talos, gigante il cui compito era quello di proteggere l’isola di Creta.

Questa spiccata forma di mecenatismo della famiglia Jatta, raccontano a l’Attacco addetti ai lavori, ha fatto sì che si sviluppasse un culto vero e proprio per la ricerca archeologica e la conservazione di tali beni in tutta la cittadinanza ruvese, a (ulteriore) conferma di quanto possa essere contagiosa la passione per il bello e la cultura.

Non sarebbe necessaria nemmeno la più piccola percentuale di quella ingente somma, 9 miliardi di lire, per avere anche a Foggia una preziosa casa museo come quella di Ruvo di Puglia, essendo l’aspirazione di Lello Santoro e di sua moglie Carmelina Romanelli di lasciare parte delle loro collezioni alla città a titolo completamente gratuito.

La storia, raccontata nel corso degli anni con dovizia di particolari su queste colonne, ha dell’incredibile, sotto molti punti di vista.

I due coniugi foggiani ormai in pensione e senza figli, hanno più volte manifestato la volontà di lasciare al Comune di Foggia parte dei loro averi; ma a precise condizioni che garantiscano ai beni di non lasciare mai, in nessun caso e per nessuna ragione, Foggia. Perché le opere vengano legate indissolubilmente al destino del capoluogo è necessario che siano vincolate, tramite uno specifico atto amministrativo. Solo dopo aver ottenuto un formale riconoscimento l’ente comunale può acquisire i beni nel proprio patrimonio, rendendoli automaticamente di proprietà dello Stato e quindi inalienabili, inamovibili, indistruttibili e indivisibili.

Oggetto della donazione sono le collezioni di pregio che Santoro e sua moglie nel corso della loro vita hanno raccolto, il palazzo nel centro storico di Foggia che presenta una sontuosa scalinata vanvitelliana al suo interno e che dovrebbe divenire una vera e propria casa museo e il pezzo più affascinante, con la storia più suggestiva di tutti: il presunto autoritratto di Leonardo da Vinci.

Come più volte sottolineato, Lello Santoro è uno dei collezionisti d’arte più significativi del Mezzogiorno, nella sua vita ha raccolto pezzi unici, di pregio, molti dei quali già ampiamente riconosciuti e iscritti negli archivi di Stato come beni vincolati. Venuto in possesso (in modo peraltro rocambolesco) di questo tondo, ne ha colto subito il valore. Un occhio allenato a riconoscere l’autenticità delle opere lo ha spinto ad indagare più a fondo e ha sottoposto il ritratto ad una serie di analisi scientifiche dall’esito, a suo avviso, inequivocabile. Ribattezzato l’autoritratto di Capitanata, l’opera presenta delle caratteristiche che lo rendono meritevole quanto meno di approfondimenti, più volte invocati da Santoro, che però tardano ad arrivare.

“Il tema vero – spiega il collezionista a l’Attacco – è che l’unico riconoscimento formale e inoppugnabile può arrivare esclusivamente da un funzionario dello Stato, perizie e valutazioni di privati, quandanche espertissimi e competenti, ai fini giuridici non hanno alcun valore”.

Oltre un anno e mezzo fa, dopo svariate sollecitazioni, Santoro ha ricevuto anche la visita ufficiale di alcune dipendenti della soprintendenza per i beni culturali di Foggia.

“Hanno avuto modo di visionare le collezioni, il palazzo e la scala vanvitelliana, non ultimo il dipinto di Leonardo. A questo punto mi chiedo: qual è la loro valutazione? La dottoressa Maria Concetta di Micco (presente durante il sopralluogo, ndr), dell’ufficio vincoli che conclusioni ha tratto, da esperta quale è? La soprintendenza, la Regione, gli enti pubblici preposti hanno fatto partire una segnalazione presso il ministero, come peraltro dispone il Codice dei beni culturali, per avviare l’iter necessario all’autenticazione dell’opera? O ritengono il dipinto non meritevole di questa attenzione? E se è così, perché non viene esplicitata questa valutazione?”, gli interrogativi di Santoro.

Insomma, non si può fare a meno di pensare che vi sia una generale sottovalutazione di una vicenda che per la verità manifesta tutti i segnali che si possa rivelare sorprendente e che farebbe di Foggia una capitale mondiale della storia e della cultura.

Anche la nobile intenzione della coppia, di donare un importante patrimonio artistico alla città, che ha portato ad una serie di incontri a Palazzo di città e fuori negli anni scorsi, sembra essere frenata dall’incapacità di comprendere la portata dell’operazione che prescinde, va sottolineato ancora una volta, dalla autenticità del dipinto.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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